26/01/2018 Alexander Damiano Ricci

Bancarotta Carillion: la privatizzazione fallita che potrebbe affossare Theresa May

Nel Regno Unito è successa una cosa grave. E parte della notizia è che non ha nulla a che fare con la Brexit. Lunedì 15 gennaio, la ditta-multinazionale, Carillion, ha dichiarato fallimento, dando di fatto il “La” alla più grande bancarotta nel Regno Unito dalla crisi del 2007–2008.

Carillion è crollata sotto il peso dei circa 3 miliardi di sterline di debiti verso banche, imprese e istituzioni pubbliche del Paese. Tra questi ci sarebbero circa 500 milioni da saldare nei confronti del sistema pensionistico.

Carillion?

Carillion, ex-Tarmac che inglobò Wimpey and Alfred McAlpine, opera nel Regno Unito, in Irlanda, Canada, nel Medioriente e in Nord Africa. Si tratta di una multinazionale “tuttofare”, con più di 40mila dipendenti associati al proprio nome, attiva soprattutto nel settore edilizio e delle infrastrutture.

Nel corso dell’ultimo decennio e in seguito a dei provvedimenti legislativi che hanno messo in atto una strategia generalizzata di esternalizzazioni e privatizzazioni, Carillion si è accaparrata una quantità consistente di risorse pubbliche per la realizzazione di opere e servizi di pubblica utilità nel Regno Unito.

La lista della spesa esatta delle attività e dei progetti e servizi che sono (o, forse, sarebbe meglio dire “erano”) all’“attivo” di Carillion, l’ha fatta Rob Davies and Dan Sabbagh sulle pagine del The Guardian.

Considerando soltanto le attività legate al Sistema sanitario nazionale (Nhs), si parla della:

Poi ci sarebbero le attività legate ai settori trasporto, difesa e sicurezza (incluso alcuni istituti di detenzione), educazione ed energia. Per fare un altro esempio che renda l’idea: Carillion ha vinto recentemente, insieme ad altre aziende “sorelle” del business britannico degli appalti pubblici, un contratto da 56 miliardi di sterline per la costruzione di una linea ferroviaria rapida che dovrebbe collegare alcune delle più grandi città del Paese, la nota HS2. Ad oggi, ci sono 450 progetti-cantieri ancora aperti a nome di Carillion.

Chi sarà colpito dal fallimento di Carillion?

Tecnicamente, Carillion è beneficiaria di commesse statali, ma anche di altre aziende. Di conseguenza, la multinazionale  è datore di lavoro sia di impiegati del settore pubblico, che di quello privato. Il fallimento non colpirà i primi: il governo provvede, almeno per ora, a erogare gli stipendi. Per i secondi invece, vige l’incertezza, anche se una maggioranza di imprese che avevano esternalizzato servizi al colosso hanno confermato le proprie linee di pagamento.

Ma per spiegare quanto sia grave la situazione non basta parlare delle cifre di Carillion e dei suoi dipendenti “diretti”. L’azienda rappresenta infatti un indotto per un “sottobosco” di piccole e medie imprese britanniche.

Sempre secondo il The Guardian, circa 30mila, aziende sarebbero in una posizione di credito rispetto a Carillion. Secondo Suzannah Nichol, di Build UK, la casistica indica che il 18 per cento di pmi collegate a multinazionali di questo livello non sopravvivono all’anno del fallimento della “casa madre”.

Come è potuto accadere?

Negli ultimi sei mesi, scrive Rebecca Long-Bailery, su New Statesman, Carillion aveva emesso tre cosiddetti “profit warnings, ovvero dichiarazioni di “fragilità” finanziaria. Nonostante ciò, da allora, l’azienda era riuscita ad accaparrarsi altri 2 miliardi di sterline di appalti, tra cui anche la già citata linea ferroviaria, HS2.

