09/08/2018 Ilaria Bonaccorsi

L’amore capovolto di Corrado Fortuna e quello infinito di Riace

«Ero diventato quelle lettere. Ero tutti i film di libri che avevo letto quell’anno, tutto quello che avevo imparato in quella ex fabbrica occupata e che puzzava di fumo a Gavinana. Ero i sit in, le idee, gli slogan urlati, la curiosità è la voglia d imparare, ero Mumia Abu-Jamal, ero lo studente lavoratore che scriveva qualche articolo sul giornale universitario, ero le lotte per l’istruzione veramente pubblica e per tutti. Ero la Pace che chiedevamo tutti i giorni urlando nelle piazze, ero la contraddizione delle volte che i cortei finivano in violenza, ero tutte le immagini che vedevo nei telegiornali, ero le navi piene di migranti dall’Albania, ero le bombe che continuavano a scoppiare, ero la memoria di quelle scoppiate anni prima, ero con i ragazzi dei lenzuoli bianchi a Palermo. Ero io, da solo e con altri centomila. Stavo cercando di capire chi ero io innanzitutto, cosa mi importava realmente, come e se mi interessava contribuire in qualche modo a far girare questo pianeta su cui ero finito per caso. Stavo cercando di capire chi erano i miei simili. Ma soprattutto avevo capito la cosa più importante di tutte: che il dolore, quello dei cuori spezzati, quello che non ci dormi la notte, che fa male come un pugno, quello che si dice sia simile a un lutto, invece non è un simile a un lutto per niente. E lo sapete perché? Perché tutti i dolori dei cuori infranti, tutti, anche quelli più schifosi e dolorosi poi, incredibilmente, a un certo punto, senza che te lo aspetti, quando ormai hai dato per scontato che quel dolore sia una condizione di vita, una costante, un compagno di strada, ecco, quel dolore lì poi passa. Non c’è più. Affanculo pure lui. Siamo pronti per ricominciare, per godere, gioire e poi forse per ripiangere e ridisperarci, chissà».

Se dovessi dire quale pagina de L’amore capovolto di Corrado Fortuna ha preso tutto il mio cuore, direi questa. Il resto conta meno. Più complesso dirvi perché invece. Forse è quello che ho visto. L’ho visto a Riace pochi giorni fa. Ho visto la differenza tra la vita e la morte. Tra il dolore di cuori infranti, per quanto schifoso, e un lutto. Ho visto il tempo e la trasformazione del dolore. Ho visto vite che avevano scampato la morte e superato quel dolore lungo vent’anni. Ed erano diventate una e centomila. 

Nessun modello è perfetto. Riace non è perfetta, deve vivere ancora tanto. Eppure a Riace dolori “schifosi” di cuori infranti sono passati. Affanculo tutti, scrive Fortuna. Sono diventati una e centomila vite. Io ho visto questo. Non riesco a raccontarvi di modelli, di accoglienza e di integrazione. Io ho visto vite nuove. Dolori nuovi. E «non è simile a un lutto per niente». Questo vuol dire accogliere e integrare? Se vuol dire questo, scampare la morte, superare i dolori portati con sé, diventare una e centomila vite, Riace accoglie e integra.

Il libro di Corrado Fortuna racconta di Giacomo e Marta e delle lettere di Tino e Adele che “capovolgono” la vita di Giacomo. 

«Ciò che abbiamo iniziato a costruire insieme è stato in piedi fino all’ultimo respiro per me. E per te, be’, credo e spero che non mi dimenticherai mai. Sii libera amore mio, fuori e dentro di te. Sii libera per tutta la vita. Con infinito amore, tuo Tino». Così scrive per l’ultima volta Tino alla sua amata Adele, così mi sembra mi abbia detto con gli occhi stanchi il sindaco Mimmo Lucano salutandomi. ‘Sii libera per tutta la vita’. Con infinito amore. Perché alla fine questo è Riace, infinito amore. Questo ho visto. 

Corrado Fortuna dice che Riace è “una utopia realizzata”. Io non lo so se sia così, so solo che a Riace ho visto una uguaglianza diventata libertà. Ho visto centinaia e centinaia di persone che sembravano proprio dirmi: «Siamo pronti per ricominciare, per godere, gioire e poi forse per ripiangere e ridisperarci, chissà». Ho visto una libertà fatta così. «Fino all’ultimo respiro per me», scrive Tino ad Adele.

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