18/01/2019 Ilaria Bonaccorsi

La paura che Cesare Battisti non sia stato assicurato a nessuna giustizia

Si dice “assicurare alla giustizia”. Quando una persona che ha compiuto cose ingiuste viene fermato dal farlo si dice così. Si dice che viene “assicurato alla giustizia”. 

Come voi, sono un paio di giorni che leggo e vedo, purtroppo, immagini di Cesare Battisti catturato e “assicurato alla giustizia” italiana, aggiungo. Ho sempre provato grande rabbia contro quelli che per me sono i colpevoli veri, quelli che hanno fatto fallire movimenti come il 68 e poi il 77, quelli che “da sinistra” hanno delirato (non posso usare la parola “teorizzato”, non me la sento) l’uso della violenza come strumento di rivoluzione possibile. Un delirio grave perché distruttivo, perché astratto e disumano e perché ha prodotto il fallimento e poi la fine violenta di una rivoluzione che non solo non è più riuscita ad essere portatrice di emancipazione e libertà ma è diventata brutta. Di piombo, appunto. Ho sempre provato una grande rabbia perché ho visto la fine che hanno fatto i protagonisti. Anche quelli che le armi non le hanno mai imbracciate. Ho visto la fine dei miei genitori. La difficoltà di separarsi, di ricostruire il pensiero, di ricostruire la possibilità di immaginare una ribellione senza violenza. La difficoltà persino di immaginare una cura per quella violenza, per quel pensiero astratto e malato che può portare a vedere nell’uccisione di una persona la realizzazione di un obiettivo o, come dicevano, “l’eliminazione di un nemico del popolo”. Non so bene come spiegarvi, nella mia infanzia di figlia di sessantottini la violenza è arrivata forte a rovinare tutto. È arrivata a rovinare il sogno, lo studio, la ricerca, la condivisione, il collettivo. Il futuro insieme. Ha segnato per sempre l’assurda fine violenta della ribellione contro la violenza di un sistema intero.

La pena, quasi la sofferenza che ho provato guardando le immagini di Cesare Battisti catturato, ammanettato, addormentato su delle sedie con una coperta addosso, accolto in grande pompa, rinchiuso infine in un carcere, hanno stupito anche me. Ho una antipatia innata per chi ha distrutto la mia rivoluzione, eppure è così. Ho provato una pena terribile per la violenza di quell’esposizione, come fosse un cane appena tolettato ad una gara di bellezza, o un clown al circo, o the elephant man, il fenomeno deforme da esporre… ho avuto la terribile sensazione che non fosse stato “assicurato” a nessuna giustizia. Anzi ho temuto che gli venisse imposta una violenza. Che nessuno, neanche il peggiore degli assassini, merita. Perché il principio è questo. Nessuna violenza è giustificabile. Né quella dei cattivi, né quella dei presunti buoni che prendono i cattivi. Nessuna vendetta, nessun dente per dente. Nessun marcire. A violenza vecchia o nuova si risponde con “non violenza” sempre e comunque. La violenza non ripaga nessuna violenza. La moltiplica all’infinito semmai. Questo è il suo solo effetto. E nessuno si salva più, si finisce in una spirale di “non libertà” personale e poi di sistema pericolosissima. 

Marcire nelle carceri di Salvini, il video di Bonafede con la musica e le immagini al rallenty dell’arresto di Battisti, le divise, la gioia, le giornate “indimenticabili” persino, e un uomo appesantito, fallito da anni, interrotto. Nessuna sensazione di giustizia. Solo una follia brutta. E un filo di paura che ha ben descritto Adriano Sofri. Un filo di paura per gli ambienti chiusi e per la traduzione di quell’idea pericolosa di giustizia come vendetta, come soddisfazione nel vedere marcire. Come gesto di “gettare le chiavi”.

“Assicurare alla giustizia”, si dice così. E avere, insieme, la sensazione tremenda che in Italia la giustizia non ci sia più. Né per i buoni né per i cattivi. Io ho provato solo questo. Incredulità per l’orrore “indimenticabile” (quello sì) di Bonafede e paura, ancora una volta, per la mentalità di Salvini. Ho provato la paura di vivere in un paese che non è più in grado di “assicurare giustizia” a nessuno. Un paese gravemente ingiusto.

 

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