Secondo la “Strategic Risk Management Policy” del governo britannico, sarebbe compito dell’Esecutivo stesso “etichettare” un’azienda sistemica “a rischio” come tale. Inoltre, il governo dovrebbe appuntare un “ufficiale della Corona” (un emissario governativo) per la gestione dei rapporti tra governo e impresa e per il controllo della bontà dei bilanci di questa ultima. Nulla di tutto questo sembra essere avvenuto. Il Partito laburista ha detto che cercherà di avere delle risposte in merito dalla primo ministro, Theresa May.

Nel frattempo, il governo ha chiesto alla Commissione per i fallimenti (Insolvency Services) di avviare con urgenza un’inchiesta sulla condotta dei vertici dell’azienda. Resta infatti l’interrogativo di come un gigante dell’economia possa essere andato in malora senza che nessuno se ne accorgesse.

In seguito all’annuncio di fallimento, sia Frances O’Grady che Len McCluskey, rispettivamente Segretaria generale della Tuc (Trade union conference) e Segretario generale di Unite (il più grande sindacato britannico), hanno accusato il Governo di non essere pronto a gestire la crisi. Inoltre, O’Grady ha chiesto l’avvio di una task force che si occupi di accertarsi della stabilità della filiera di imprese legate a Carillion.

Tra l’altro, Carillion era stata coinvolta, nel 2015, in uno scandalo legato allo spionaggio di sindacalisti britannici all’interno di alcune multinazionali.

Finora, il governo ha escluso qualsiasi ipotesi di “salvataggio” attraverso risorse pubbliche (bailout), ma, allo stesso tempo, qualsiasi processo di liquidazione resta, per il momento, avvolto dall’incertezza.

La notizia nel contesto politico UK

Karel Williams, un docente dell’Università di Manchester citato da Der Spiegel, ha affermato che imprese come Carillion costituiscono un’anomalia perché, nel corso degli anni, si sono trasformate da aziende edili in generici “conglomerati per l’esternalizzazione”.

In un pezzo di analisi pubblicato da Independent, Hazel Sheffield ha spiegato che Carillion, al pari di molti istituti di credito coinvolti nella crisi finanziaria del 2007–08, è diventata too big to fail — si tratta di un modo di dire inglese per indicare attori dell’economia che, a causa del loro volume di affari, diventano sistemici. Questi ultimi “non possono di fatto fallire”, senza tirare nel baratro l’intero mercato.

Ma come ha fatto Carillion a diventare “too big to fail? Hazel spiega che la multinazionale fa parte di quello che si può chiamare uno “stato ombra” (“shadow state”), ovvero un gruppo di grandi imprese che, all’ombra dell’attenzione pubblica, hanno ottenuto commesse per gestire e realizzare servizi e opere di interesse pubblico. Oltre a Carillion, fanno parte di questo ristretto circolo, realtà come G4S e Serco.

Tecnicamente, i contratti che legano il Governo e queste grandi aziende si chiamano private financial initiatives (pfi). Si tratta di uno dispositivo specifico che, di fatto, sostanzia ciò che genericamente viene definito “privatizzazione”.

Vale la pena ricordare che lo European services strategy unit, un gruppo di ricerca con focus “giustizia sociale”, ha recentemente acceso un faro sul legame tra linee di credito legate alle pfi e le attività di fondi off-shore.

Nazionalizzazioni, welcome back

Conseguentemente, il caso Carillion ha portato nuovamente all’attenzione dei cittadini lo storico dibattito sull’opportunità di affidare a privati servizi di pubblica utilità (qui un appronfodimento dell’Institute for Government).

Richard Seymour ha descritto in maniera brillante e sintetica gli ultimi 30 anni di politica delle privatizzazioni made in UK. Lanciata dai governi Thatcher negli anni 80, questo approccio di policy è stato sviluppato senza soluzione di continuità significativa dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown (è negli anni 00 che nascono i pfi), prima di diventare, ancora una volta, il marchio di fabbrica dell’era Cameron. Ora però, potrebbe essere arrivato a un punto di svolta.

