08/11/2018 Carolina de Assis | Gênero e Número

Bolsonaro e la vendetta dei maschi bianchi borghesi in Brasile. Intervista a Sandro Bellassai

Alle ultime elezioni presidenziali in Brasile, i sondaggi hanno mostrato una tendenza che non era apparsa né nel 2010 né nel 2014, quando Dilma Rousseff è stata eletta e rieletta: le marcate differenze di genere, razza e classe nella preferenza elettorale per i candidati di turno, Fernando Haddad, del Partito dei lavoratori (Pt), e Jair Bolsonaro, del Partito sociale liberale (Psl). Bolsonaro, ex militare e apologista della tortura e della dittatura, è stato eletto il 28 ottobre e potrá sedersi sulla sedia di presidente dal 1o gennaio 2019.

La maggior parte degli uomini, persone bianche e borghesi si sono uniti a Bolsonaro, e la maggior parte delle donne, persone di colore e di classe inferiore hanno respinto su candidatura, dicono i sondaggi elettorali. E perché mai? Abbiamo posto questa e altre domande a Sandro Bellassai, storico italiano e professore di storia contemporanea all’Università di Bologna, specialista nello studio delle mascolinità.

Bellassai osserva che “la mistificazione di un patriarcato compatibile con l’uguaglianza è stata finalmente svelata” dalla nuova forza delle donne e delle persone LGBT+ che quotidianamente mettono in discussione la presunta appartenenza esclusiva di uomini bianchi eterosessuali alle posizioni di potere. Per rimanere in questo luogo a cui si sono afferrati per così tanto tempo, essi hanno bisogno di imporre addirittura su proprio linguaggio: anche per questo c’è tanta opposizione dalla parte degli uomini bianchi al potere (come quelli che sono stati appena eletti per comandare il paese) al dibattito sulle questioni di genere, dice lo storico.

Ma ci sono delle fessure, dice Bellassai. “se c’è un’opportunità che un governo misogino, razzista e omofobo può offrire a chi ha intenzione di combatterlo, è quella di favorire potenzialmente alleanze” tra gruppi diversi e anche divergenti “quando il pericolo concreto di perdere la libertà, o la vita stessa, appare molto più importante delle proprie personali divergenze”, dice.

È anche importante costruire ponti con coloro che col tempo vengono a rimpiangere di aver sostenuto il presidente eletto, aggiunge lo storico, sottolineando che “varie persone che in Italia sostenevano il fascismo negli anni Trenta pochi anni dopo morirono combattendo nella Resistenza: non erano idioti che avevano finalmente visto la luce della Verità, ma persone immerse in un contesto complesso, in cui non necessariamente tutto risultava subito facile da vedere,  e in cui non sempre ogni scelta da compiere appariva così semplice e lineare”.

Il Brasile ha appena eletto presidente Jair Bolsonaro, un ex militare che si è fatto politicamente con dichiarazioni sprezzanti su gay, donne e persone di colore e con la difesa della tortura e della dittatura militare. Diversi sondaggi mostrarono che lui aveva più voti tra uomini e persone bianche che tra donne e persone di colore – simile a quello che è successo negli Stati Uniti nel 2016 e ha portato alla vittoria di Donald Trump. Qual è la relazione tra il crescente successo elettorale di questo tipo di discorso in tutto il mondo e l’ideale contemporaneo della mascolinità?

Dato che il genere maschile detiene il potere a tutti i livelli praticamente in ogni società, passata e presente, esiste una relazione diretta e biunivoca fra difesa di un’identità maschile tradizionale e protezione dell’ordine sociale e politico più ampio. Da più di un secolo gli uomini hanno percepito un’ipotetica “crisi” della mascolinità come una minaccia al futuro stesso della civiltà, e hanno molto spesso rappresentato i processi di liberazione come un pericolo per la stabilità della supremazia maschile. Per tutto il Novecento, gli uomini hanno considerato preferibile modernizzare il patriarcato piuttosto che spatriarcalizzare la modernità: purtroppo, sembra che questa soluzione riscuota un certo successo ancora oggi.

Collocando sé stessi al vertice dell’evoluzione umana, gli uomini (bianchi, eterosessuali, più spesso borghesi) hanno costruito retoriche misogine e omofobe che identificavano donne e omosessuali come agenti del disordine, della degenerazione e della decadenza: e dunque li hanno sfruttati come capri espiatori delle incertezze diffuse rispetto al futuro. In periodi di grande mutamento, e soprattutto di crisi sociale ed economica di ampia portata, il richiamo a profili identitari netti e rigidi risulta ideologicamente efficace perché offre sicurezza e intercetta quindi un bisogno diffuso di ordine e stabilità; la mascolinità tradizionale continua così a legittimarsi come uno dei principali guardiani dell’intero ordine sociale, perché ha ancora successo nel presentare i propri obiettivi come obiettivi dell’intera collettività.

