20/02/2018 Raffaele Lupoli

Elezioni 2018. Tre domande a… Maurizio Acerbo, candidato con Potere al Popolo

È stato un percorso coerente e lineare quello che ha portato alla nascita di Potere al Popolo, per Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista e candidato con Potere al Popolo a Roma e nel collegio plurinominale della Camera che comprende le province di Pescara, Chieti e Valle Peligna. “Il nostro obiettivo è stato sempre quello di dar vita a una lista di sinistra radicale, alternativa al Partito democratico” spiega al Salto, l’ex consigliere regionale e comunale ed ex deputato pescarese. “Con la stessa determinazione di quando Tomaso Montanari ci ha proposto un progetto che seguisse questa linea, noi abbiamo proseguito con chi era d’accordo con questo tipo di prospettiva. Accanto a questo abbiamo sempre sottolineato lo stesso elemento, che poi non a caso è alla base dell’esperienza di Potere la Popolo, che è la partecipazione dal basso e la collocazione in uno spazio di critica ai trattati europei”.
Prova ne è, spiega Maurizio Acerbo, l’assenza dal programma di Liberi e Uguali di una serie di punti che erano nella relazione introduttiva di Montanari al Brancaccio e si trovano oggi nel programma di Potere al Popolo: dalla critica ai trattati europei all’abolizione della legge Fornero, fino alla reintroduzione dell’articolo 18 com’era prima del depotenziamento del governo Monti e poi del definitivo affossamento con il Jobs act. “Così come non c’è la ripubblicizzazione della gestione dei servizi pubblici, a partire dall’acqua. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo…” prosegue.

Verso il 4 marzo facciamo “Tre domande a…” candidate e candidati, cercando di tirar fuori qualcosa di buono e utile dall’ennesima peggiore campagna elettorale di sempre.

Le tre domande del Salto a Maurizio Acerbo.

In che collegio è candidato e con quale meccanismo è stata individuata la sua candidatura?
Sono candidato a Pescara, in Abruzzo, e a Roma. In ambedue i casi la proposta è venuta dai compagni di quei territori ed è stata decisa dalle assemblee di quei territori. Con una caratteristica diversa evidentemente: nella mia regione sono candidato in quanto attivista sul territorio da sempre, a Roma innegabilmente lo sono perché segretario della principale organizzazione che ha concorso a creare il progetto di Potere al Popolo. Quindi, soprattutto i compagni hanno insistito con me perché ci fosse una riconoscibilità e un investimento politico sul progetto. Questo per noi ha un grande valore, in quanto promuovere Potere al Popolo non è stato un ripiego, ma è un investimento politico su un elemento in cui crediamo moltissimo: che in Italia ci sia bisogno di una confluenza tra organizzazioni di sinistra, radicali e comuniste e movimenti sociali, per costruire una soggettività di tipo nuovo e plurale che abbia caratteristiche popolari e di radicalità. E non dobbiamo avere nessuna preclusione: sono molteplici i bisogni sociali e gli interessi popolari non rappresentanti dalle forze dominanti. Dobbiamo relazionarci con tutti. Mi pare che il programma di Potere al Popolo, seppure costruito in pochissimo tempo e in sovrapposizione con la necessità di raccogliere le firme per le candidature, parla a tutte le vertenze principali e alle lotte di questi ultimi anni, ma anche a quelle che ci dovrebbero essere e che dovremo lavorare per sviluppare.

Le proponiamo un gioco: se le fisse affidato un incarico di governo o se dovesse fare il ministro ombra, quale materia sceglierebbe?
No… Penso che noi dobbiamo fare gli organizzatori di lotte. La sinistra italiana è stata distrutta dai politicanti. Ovviamente non avrei nulla in contrario a stare in un governo di sinistra radicale in Italia, però sono davvero contro queste logiche. Noi abbiamo bisogno di un movimento popolare che oggi non c’è e c’è bisogno di persone che siano in grado, fuori e dentro le istituzioni, di sviluppare e dare forza a un punto di vista diverso da quello dominante. È per questo che abbiamo fatto una scelta ritenuta folle da quasi tutti gli “addetti alla politica”… e non mi riferisco solo a giornalisti e intellettuali ma anche, ad esempio, ad attivisti die centri sociali. Quasi tutti davano per scontato che saremmo stati dentro l’alleanza che poi ha dato vita a Liberi e Uguali, perché avremmo avuto la possibilità di un seggio sicuro, come poi l’hanno avuta altri, così Rifondazione poteva tirare a campare come Marianne di sinistra di quel mondo lì.
Se abbiamo fatto la scelta di Potere al Popolo è perché pensiamo che davvero che in questo Paese ci sia la necessità di una radicalità di comportamenti e programmatica, una radicalità che riguarda anche le forze che sono nel micromondo della sinistra che si pensa più radicale, perché o c’è una messa in discussione da parte di tutti, una presa di coscienza della necessità di uscire dal proprio micromondo e provare a parlare a quelli che sono fuori dal nostro ambito, o in questo Paese le cose si mettono davvero male. Da questo punto di vista, penso che dopo il 4 marzo dovremo ragionare, più che di ministri, di come fare in modo che questo progetto di Potere al Popolo, anche in rapporto con le realtà che finora si sono tenute in altra posizione, non disperda il patrimonio di entusiasmo e di energie che si è messo insieme in questi mesi.

Quali sono i disegni di legge prioritari che porterebbe in Parlamento in caso di elezione?
Per quanto mi riguarda il numero è infinito, perché è scritto nelle lotte di tanti anni. Penso all’abolizione della legge Fornero, all’introduzione del reddito minimo garantito, alla legge per lo stop al consumo di suolo, a una riforma urbanistica che tolga le città dalle grinfie dei palazzinari. Proporrei immediatamente un provvedimento relativo alla lotta alla corruzione, di cui non si parla più perché con la scusa dell’emergenza immigrazione si dimentica la vera emergenza in cui è immerso il Paese. Poi la ripubblicizzazione dei servizi pubblici a partire dall’acqua, l’abrogazione della Buona scuola, la legalizzazione della cannabis… Di proposte già pronte ne abbiamo qualche centinaio, ma la presenza in Parlamento serve a far sì che i programmi si traducano in lotta, che tutte e tutti trasformino in pratica politica e se necessario in vertenza le proposte che si usano per la campagna elettorale. Il nostro programma elettorale è innanzitutto un programma di lotta e di presa di coscienza di una necessità, quella di legare le proposte alla costruzione di rivendicazioni che coinvolgano tante persone.

20 febbraio 2018

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