24/05/2019 Alexander Damiano Ricci

Il futuro dell’Europa? In mano alla destra

Nel 2014, lo slogan delle istituzioni in occasione del voto europeo recitava: “This time is different” (“Questa volta è diverso”). Cinque anni dopo, si è optato per un messaggio più esplicito e un po’ meno apocalittico: “This time I am voting” (“Questa volta voto”).

Paradossalmente, o, forse, logicamente e, soprattutto, con il senno di poi, i due slogan si potrebbero invetire temporalmente: quest’anno l’astensionismo potrebbe essere ancora più forte che nell’ultima tornata; mentre il voto del 2019 appare, effettivamente, “diverso” dai precedenti.

Ben inteso: “diverso” non perché sia più significativo rispetto alle tornate che si sono susseguite dal 1979 – il Parlamento europeo è, comunque la si veda, l’istituzioni più debole (in confronto alla Commissione e al Consiglio) e i suoi poteri, sono, fondamentalmente, rimasti inalterati nel corso degli ultimi cinque anni. Bensì, per un particolare intreccio tra questo voto e la politica nazionale di molti Paesi dell’Unione.

Chi balla in Europa

Nel Regno Unito, il Primo ministro, Theresa May, ha annunciato le sue dimissioni in vista di un risultato elettorale potenzialmente molto negativo per il Partito conservatore britannico. La sovrapposizione tra il mezzo-fallimento delle negoziazioni sulla Brexit e l’appuntamento elettorale europeo ha, infatti determinato una resa dei conti interna alla formazione.

Lo stesso vale, a parti politiche invertite, per la Grecia. Dopo settimane di ambiguità, Alexis Tsipras, Primo ministro e leader di Syriza, ha aperto ad elezioni anticipate definendo il voto europeo come una cartina di tornasole rispetto al suo operato.

In Germania, il risultato potrebbe far calare il sipario sul Partito socialdemocratico tedesco. I Verdi potrebbero affermarsi come principale partito di opposizione. Uno scenario che ha alimentato rumors relativi a un nuovo (ennesimo) avvicendamento alla testa dei socialdemocratici. Difficile, prevedere che tipo di conseguenze avrà tutto ciò sulla tenuta del governo. Ma nulla è escluso.

Per terminare, in Francia, il voto rappresenta di fatti un mezzo referendum sull’operato del Presidente, Emmanuel Macron, sui suoi progetti per l’Europa, finora ingolfati. Mentre, in Italia, la consultazione potrebbe di fatti chiudere l’esperienza M5S – Lega.

Il futuro del Consiglio europeo

Tutto questo per dire che le elezioni continentali potrebbero avere un impatto non tanto perché sposteranno gli equilibri interni all’istituzione legislativa. Bensì, quelli interni al Consiglio.

In particolare, in funzione del voto e delle sue conseguenze a livello nazionale, è possibile immaginare un Consiglio meno incline ad assecondare la Commissione e il Parlamento.

È bene ricordare, a questo punto, che la Commissione rimane un’istituzione tecnica (sebbene di nomina nazionale) e, fisiologicamente, votata ad una maggiore integrazione, mentre il Consiglio europeo, l’organo di indirizzo generale dell’Unione (e vero motore) riveste un carattere prettamente politico e può quindi determinare, sia i tempi dei lavori delle istituzioni, che le priorità (basti pensare al fallimento della riforma del Regolamento di Dublino).  

La domanda successiva è: quale forma prenderà questa ricomposizione del Consiglio anche in termini di figure politiche?

Due scenari

Il primo scenario è suggestivo, nonché controintuitivo. Nonostante Merkel stia smentendo da settimane il suo interesse ad assumere la presidenza del Consiglio, la cancelliera tedesca rimane infatti un’opzione importante sul tavolo.

A quanto riportato dalla testata Die Welt, a margine dell’ultimo meeting di Sibiu, in Romania, i capi di Stato e di governo di Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria – il gruppo Viségrad – avrebbero chiesto a Merkel di assumere l’incarico.

Ma che senso avrebbe tutto ciò, a fronte dello scontro tra il Gruppo del Partito popolare europeo e Viktor Orbán?

