18/05/2018 Martina Di Pirro

Le donne, i manifesti e la loro Casa. Una storia da difendere

Una mozione, a prima firma 5stelle sotto il nome della consigliera Gemma Guerrini, in cui si prevede l’impegno per la sindaca di Roma e la giunta a «riallineare e a promuovere il “Progetto casa internazionale della donna” alle moderne esigenze dell’Amministrazione e della cittadinanza, attraverso la creazione di un centro di coordinamento gestito da Roma Capitale e prevedendo con appositi bandi, il coinvolgimento delle associazioni». Moderne esigenze non ben indentificate, a scapito di uno spazio che ha segnato la storia del femminismo italiano, offrendo riparo, rifugio e supporto a migliaia di donne che lo hanno attraversato e lo abitano quotidianamente. Una delle esperienze politiche più significative per Roma e per il paese intero, che ha visto ieri le attiviste della Casa Internazionale radunarsi in Campidoglio per protestare contro il voto dell’Assemblea Capitolina.

La struttura di via della Lungara faceva parte del complesso del Buon Pastore ed è fulcro della storia del femminismo da quando, da rudere in stato di abbandono, venne occupato alla fine degli anni ‘80 dal movimento delle donne per diventare abitato, attivo e vitale, sede di iniziative culturali e politiche. Venne ristrutturato e poi gestito come spazio per le donne sulla base di lunghe trattative con le Giunte che via via si sono succedute negli anni. Le stime calcolano che il valore delle consulenze psicologiche e legali per donne vittime di violenza, delle prestazioni svolte nei consultori medici e ginecologici, dei progetti di orientamento al lavoro e delle iniziative culturali oltre alla cura di Archivia una biblioteca ragionata del femminismo italiano e internazionale messo a disposizione di studenti e studentesse per studi e tesi di laurea, ammonta a 700mila euro l’anno. Una cifra che, da sola, basterebbe ad estinguere quasi tutto il debito che viene contestato dalla giunta pentastellata.

Eppure a quarant’anni dalla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza e alle porte il 73esimo anniversario del diritto di voto, le donne si ritrovano ancora sotto attacco. Non solo manifesti che inneggiano alla propaganda anti-aborto, non solo attacchi fascisti ai luoghi simbolo della libertà delle donne, ma una vera e propria aggressione, adesso apertamente dichiarata, anche da parte delle istituzioni che dovrebbero, invece, proteggere quanto conquistato e metterlo a valore.

Un esercizio di memoria collettiva sarebbe necessario, dunque, per ripercorrere la storia delle infinite lotte delle donne che, misura della civiltà e della modernità di un paese, imponendo nel tempo nuove regole, si sono fatte motrici della trasformazione dell’Italia da mondo arcaico a società moderna.

Proprio ieri, infatti, quasi a voler urlare la necessità della memoria come contraltare della cattiva informazione e propaganda, l’UDI (Unione Donne Italiane) ha presentato il progetto di digitalizzazione dei manifesti che raccontano la storia delle donne.

«Un manifesto è un racconto che più di ogni altro descrive un’epoca, le condizioni sociali, i bisogni, le aspirazioni, l’aria del tempo. Sembra quasi dire: questo è stato il nostro Paese, questa la memoria delle donne che lo hanno abitato e che non si sono piegate alle regole dalle quali si vedevano escluse». Così Ilaria Scalmani, dell’archivio centrale dell’ UDI, illustra il progetto di digitalizzazione dei manifesti che raccontano la storia dell’emancipazione femminile in Italia e la lotta per la libertà delle donne.

“Donne manifeste digitali”, questo il titolo dell’iniziativa, tenutasi ieri, 17 maggio, presso l’archivio centrale Udi, che riguarda la digitalizzazione di 680 tra manifesti, documenti dei Gruppi di difesa della donna e materiali clandestini di “Noi donne”. Un insieme di preziosi documenti che, anno dopo anno, riescono a descrivere le battaglie delle donne in Italia, dal diritto al voto all’abrogazione della legge sul divorzio, mettendo insieme la storia politica delle donne nella sua complessità e nel suo continuo movimento.

«Un patrimonio storico, politico e culturale che abbiamo voluto digitalizzare per sottrarlo al deterioramento del tempo» ha affermato Vittoria Tola della segreteria nazionale dell’Udi nel corso della presentazione a cui hanno partecipato anche Micaela Procaccia, dirigente del Servizio Patrimonio della Direzione generale degli archivi, Andrea Mancinelli della Struttura di Missione e anniversari di interesse nazionale Pcm, Linda Giuva, docente di Archivistica Università la Sapienza di Roma, Rosangela Pesenti, Presidente Associazione Nazionale degli Archivi dell’UDI, Fiorenza Taricone, docente di storia moderna Università di Cassino, Anna Villari, docente di Museologia Università Uninettuno, Struttura di Missione anniversari di interesse nazionale PCM, Letizia Di Leo, archivista DigiLab Università la Sapienza di Roma.

«Persino i manifesti sono stati motivo di lotta per le donne, trasformandosi così in oggetti simbolici – continua Ilaria Scalmani – I recenti attacchi all’autodeterminazione delle donne, tradotti in manifesti affissi per la città che mistificano e strumentalizzano i diritti acquisiti, rendono ancora più urgente la valorizzazione e la diffusione di questo materiale».

«L’archivio dei manifesti UDI comprende oltre 1500 pezzi che coprono gli anni dal 1944 al 2015» afferma Vittoria Tola. «Un patrimonio storico e politico, che permette di attraversare i 73 anni non solo della storia dell’Udi e delle donne, ma anche di questo Paese. Si tratta di pezzi unici che mettendo in evidenza i momenti di maggiore attività dell’Unione delle Donne in Italia, le parole d’ordine del movimento, la dimensione nazionale e internazionale, i passaggi generazionali, i linguaggi, i costumi di un’Italia in cambiamento, le reti politiche».

Un’operazione che è molto più di una semplice collezione e che si offre da supporto essenziale per la comprensione del contesto e delle sue connessioni con la storia delle donne. Un’analisi delle parole che, nel tempo, le donne hanno scelto per comunicare e suscitare la volontà di esserci e di rappresentarsi. Dalla Costituente al nuovo millennio, il femminismo non ha mai smesso di esercitare la propria funzione continuando ad aprire conflitti, esercitando la memoria storica che lo identifica come movimento essenziale della resistenza e della libertà, rifiutandosi di far parte di questo impoverimento sociale che tenta di sottrargli i luoghi che da sempre hanno rappresentato una Casa per tutte e tutti. Una battaglia che riguarda una città ed un paese intero, perché l’attacco ai luoghi delle donne è un attacco al cuore della civiltà, intollerabile ed estremamente pericoloso. Una battaglia che viene da lontano.

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