Questa mistificazione ideologica deriva anche da un disinteresse di molti uomini nei confronti delle questioni di genere, considerate troppo spesso come affare di poche femministe fanatiche; il travestimento del genere maschile come soggetto neutro e universale può così riprodursi nel silenzio di gran parte del panorama politico maschile. Si tratta però di un equivoco che risulta storicamente pericolosissimo per la democrazia nel suo insieme. Infatti, la causa dei diritti di genere non si iscrive affatto in un orizzonte parziale, che cioè riguarda poche minoranze sottoposte a ingiustizie e discriminazioni: ha invece a che fare con la dimensione della libertà di ogni essere umano in quanto è incasellato gerarchicamente in categorie arbitrarie dell’identità di genere, definite dagli azionisti principali di questo sistema di dominazione (gli uomini eterosessuali), e nessun uomo minimamente progressista può ragionevolmente considerarsi estraneo a questo ordine fondamentale di questioni.

In Brasile, dal giorno del primo turno delle elezioni sono stati registrati decine di attacchi verbali e fisici dai sostenitori di Bolsonaro contro donne e persone LGBT+. Qual è il ruolo degli stereotipi del “maschio”, del disprezzo per le donne e dell’odio nei confronti delle persone LGBT+ nella retorica elettorale e nella pratica politica dell’estrema destra contemporanea? 

Da molto tempo ormai sempre più donne e persone LGBT hanno cessato di subire le gravissime limitazioni di libertà che un ordine patriarcale comporta. La loro ribellione, dissidenza, eterodossia appare particolarmente pericolosa dal punto di vista virilista; rivendicando i loro diritti, esse guadagnano crescente visibilità nelle società contemporanee (in cui forse chiunque, come diceva iperbolicamente Warhol, può ottenere un quarto d’ora di celebrità). Inoltre, la loro stessa esistenza smentisce una rigida ortodossia gerarchica fondata sulla mascolinità tradizionale, e apre le porte a una specie di libero arbitrio delle identità, di pluralismo dei generi su un piede di tendenziale parità. La legittimità sociale del “diverso”, tuttavia, teoricamente basata sul principio progressista dell’uguaglianza, entra in contraddizione con l’assolutezza della legge patriarcale e virilista, che vede ogni “relativismo” come un nemico mortale della propria assolutezza e indiscutibilità. Non è quindi un caso che siano proprio i sostenitori di valori tradizionali e trascendenti – cioè, proprio quei codici culturali che confliggono inevitabilmente con i principi razionali, ugualitari e laici in decisa affermazione dall’Illuminismo in poi – ad attaccare con più violenza ogni trasgressione ai sacri comandamenti della norma virilista.

Una delle linee guida del presidente eletto in Brasile e dei suoi alleati è la lotta contro ciò che chiamano “ideologia di genere” e contro la diversità sessuale, così come l’opposizione frontale all’attivismo femminista, tratto comune ai movimenti di estrema destra in diversi paesi. Perché l’estrema destra è contraria al dibattito su genere e sessualità? 

Spesso i soggetti in posizione di dominio, come ho accennato più sopra, presentano il proprio linguaggio specifico come la lingua naturale e universale dell’umanità. Questo assetto simbolico del potere costituisce una forma di violenza enorme nei confronti dei soggetti “altri” dal maschio bianco, eterosessuale e borghese, perché pretende di cancellare o ristrutturare brutalmente la loro stessa esistenza, il loro stesso pensiero, la loro identità come risorsa autonoma e sovrana. Nella logica patriarcale, questa operazione di assoggettamento violento dell’identità non è soltanto un momento della lotta contro un avversario con interessi concorrenti: è, piuttosto, una necessità senza la quale non si può garantire la riproduzione della supremazia maschile tradizionale, che è fondata precisamente sul presupposto della propria assolutezza e incontestabilità. L’ordine, insomma, deve prevalere sulla libertà: altrimenti, secondo la concezione tradizionalista, il rischio non è solo di perdere le elezioni, ma di spalancare letteralmente le porte all’Apocalisse. Appare importante prendere sul serio questa drammatizzazione del discorso virilista, che non è solo strumentale o propagandistica, ma corrisponde a uno stato d’animo capace di intercettare timori diffusi in tutti gli strati della società, e sostanzialmente basato sul principio di un famoso maschio europeo, un vero sovrano assoluto: «après moi, le déluge!».

In Brasile, le donne sono state all’origine del movimento #EleNão (#LuiNo), che ha portato migliaia di persone nelle strade di varie città del Brasile e del mondo in segno di protesta contro Jair Bolsonaro. Le sondaggi hanno anche indicato la maggiore resistenza delle donne e degli omosessuali a votare per lui. Le donne e le persone LGBT+ sono più refrattarie all’estrema destra rispetto agli uomini e alle persone eterosessuali? Perché i primi resistono più degli ultimi a questi discorsi?