Merkel ha dato dimostrazione, nel corso di quindici anni, di essere un’europeista convinta, soprattutto a parole e, principalmente, nei momenti di crisi. Ed in ogni caso: sempre e comunque, all’interno di una logica del “primato nazionale”.

Un profilo come il suo sarebbe un garanzia per chi desidera un’Unione forte, soprattutto verso l’esterno – il profilo internazionale dell’Ue ne guadagnerebbe sicuramente -, ma “ambigua” “verso” l’interno.

Seguendo la traccia di Die Welt, Merkel potrebbe, forse, garantire, sia uno spostamento verso destra (che rispecchierebbe il clima politico generale), sia un riassorbimento di una parte delle tendenze nazionaliste di destra, soprattutto dell’Est.

Al di là dei proclami elettorali, infatti, Paesi come Ungheria, Polonia, ecc. hanno un interesse enorme affinché l’Ue rimanga in piedi anche nei termini di una macchina che ridistribuisce risorse finanziarie dall’Ovest verso l’Est e che garantisce la logica del Mercato unico (attori economici di Paesi “svantaggiati” competono con le imprese dei Paesi più ricchi perché “godono” di costi del lavoro più bassi). Una logica che non piace a – e che è stata apertamente messa in discussione da – personalità come Salvini e Le Pen.

Vale la pena ribadire comunque che, quello di Merkel alla testa del Consiglio, è uno scenario scartato da gran parte degli analisti politici. Ma la politica europea degli ultimi anni (Brexit, l’ascesa di forze di estrema destra al governo, ecc.) ha dimostrato che tutto appare impossibile, finché non diventa inevitabile.

Il secondo scenario, invece, porterebbe verso un profilo meno ambizioso e, quindi, anche relativamente più debole nel garantire una ricomposizione della spaccatura della destra europea. I due scenari avrebbero effetti diversi sulle logiche di alleanze nel Parlamento. Vediamo perché.

Qual è il destino del Parlamento europeo?

Una figura politica di destra di alto profilo al Consiglio (l’opzione Merkel) incentiverebbe sicuramente una ricomposizione di tutta l’area di destra anche nel Parlamento europeo e una spaccatura del fronte voluto da Salvini. In buona sostanza, si tratterebbe dell’opzione preferita da Silvio Berlusconi, il quale, da mesi, predica un’alleanza tra il centro-destra e le forze radicali per “educarle all’europeismo”.

Conseguentemente, si potrebbe osservare una riproposizione delle larghe intese tra il Partito popolare europeo, l’Alleanza progressista dei Socialisi & Democratici condita dall’appoggio dei liberali (ALDE) e di Macron. I Verdi, la sinistra radicale e forze “non integrabili” nel progetto (per esempio, la Lega e il Rassemblement national) rimarrebbero ad abbaiare dall’opposizione.

Nel secondo caso, invece (qualora il Presidente del Consiglio non dovessere essere di alto profilo), sarebbe verosimile uno scenario caratterizzato dal consolidamento della spaccatura della destra, tra forze istituzionali e radicali.

In buona sostanza, durante la legislatura, si replicherebbe la stessa logica che ha caratterizzato anche la campagna elettorale. Tutte le forze che si trovano “alla sinistra” delle varie formazioni di destra radicale e “alla destra” dell’attuale GUE/NGL – quindi compresi i Verdi – potrebbero creare un fronte comune.

E quello della sinistra?

È estremamente difficile capire che ruolo potrebbe giocare quindi tutta l’area della sinistra in questo processo. Ammesso che ce ne sia uno.

Infatti, allo stato attuale e in entrambi gli scenari, emergerebbero sia la subalternità delle forze socialdemocratiche rispetto alla solidità della destra-istituzionale, sia la marginalizzazione delle forze di sinistra radicale, surclassate dall’“altra Europa di destra”.

Insomma, a seconda degli scenari ipotizzati, il futuro dell’Europa potrà anche essere declinato nei termini di una maggiore o minore integrazione, ma certamente non in quelli di una battaglia fra destra e sinistra.

Ecco perché, più che di ennesime soluzioni geniali, ci sarà bisogno, prima o poi, di porsi domande nuove.

 

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