15/02/2018 Raffaele Lupoli

Elezioni 2018. Tre domande a… Celeste Costantino, candidata con Liberi e uguali

Un’attività intensa dentro e fuori dal Parlamento quella che ripercorre con il Salto Celeste Costantino, deputata uscente e candidata capolista al plurinominale nel collegio di Pescara-Chieti-Vasto. Politiche di genere, antimafia, riforme, cultura: su numerosi temi si è messa alla prova nel corso della legislatura passata e ora ha la possibilità di giocarsi la partita di un nuovo mandato. Di quello appena concluso si dice “mediamente soddisfatta”, in particolare per le ricadute positive della sua proposta sull’educazione sentimentale nelle scuole, battezzata #unoradamore. “La legge alla fine non è stata votata – ci racconta Celeste Costantino –, ma il fatto di averla incardinata in commissione Cultura e di aver fatto le audizioni e ragionato sugli emendamenti, in un Parlamento e in una società così chiusi, ha dato i suoi frutti. Intanto perché con il contributo di tante e tanti abbiamo dato vita a una battaglia culturale e politica mai fatta prima in Italia, dal momento che nelle precedenti legislature proposte analoghe finivano nel dimenticatoio e non ci si preoccupava di farle discutere. Poi perché, aprendo un dibattito sull’argomento, abbiamo costretto la politica e la società a confrontarsi con il tema. Perfino il riferimento all’educazione e alla parità di genere che si fa nella legge sulla Buona scuola – pur se in maniera del tutto inefficace, sia chiaro – è dovuto a questo lavoro”.

Verso il 4 marzo facciamo “Tre domande a…” candidate e candidati, cercando di tirar fuori qualcosa di buono e utile dall’ennesima peggiore campagna elettorale di sempre.

Le tre domande del Salto a Celeste Costantino.

Lei è calabrese e residente a Roma. L’ha messa in difficoltà il fatto di essere candidata in Abruzzo? Come è stata accettata dagli attivisti locali la sua candidatura al collegio di Chieti-Pesacra?

Disagio sicuramente me ne ha creato, perché siamo da tempo in una fase in cui i territori reclamano la possibilità di scegliere i propri candidati e chiedono che loro siano espressione diretta. Il fatto di essere stata indicata dal partito da un territorio che non mi appartiene né per origine né per lavoro politico e scelte di vita sicuramente mi ha creato problemi. Io comprendo e condivido la necessità che siano le persone sul territorio a scegliere i propri candidati e  a partecipare di più alla loro selezione, mentre anche con questa legge elettorale resta di fatto una prerogativa dei partiti, soprattutto quelli piccoli. Non mi piace invece questo mantra per cui i parlamentari devono essere espressione diretta dei territori. I parlamentari non sono né i consiglieri regionali né i consiglieri comunali. Si devono fare carico dei problemi del Paese e non solo di quelli di un territorio. Capisco che può sembrare che sia un’autodifesa, ma i cinque anni appena trascorsi li ho vissuti così: durante la settimana a lavorare nelle commissioni e in Aula e nei fine settimana in giro per il Paese da Nord a sud, ovunque mi hanno chiamata e ovunque ci fosse una vertenza collegata con il lavoro parlamentare e con il lavoro politico che stavo svolgendo in quel momento. Invece non mi convince affatto l’idea per cui un parlamentare lavora in Aula e poi torna sul suo territorio dando adito magari a logiche clientelari o facendo promesse che non è nelle sue prerogative realizzare.

Detto ciò, l’indicazione della mia candidatura sull’Abruzzo è frutto dell’alleanza elettorale che Sinistra italiana ha fatto con altri soggetti politici e in questi casi è chiaro che si vada in contro in una logica di compromessi e di mediazione. In Calabria, ad esempio, Mdp era più forte in entrambi i collegi alla Camera e si è optato per proporre il mio nome in Abruzzo dove, comunque, come dicevo prima il fatto di aver girato tanto fa sì che avessi già svolto delle attività. Poi il fatto di essere parlamentare uscente mi ha agevolato: lì ho trovato un partito che mi ha riconosciuto il lavoro fatto nel corso della passata legislatura, e infatti ho trovato tante donne e uomini che non si risparmiano in questa campagna elettorale perché Liberi e Uguali ottenga un buon risultato.