In passato, la crociata storica in difesa dell’ordine patriarcale ha visto la parziale collaborazione anche di alcuni soggetti che di quell’ordine pagavano concretamente il prezzo più alto: donne, omosessuali, uomini “devianti” in generale. Si tratta di una dinamica tipica degli scenari di dominio: anche a livello di sfruttamento di classe, o di sottomissione coloniale più brutale, non è storicamente raro che i dominanti abbiano successo nel convincere la stragrande maggioranza della popolazione che il loro interesse specifico coincida perfettamente con l’interesse di tutti. Una simile situazione è progressivamente mutata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, e un secolo più tardi la contestazione della logica patriarcale, imperialista, omofoba, misogina ha raggiunto la sua massima ampiezza. Schematizzando, è la stessa modernità capitalistica (come già ben vedeva Marx) a generare le contraddizioni strutturali che costringono le società moderne a un continuo superamento dei propri equilibri di potere. Senza un reale rovesciamento delle vecchie e nuove disuguaglianze e ingiustizie, però, un ordine di potere gerarchico è destinato – nell’epoca storica della (teorica) democrazia – a dover nascondere affannosamente le proprie incoerenze e aberrazioni sistemiche. La riproduzione del dominio virilista si basava un tempo anche sulla capacità di rendere invisibile la profonda contraddizione fra la nuova epoca politica dell’eguaglianza e del pluralismo, da un lato, e la riproduzione assiomatica di un “destino” maschile del comando e della supremazia: ma oggi siamo in una fase in cui, grazie alla nuova forza delle donne e delle persone LGBT, tutto questo non è più possibile. La mistificazione di un patriarcato compatibile con l’uguaglianza è stata finalmente svelata. Come nella favola di Andersen, a un certo punto, è stato sufficiente che qualcuno dicesse a voce alta che il Re è nudo, perché quella finzione del potere diventasse di colpo inutilizzabile.

Come “disarmare” il discorso di odio dell’estrema destra contro le donne e le persone LGBT+? E quali sono le forme possibili di resistenza per le donne e le persone LGBT+ di fronte al rafforzamento dell’estrema destra e del loro arrivo nel governo?

Nel film britannico Pride, del 2014, si racconta la storia (vera, a quanto pare) dell’incontro tra un gruppo di gay e lesbiche londinesi e i minatori di un villaggio gallese in lotta contro la Thatcher, nel 1984. Alcune famiglie proletarie del villaggio, alla fine, superano i propri pregiudizi perché capiscono che erano fondati sull’ignoranza, e quindi accettano che possa essere immaginata un’alleanza strategica contro il loro comune nemico politico. Forse questo racconto è un po’ troppo ottimista, e certamente questa non può essere considerata una strategia buona per tutte le situazioni. Ma se c’è un’opportunità che un governo misogino, razzista e omofobo può offrire a chi ha intenzione di combatterlo, è quella di favorire potenzialmente alleanze (anche tattiche e non forzatamente strategiche) superando pregiudizi e settarismi, quando il pericolo concreto di perdere la libertà, o la vita stessa, appare molto più importante delle proprie personali divergenze. Le divisioni fra gli oppositori sono sempre state un’arma decisiva per ogni potere reazionario (come è evidente nella storia del fascismo e del nazismo).

Inoltre, non è meno importante un lavoro critico di decostruzione e denuncia non solo della propaganda e delle menzogne del potere, ma anche delle dinamiche simboliche e identitarie che lo sorreggono nell’immaginario dei suoi simpatizzanti, a livello della base popolare. Rappresentazioni e linguaggi abietti non sono solo disgustosi strumenti di manipolazione, ma hanno una funzione importante nell’economia simbolica del dominio; conoscere e comprendere tale funzione può servire ad acquisire consapevolezza della capacità di consenso delle forze reazionarie, ma anche a vedere più ampiamente le loro incoerenze, debolezze, contraddizioni. Su questa base, diventa poi possibile intensificare il fondamentale lavoro educativo nelle scuole, a tutti i livelli, e aprire dibattiti in ogni occasione di confronto pubblico.

Infine, non credo che sia necessariamente giusto estendere il disprezzo verso i manipolatori della propaganda, dello sfruttamento e della paura anche a tutte le persone delle classi svantaggiate che li sostengono: personalmente, penso che sarebbe un grave errore politico trattare chiunque di loro come individui stupidi e ignoranti, o per forza cattivi e in malafede. I circuiti del consenso politico non sempre hanno a che fare con la “intelligenza” (qualsiasi cosa sia: e io sinceramente non lo so) e l’idiozia o, peggio, con il vizio e la virtù. Più che un approccio morale, credo che sia utile una comprensione profonda dei complessi bisogni delle persone, e delle strategie psicologiche e ideologiche che le hanno illuse e sedotte. Varie persone che in Italia sostenevano il fascismo negli anni Trenta pochi anni dopo morirono combattendo nella Resistenza: non erano idioti che avevano finalmente visto la luce della Verità, ma persone immerse in un contesto complesso, in cui non necessariamente tutto risultava subito facile da vedere,  e in cui non sempre ogni scelta da compiere appariva così semplice e lineare.

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