02/06/2018 Martina Di Pirro

Leggere Piero Calamandrei nel giorno della Repubblica

Da quel 2 giugno 1947, quando 12.718.641 di italiani si pronunciarono a favore della Repubblica italiana e la Corte di Cassazione ne proclamò la nascita, la Costituzione è tra le carte più discusse e diffamate della storia dell’uomo. E la voce di Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione – capogruppo dell’Assemblea Costituente, giurista e scrittore, uomo di lucida umanità – pur essendo la più citata, letta, amata, è soprattutto quella meno applicata nel dibattito politico-istituzionale di oggi. «Ciò che soprattutto va messo in evidenza del fascismo è, secondo me, il significato morale: l’insulto sistematico, adoprato come metodo di governo, alla dignità morale dell’uomo: l’umiliazione brutale ostentata come una gesta da tramandare ai posteri, dell’uomo degradato a cosa. […]», dice Calamandrei il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano. «Nel macabro cerimoniale in cui gli incamiciati di nero, preceduti dai loro osceni gagliardetti, andavano solennemente a spezzare i denti di un sovversivo o a verniciargli la barba o a somministrargli, tra sconce risa, la purga ammonitrice, c’era già, ostentata come un programma di dominio, la negazione della persona umana. Il primo passo, la rottura di una conquista millenaria, fu quello: il resto doveva fatalmente venire».

Mettiamola così, allora: il fascismo non venne dal nulla. Non fu per caso che, un giorno, un tale di nome Benito Mussolini si alzò in piedi e dichiarò la fine della libertà. Fu piuttosto un lento processo di disumanizzazione, disinteresse, paura dell’altro. Di umiliazione, corruzione, soffocazione quotidiana, sorda e sotterranea disgregazione morale. Non si combatteva più nelle piazze, dove poliziotti e governanti avevano ormai bruciato ogni simbolo di libertà sostituendolo con la necessità di sicurezza e uomini armati agli angoli delle strade, ma si tentava di resistere in segreto. La resistenza, e con essa la libertà, si esercitava nel buio angusto di certe tipografie, dalle quali dal 1925 uscivano i foglietti clandestini, nell’umidità dei banchi delle università che ancora credevano nell’istruzione critica, nel freddo prepotente e malsano di certe sbarre di prigione da cui risuonavano le voci che tutt’oggi, con non poca difficoltà, si levano ancora tra il vento. Una resistenza sorda ma che per questo fu la più difficile, la più dura, la più tormentata e benedetta.
Dopo venti anni di tentativi, una immensità volontaria di gente umile, fino a quel momento silente e apparentemente immobile a cui era stata impedita qualsiasi azione, decise che era giunto il momento di riprendersi l’aria che era stata tolta. E nel profumo fresco delle montagne, da certe altezze in cui il terrore non può arrivare, nell’ansiosa necessità di sentirsi fratelli e sorelle di una stessa rivoluzione, decisero che era giunta l’ora di porre fine al regime e riprendersi il senso della democrazia. Il senso del governo del popolo. E allora via tutti i tiranni, i privilegiati, gli usurpatori, gli squadristi, gli approfittatori, i corrotti, i forti con i deboli. E via ad aprire le porte ad una Repubblica fondata sul lavoro, sul popolo, sulla libertà e la volontaria collaborazione tra uomini e donne.

Mettiamola così, allora: il fascismo non venne dal nulla e nemmeno la Resistenza. E, dopo di lei, nemmeno la Costituzione. «In queste celebrazioni che noi facciamo della Resistenza di fatti e di figure di quel tempo, noi ci illudiamo di essere qui, vivi, che celebriamo i morti», dice Piero Calamandrei in quello stesso discorso del febbraio ’54. «E non ci accorgiamo che sono loro, i morti, che ci convocano qui, come dinanzi a un tribunale invisibile, a render conto di quello che in questi dieci anni possiamo aver fatto per non essere indegni di loro, noi vivi. […] Noi sentiamo, quasi con la immediatezza di una percezione fisica, che quei morti sono entrati a far parte della nostra vita, come se morendo avessero arricchito il nostro spirito di una presenza silenziosa e vigile, con la quale ad ogni istante, nel segreto della nostra coscienza, dobbiamo tornare a fare i conti. Quando pensiamo a loro per giudicarli, ci accorgiamo che sono loro che giudicano noi: è la nostra vita, che può dare un significato e una ragione rasserenatrice e consolante alla loro morte; e dipende da noi farli vivere o farli morire per sempre».

A settant’anni da quel referendum, in cui votarono per la prima volta anche le donne, ancora non si è deciso se farli vivere o farli morire per sempre. «La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove», affermava Calamandrei nel discorso al salone degli Affreschi della Società Umanitaria, il 26 gennaio 1955. «Bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica». Di quella Carta Costituzionale che contribuì a scrivere, Calamandrei ne amò soprattutto la capacità di rendere gli italiani un popolo in grado di nutrirsi della partecipazione sociale. Uomini e donne capaci di riscoprirsi partecipi di un comune destino, di una comune difesa delle differenze, della pace, delle religioni, della laicità, dell’uguaglianza, della coscienza, della resistenza. Al contrario, l’individualismo e la chiusura, la paura dell’altro da sé, l’assenza di futuro, l’essere privi di dignità e di lavoro, per Calamandrei rappresentavano la massima lontananza dai valori costituzionali. Stato e politica, etica e impegno, responsabilità e senso del dovere erano i pilastri concettuali e culturali.

«La libertà è condizione ineliminabile della legalità; dove non vi è libertà non può esservi legalità», affermava nel libro La Costituzione e la Gioventù l’insigne giurista, uomo attento al fiore che sboccia e alla gentilezza dei gesti, scrittore romantico ma concreto. Chissà cosa direbbe adesso, Calamandrei, dell’attuale panorama della politica italiana.
Illuminante a tal proposito è la raccolta di alcuni tra i suoi principali discorsi, edito da Chiarelettere, dal titolo “Lo Stato siamo noi“: «La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che auguro a voi di non sentire mai (…), ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica».

Mettiamola così, infine: il fascismo non venne per caso, fu un processo di disumanizzazione ed un atto di volontà di un uomo solo. La Resistenza non venne per caso, fu il contributo di uomini e donne che con tanti piccoli gesti si ribellarono all’indifferenza in cui erano stati confinati. E la Costituzione fu la figlia voluta e desiderata di tutti e tutte loro, che insegnarono al mondo intero che una nuova etica della politica era possibile. «Bisogna in tutta Italia spezzare nello stesso modo questa crosta di tradizionale feudalesimo e di inerte conformismo burocratico che soffoca la nostra società: e ritrovare sotto la crosta spezzata il popolo vivo, il popolo sano, il popolo fertile, il popolo vero del nostro Paese: e le tradizioni di saggia e umana equità che esso ha conservato dai lontani millenni». (da Critica Sociale, 5 ottobre 1956).

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