Le propongo un gioco: se dovesse trovare in Parlamento e avere un ruolo di governo, o governo ombra, quale sceglierebbe?

La mia esperienza più intesa è quella della commissione Antimafia. Le commissioni bicamerali consentono di fare indagini e avere poteri equivalenti a quelli della magistratura. La possibilità di ascoltare tante testimoniante e l’intenso lavoro fatto con le audizioni, se ben fatto – e devo dire che da questo punto di vista la presidenza Bindi è stata ottima –, offre la possibilità di andare in profondità su tante questioni. Per me, ad esempio, tutto il lavoro di approfondimento su Roma e su Ostia è stato illuminante. Accanto a quella della commissione Antimafia, rifarei anche l’esperienza della commissione Cultura, perché l’ho fatto a inizio legislatura e ho trovato più stimolante e concreto occuparmi di beni culturali rispetto al lavoro, pur utile, nel campo delle riforme costituzionali.

Oltre al disegno di legge sull’educazione sentimentale, lei ha fatto anche approvare un emendamento che prevedeva di usare il 3% delle somme di denaro confiscate alla mafia per il diritto allo studio. Che ne è stato?  E più in generale, cosa pensa che potrà mettere in campo da parlamentare nella prossima legislatura per il territorio dov’è candidata?

Sul 3% in qualche modo è accaduto l’inverso rispetto a #unoradamore. Se sull’educazione sentimentale non c’è la legge approvata ma il pressing ha sortito risultati in termini si penetrazione e contaminazione, nel caso della norma che destina il 3% delle somme confiscate alle mafie per il diritto allo studio abbiamo ottenuto l’approvazione ma poi abbiamo dovuto scoprire noi, con un question time alla ministra Fedeli durante il quale ha ammesso di non essersene mai occupata, che in realtà da cui tanti strumenti avrebbero tratto vantaggio non ha mai trovato attuazione. Un grande scoramento, perché è come se non ci potesse fidare delle istituzioni, che approvano una legge e poi non ne  mettono in pratica i precetti. Senza il mio intervento non ci sarebbe mai posto il tema di andare a recuperare quei fondi. Ora il problema è che la burocrazia legata alla gestione dei beni confiscati potrebbe ridurre l’ammontare del fondo da cui attingere e di conseguenza la cifra per le borse di studio diventa quasi irrisoria.

Sul fronte delle politiche culturali, ci sono due cose molto interessanti che ho trovato nel collegio di Chieti e Pescara. A Pescara è passata, non senza generare una grande discussione in città, la proposta di realizzare un mercatino etnico. Un risultato importante in questo momento in cui si respira un clima di odio e di discriminazione, che andrà valorizzato ed esteso assieme a un lavoro serio su come si gestiscono i flussi e si organizza l’accoglienza in questo Paese. Tutta questa partita per me è sicuramente una priorità.

Nel chietino invece ho avuto l’opportunità di visitare monumenti e territori con enormi potenzialità turistiche ma completamente abbandonati. Anche in questo caso il lavoro da fare vale per valorizzare questo patrimonio ma vale per tutte le aree di valore turistico e culturale non sostenute da politiche adeguate, anche perché l’operato del ministro Franceschini si è concentrato soprattutto sui grandi eventi e sui attrattori turistici, potenziando quello che già c’è ed è in buona salute. Invece c’è un patrimonio di valore altrettanto grande che però non ha la fortuna di avere un territorio circostante capace di valorizzarlo.

15 febbraio 2018

 

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