In un editoriale pubblicato da The Guardian, John Mac Donnell, deputato del Labour, nonché ministro ombra dell’Economia, ha colto al balzo il caso Carillion, affermando che non ci saranno più sottoscrizioni di pfi nel caso di un futuro governo laburista. Sulla stessa testata giornalistica, Simon Jenkins, un editorialista di estrazione conservatrice, ha scritto invece che il problema non sarebbero le privatizzazioni in sé, quanto la natura specifica dei contratti pfi, contraddistinti da ritardi cronici negli esborsi statali e influenzati da favoritismi reciproci tra business e governo.

Da Carillion a Downing Street

Intanto, Jeremy Corbyn, il Segretario generale del Labour, ha definito il caso Carillion “uno spartiacque” per il Paese. Il Segretario generale dei laburisti è stato protagonista di un duro scambio di domande e risposte prioprio con la primo ministro, Theresa May, settimana scorsa, in occasione del consueto appuntamento Q&A al Parlamento britannico.

Del resto, l’opposizione ferma a qualsiasi forma di privatizzazione e il conseguente ritorno a una politica di nazionalizzazioni di settori chiave dell’economia, è una delle componenti essenziali della “politica semplice” ed efficace di Corbyn, Oltremanica.

In secondo luogo, c’è la critica serrata alle politiche di austerità degli ultimi 10 anni di conservatorismo. Queste ultime giocherebbero, inoltre, un ruolo fondamentale nello spiegare il crollo stesso di Carillion: la costante riduzione dei flussi di risorse con cui il governo ha finanziato le attività esternalizzate, avrebbe messo in difficoltà le imprese private a cui era stato dato il compito di erogare i servizi.

In un’intervista, Robert Peston, noto giornalista britannico che ha documentato gli anni del Labour di Blair e Brown, ha affermato che Jeremy Corbyn riuscirà ad arrivare a Downing Street proprio grazie alla semplicità delle sue proposte. Sebbene Peston non creda che si possa risolvere tutto “tramite il pubblico”, le proposte di policy di Corbyn riscuotono una grande eco perché comprensibili ed ancorate a episodi di attualità che sono sotto gli occhi di tutti.

Al nucleo concettuale del pensiero “corbynista” — che, in fondo, non propone nulla di nuovo rispetto all’impianto storico della sinistra socialdemocratica di un tempo e che oggi viene rinominata “radicale” — va aggiunta un’abilità inaspettata di Corbyn stesso. Ovvero, quella di sfruttare gli eventi tragici che si stanno susseguendo nel Regno Unito per rendere “popolare” un armamentario concettuale e linguistico che risulterebbe ostico, ai più.

In questo senso, Carillion rappresenta soltanto uno degli esempi rilevanti. Ma lo stesso si potrebbe dire per il caso del rogo della Grenfell Tower, in cui morirono anche due giovani cittadini italiani. In quel caso, Corbyn fu abile a legare un evento scioccante alle politiche di deregolamentazione in ambito edilizio.

Corbyn si distingue dal resto delle forze di centro-sinistra e di sinistra radicale in Europa proprio per questa “semplicità comunicativa”. In un’intervista pubblicata su ilSalto, il sociologo tedesco, Michael Hartmann, ha affermato che, grazie alla sua radicalità di pensiero e comunicativa, Corbyn — alla stregua di Thatcher, la sua nemesi — potrebbe scatenare una rivoluzione tra le élite del suo Paese e non solo.

La bancarotta della multinazionale britannica potrebbe suonare come l’ultima nota di un carillon che accompagna il Labour verso l’insediamento a Downing Street, a 20 anni dall’ultima volta.

Per approfondire il caso Carillion:

Capitalism’s new crisi: after Carillion, can the private sector ever be trusted? – The Guardian

Carillion Q&A: The consequences of collapse and what government should do next – The Conversation

PFI has been a failure – and Carillion is the tip of the iceberg – The Conversation

 

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