16/04/2018 Raffaele Lupoli

Il declino inesorabile del carbone e le resistenze degli inquinatori

Tra il 2000 e il 2007 ben 400 morti considerate “anomale”. Tra il 2005 e il 2012 duemila ricoveri, 586 dei quali bambini. Tutti con malattie respiratorie e cardiovascolari, causate probabilmente dalle emissioni della centrale a carbone di Vado Ligure, sottoposta a sequestro nel 2014 e chiusa definitivamente a giugno 2016.

Vado Ligure, centrale a processo
Per i danni probabilmente provocati dall’inquinamento della centrale in provincia di Savona (oggi alimentata a metano) e per non aver monitorato correttamente le emissioni, dall’11 dicembre prossimo saranno sottoposti a processo 26 dirigenti di Tirreno Power accusati di disastro ambientale e sanitario colposo.
La fase processuale si concentrerà anche su uno studio epidemiologico retrospettivo nell’ambito del monitoraggio ambientale e sanitario affidati a Ist San Martino e Cnr di Pisa, non ancora agli atti del processo, che registrerebbe nell’area attorno alla centrale eccessi di casi di tumore e malattie respiratorie. Tirreno Power nega che lo studio confermi il nesso tra le morti premature e l’impatto della centrale a carbone, mentrel al Regione Liguria rimanda a maggio prossimo per conoscere le risultanza definitive dell’indagine.

L’Italia abbandona il carbone?
In Italia sono ancora una decina gli impianti che producono elettricità da carbone, che rappresenta la fonte energetica fossile più inquinante. E il governo uscente ha assunto qualche mese fa l’impegno “politico” ad abbandonare il carbone entro il 2025, adeguandosi almeno a parole a un trend globale dovuto anche all’impatto sanitario e ambientale di questa tecnologia e delle fonti energetiche fossili in generale. Un recente studio pubblicato su Nature valuta intorno ai 153 milioni di morti premature evitate da qui al 2100 se si applicano gli accordi di Parigi puntando su efficienza e rinnovabili e si riducono le emissioni in modo da contenere l’aumento medio della temperatura terrestre entro gli 1,5 o al massimo 2 gradi.

Retromarcia globale
Non è un caso dunque se, per il secondo anno consecutivo, il numero di centrali a carbone in fase di costruzione in tutto il mondo diminuisce, soprattutto in Paesi con economie in accelerazione come Cina e India, come conferma il rapporto Boom and Bust 2018 di Greenpeace, Sierra Club e CoalSwarm. Negli ultimi due anni, registra lo studio, sono calati del 41% gli impianti completati, del 73% quelli in costruzione e del 59% quelli in via di autorizzazione. A questo si aggiungono le centrali chiuse in vari Paesi per un totale di 97 Gigawatt di potenza. Se ne deduce che nel 2022 quella che oggi è una decrescita dell’aumento di produzione, dal 2022 diventerà un vero e proprio calo della quantità di energia prodotta dal carbone, con il sorpasso delle centrali chiuse rispetto a quelle di nuova apertura.

Il colpo di coda delle lobby
Un trend ancora troppo lento per raggiungere gli obiettivi di Parigi (nel 2016 il carbone rappresentava circa il 70% delle emissioni mondiali del settore energetico), ma sufficiente a confermare – spiegano gli autori del rapporto – che il carbone sta per essere archiviato dalla storia, anche grazie alla velocità con cui calano i costi e migliorano le tecnologie delle fonti energetiche pulite. Certo sono ancora tante le incognite e i possibili colpi di coda della lobby dell’energia fossile, che trova ancora un solido alleato nel presidente degli Stati Uniti. Pochi giorni fa, infatti, il Senato Usa ha ratificato la scelta di Donald Trump di nominare numero 2 dell’Epa, l’Agenzia federale per la protezione dell’ambiente, l’ex lobbista dell’industria del carbone Andrew Wheeler.
A poco sono servite le proteste dei senatori democratici, che accusavano Wheeler di essersi adoperato in passato – anche chiudendosi negli uffici di Trump con l’indistria dle carbone – per bloccare le norme a tutela della salute e contro i cambiamenti climatici. La sua nomina è stata accolta con entusiasmo dal numero uno dell’Epa Scott Pruitt, ex procuratore generale dell’Oklaoma amico dell’industria del petrolio e del gas, che sta lavorando alacremente per smantellare le scelte di Obama in materia ambientale ed energetica. Ora avrà man forte anche dall’industria del carbone (nella quale pure si registra qualche crepa, con alcune aziende che si distaccano dai “falchi”). E se dovesse lasciare la carica a sostituirlo ci sarebbe Wheeler, anch’egli una garanzia di ritorno al passato.

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