19/02/2018 Ilaria Bonaccorsi

Elezioni 2018. Tre domande a… Stefano Fassina, candidato con Liberi e uguali

Il 4 gennaio 2014, in contrasto con la nuova linea del partito rappresentata dal suo segretario Matteo Renzi, Stefano Fassina si dimette dall’incarico di viceministro dell’Economia nel governo Letta. Renzi durante una conferenza stampa rispose, ad una giornalista che gli chiedeva del viceministro, con l’ormai famoso: «Fassina chi?». E Fassina, economista di lunga data, strano bocconiano (comunista, 19enne si era già iscritto al Pci) e responsabile nazionale Economia e Lavoro del Partito democratico durante la segreteria di Pier Luigi Bersani, reagì così: «La delegazione del Pd al governo va resa coerente con il risultato congressuale. Non c’è nulla di personale. È una questione politica. Un dovere lasciare per chi, come me, ha sostenuto un’altra posizione». Un dovere che lo porta a votare no all’Italicum e il 23 giugno del 2015 ad annunciare la sua uscita dal Partito democratico, per aderire poco dopo al gruppo parlamentare di Sinistra italiana. La sua sfida nel Collegio uninominale della Camera “Gianicolense”, a Roma, si presenta ardua, ha avversari di primo piano. Da Olimpia Tarzia per la destra, a Riccardo Magi per i Radicali fino alla Iena Dino Gianrusso per il Movimento 5 stelle.

Verso il 4 marzo facciamo “Tre domande a…” candidate e candidati, cercando di tirar fuori qualcosa di buono e utile dall’ennesima peggiore campagna elettorale di sempre.

Le tre domande del Salto a Stefano Fassina.

Riunioni a porte chiuse, assemblee, parlamentarie. Un semplice elettore/lettore ti chiederebbe: in che modo e con quale criterio si è arrivati alla tua candidatura?
Cinque anni fa, quando ero ancora nel Pd, scelsi di fare le “parlamentarie”. Questa volta, con LeU non è stato possibile, purtroppo. Non soltanto per i tempi, data la nostra tarda costituzione. Ma anche perché non siamo un partito e avremmo rischiato di non dare equilibrata rappresentanza alla pluralità di percorsi confluiti in LeU.

La tua storia politica è lunga, ne hai vissute davvero tante, dalla militanza nel Pd all’incarico di viceministro per l’Economia nel governo Letta, fino all’uscita nel 2015 dal Pd … Perché hai accettato di candidarti per LeU?
Perché ritengo che il percorso politico di questi anni, in particolare dopo le dimissioni da Vice Ministro e l’uscita dal Pd, non avrebbe avuto senso politico se non avesse alimentato la nascita di un progetto collettivo. LeU, con evidenti limiti e contraddizioni, è il primo passo per ricostruire la sinistra di popolo, dalla parte del lavoro. Immodestamente, mi pare di poter e dover essere utile a tale obiettivo.

Se fossi il ministro ombra di LeU quale saresti e da dove cominceresti?
Temo ancora Economia e Finanze, ma Ministro la vedo complicata. Comincerei con una controffensiva a Bruxelles per correggere la rotta dell’Eurozona, sempre più insostenibile sul piano sociale e democratico.

Quarta domandina di straforo: idealmente alleati col Pd per “salvare” l’Italia dalle destre o la rivoluzione con Potere al popolo?
Non mi pare vi siano le condizioni politiche e di presenza istituzionale per nessuno dei due scenari. Comunque, la nostra bussola per le alleanze è il programma, a partire dal lavoro, scuola pubblica, sanità, ambiente.

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