04/01/2019 Tiziana Barillà

Le città, la ribellione e il coraggio di fare la nostra Resistenza 

«Questo è il secolo delle città, delle città ribelli», ha detto qualche tempo fa Ada Colau. La sindaca di Barcellona non si è limitata a dirlo, ma ha fatto del suo essere sindaca un’esperienza di governo locale reale, di sovranità energetica, diritto all’abitare e non solo.  

Mentre Napoli, Palermo e altre città europee aprono i porti per accogliere i 49 migranti in balìa delle onde da due settimane, riscopriamo il valore del municipalismo. Per via di un braccio di ferro tra nazioni – sulla pelle di essere umani – le navi umanitarie Sea Watch 3 e Professor Albrecht di Sea Eye non possono attraccare in nessun porto europeo. Il che rivela, una volta per tutte, la disumanità delle istituzioni nazionali ed europee. Una cecità comprensibile nella misura in cui per le mega-istituzioni l’umanità non è che un ammasso da ordinare, etichettare e catalogare: europei, extraeuropei, migranti (economici o no), clandestini. A determinare la tua etichetta è il tuo conto in banca, sempre che tu ne abbia uno, altrimenti vai giù in fondo nel girone di chi non esiste. 

In queste ore i sindaci d’Italia annunciano la disobbedienza al decreto Salvini, una legge inumana e pertanto anticostituzionale. A questo punto, però, devo chiedervi un favore: mettete da parte il senso ipercritico che, seppur ragionevole di questi tempi, toglie visione. E rischia di sfociare nel più sterile ‘benaltrismo’. Sì, sono molti e ancora cresce l’elenco dei sindaci e delle città ribelli. Certo, tra loro ci sono sindaci Pd (Reggio Calabria e Bari), sindaci 5 stelle (Livorno e Carrara). Sindaci che continuano a non consentire l’iscrizione all’anagrafe delle persone ‘buttate in strada dal decreto Salvini’. Sindaci che non hanno ancora obbedito all’esito referendario sull’acqua pubblica, sindaci che si limitano a governare le disuguaglianze senza nemmeno tentare di superarle. Tutto vero.

Mi chiedo, però, se non sia arrivata l’ora di chiederci come fare la nostra Resistenza invece di disquisire su come si dovrebbe fare l’antifascismo. Invece di celebrare minuziosamente la Resistenza delle nostre partigiane e dei nostri partigiani, è forse giunto il momento di essere noi stessi partigiani. Vi immaginate se un partigiano anarchico o comunista avesse chiesto a un partigiano cattolico di andare a sparare da qualche altra parte? Probabilmente oggi non saremmo qui a difendere quello che stiamo perdendo. 

Leggo commenti e opinioni sui social, e mi chiedo se riusciremo mai a sganciarci dagli schemi mentali del passato. Se saremo mai in grado di trovare la nostra via per la nostra Liberazione.

Il municipalismo è certamente una strada percorribile. Lo ha dimostrato per quindici anni di governo locale Riace, dove Mimmo Lucano ha saputo costruire un’alternativa a ogni ingiustizia propinata dai ‘piani alti’. Il ‘modello Riace’ è questo: un modello di governo locale, una forma ben riuscita di municipalismo libertario. Il suo limite? Potremmo dire che è lo stesso del “socialismo in un solo Paese”, se rimani il solo presidio di resistenza, prima o poi ti elimineranno, a costo di usare l’artiglieria pesante. Ma intanto un’esperienza preziosa come quella di Riace ci ha insegnato che attraverso il governo locale si può praticare resistenza e alternativa. Si può fare. 

E allora se l’artiglieria pesante non ce l’hai, non c’è altra via che la guerra di guerriglia. Una pacifica guerra di guerriglia, s’intende. Dove decine, centinaia, di comunità autogovernate come piccoli eserciti possano circondare la roccaforte del potere costituito. Dieci, cento, mille “Città futura” che informino i governi che a colpi di decreto non si possono erigere muri nel cuore delle persone. 

La disobbedienza individuale corre il rischio di rimanere arginata nei confini del reato, quella collettiva fa la Storia.

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