22/09/2018 Daniele Nalbone

«Mi hanno colpito alle spalle con una mazza»: il racconto di Antonio, ferito dai neofascisti di Casapound

Bari. Il corteo “anti-fascista” e “anti-Salvini” è appena terminato. Sono le 22 quando, da piazza Redentore dove è in corso il concerto che ha chiuso la manifestazione, l’eurodeputata Eleonora Forenza, il suo assistente Antonio Perillo e Claudio Riccio, candidato alle ultime politiche con Sinistra Italiana, si muovono verso la zona universitara e la stazione. Insieme ad altre due ragazze percorrono via Eritrea, una lunga via che, dopo 500 metri, svolta verso destra. Lì, al civico 29B c’è la sede di Casapound. Per tutta la durata del corteo diverse pattuglie delle forze dell’ordine hanno presidiato lo stabile che “ospita” l’associazione neofascista. In quel momento, però, la via è lasciata libera. E proprio all’angolo dove via Eritrea svolta a destra una ventina di camerati sono schierati «con fare militaresco».

«Abbiamo incontrato una ragazza di colore visibilmente agitata che, con il passeggino, veniva verso di noi». Inizia da qui il racconto di Antonio Perillo: quando lo contattiamo telefonicamente è da poco stato dimesso dall’ospedale con una prognosi di 15 giorni a seguito di un ferita alla testa di 8 cm, «procurata da un corpo contundente, forse una mazza» e medicata con una decina di punti di sutura.

«Abbiamo fermato questa ragazza per capire cosa stesse succedendo e ci ha detto che aveva paura a rientrare a casa con il suo bambino». Il suo portone era proprio a pochi metri da quel gruppo di persone che le facevano tanta paura. «Hanno mazze, bastoni e catene». Antonio, Eleonora e Claudio si fermano a parlare con lei. Vengono raggiunti da altri manifestanti, anche loro diretti verso la stazione. Ed è forse quel piccolo assembramento di persone ad aver fatto scattare la “spedizione” dei camerati.

«All’improvviso hanno iniziato a correre verso di noi. E noi siamo indietreggiati per tutelare l’incolumità della ragazza e del suo bambino». Antonio resta qualche metro indietro rispetto al gruppo che si allontanava lungo via Eritrea tornando verso piazza Redentore. «Volevo solo controllare che tutti si stessero spostando in una zona più sicura». Poi, l’aggressione. «Mi hanno spinto contro un muro. Pochi istanti dopo, il colpo in testa. Da dietro». A dimostrarlo c’è la ferita: è verso la nuca. È un colpo alle spalle. E la ferita, lineare, come gli hanno spiegato i medici, «è stata provocata con un corpo contundente. Io ricordo solo di averli visti con mazze, bastoni e catene in mano». Antonio crolla a terra. Eleonora Forenza torna verso di lui e tampona il sangue. Chiamano il 118 mentre il gruppo di manifestanti anti-fascisti torna verso la piazza che ospita il concerto.

La voce si sparge nella piazza e un gruppo di manifestanti corre in loro soccorso. “L’incontro” con i fascisti di Casapound è inevitabile. Ne nasce uno scontro che dura fino all’intervento delle forze dell’ordine che pensa bene, però, di caricare i manifestanti per “difendere” i camerati. «Neanche l’ambulanza hanno fatto passare» ha spiegato Antonio, che è stato soccorso da due infermieri del 118 che lo hanno portato a spalla verso il mezzo «per 400-500 metri». Poi la corsa in ospedale.

«Ho provato a dormire, ma è impossibile» ci spiega Antonio. Ma più del dolore, è la rabbia a tenerlo sveglio. «Non li abbiamo minimamente provocati. Neanche insultati. Con noi c’era una mamma col suo bambino. Era spaventata. Non potevamo metterli a rischio. Per questo ce ne stavamo andando».

Inutile anche le urla verso i camerati che con passo militaresco sono avanzati verso di loro: «Fermi! Ci sono dei bambini» gli abbiamo urlato. Ma niente. «Erano esaltatissimi. Agitavano catene e brandivano bastoni». Ma la cosa assurda, ci confessa Antonio, «è che non c’era nessuno a evitare questa aggressione. La piazza del concerto era piena di camionette. Sulla via che porta alla stazione, dove c’è la sede di Casapound, neanche una pattuglia».

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