29/11/2018 Ilaria Bonaccorsi

L’amica geniale e la storia presente

C’erano una volta i poveri che non studiavano anche se erano bravi. E poi c’erano i ricchi. Cattivi e spesso stupidi che andavano a scuola anche se non erano bravi. Martedì sera sette milioni di persone hanno guardato sulla rete maestra della Rai, L’amica geniale. Serie tratta dall’ormai mitico romanzo di Elena Ferrante. Io ero tra quei sette milioni. Mi interessa poco disquisire sulla fedeltà nella trasposizione televisiva del romanzo o della regia di Saverio Costanzo… mi sono chiesta invece, per tutto il tempo, se i miei compagni di visione (i sei milioni 999mila spettatori oltre me) riflettessero su tutto quello che stiamo rischiando. La storia, per i pochi che non la conoscono ancora, racconta di due bambine Lila e Lenù, poverissime, di cui una geniale, che diventano molto amiche. Amiche per la pelle.

 

Il contesto è degradato e violento come può essere quello di un rione napoletano, c’è una maestra che intuisce l’intelligenza della più povera delle due – completamente autodidatta -, c’è un primo libro comprato insieme (invece di ricomprarsi due bambole), Piccole donne. E c’è la promessa di scriverne uno insieme presto. Un libro che le avrebbe fatte diventare ricche. Scrivere un libro le avrebbe rese ricche e libere dalla violenza che vivevano. C’è l’esame per conquistare la licenza di quinta elementare e l’esame per accedere alle scuole medie inferiori. E c’è l’impossibilità di studiare per ‘l’amica’, benché geniale. Una storia d’altri tempi, o almeno filmata e realizzata come fosse d’altri tempi. E mentre lo guardavo oltre alle lacrime per la violenza di una madre che vuole la figlia uguale a sé. Fallita. O di fronte a un padre che non concepisce che una figlia studi perché ‘femmina’, pensavo a tutto quello che rischiamo oggi. E a quanto sia di nuovo vicino tutto questo. Il non senso della violenza quotidiana, lo svuotamento di senso del sapere (dai famosi “professoroni” tanto odiati da Renzi…), l’abbandono ideale e materiale della scuola come luogo di principio. E di futuro. Studiare perché e per cosa? Sono tornati a chiedersi i genitori che non ce la fanno. Alterniamo la scuola al lavoro sono tornati a “costruire” i politici che non immaginano più un altro modo e un altro mondo. O, peggio, non lo vogliono. Perché tanto rimaniamo sempre gli stessi. Con o senza la possibilità di conoscere.

Quando l’amica geniale vuole convincere l’amica a realizzare l’impresa di scrivere un libro insieme (che le avrebbe rese ricche, -pensiero persino buffo per i nostri tempi-), le dice una frase che a memoria recita più o meno così: la testa è come un cesto pieno di parole, basta tirarle fuori. Quell’attimo per me è meraviglioso. La certezza granitica di avere in testa un mondo pieno di parole che liberano mi è sembrata una di quelle idee “universali” che valgono a ogni latitudine geografica e sociale. Di quelle idee granitiche che già da sole liberano. Non siamo vuote tavolette di cera da riempire, siamo cesti pieni di parole da tirare fuori, semmai.

Eppure la storia del cesto pieno, mai come oggi, mi è sembrata una storia d’altri tempi. Preistoria quasi.

I nostri di tempi sono fatti di cifre da capogiro di abbandoni scolastici, al sud i giovani che abbandonano prematuramente gli studi superano il 20% (non ci fosse l’Europa che ci sanziona non ce ne accorgeremmo neanche), di fughe e di diperazione. Certamente sono fatti di governanti che non chiedono nulla alle nostre teste e non danno nulla alle nostre teste. Non ci chiedono parole, ne poche né tante, che ci liberino dalla violenza materiale e immateriale. Non ci propongono riscatto o trasformazione. Al limite risentimento e una qualche forma di vendetta, ogni volta la sua. Contro lo straniero che ruba, la donna che tradisce, persino la donna che si libera, il bambino svogliato o quello irrequieto (meglio lavori, allora). La soluzione non è mai conoscere per cambiare la propria condizione e il mondo. La soluzione non è mai quel valore, non lo ha mai.

L’amica ‘geniale’, quella poverissima, dopo essere stata materialmente scaraventata dal padre fuori dalla finestra perché voleva continuare ad andare a scuola, il libro lo ha scritto. E nella storia è bellissimo.

Mentre martedì scorso guardavo le prime due puntate de L’amica geniale, mi chiedevo se quei 6 milioni e 999mila che lo guardavano come me si rendevano conto di quello che rischiamo, della violenza sottile o meno sottile che viviamo ogni giorno. Mi chiedevo se guardando le immagini, ritrovavano se stessi in quella violenza quotidiana, e anche se in qualche angolo del loro “cesto” mentale c’erano le parole di Lila. Mi chiedevo se ricordassero un’amicizia d’infanzia che li aveva salvati, fosse stata una maestra o un’amica. Mi chiedevo, anche, se ancora oggi qualunque cosa o affetto rappresentasse per loro una salvezza materiale o immateriale. O se invece quelle immagini che scorrevano erano solo una storia d’altri tempi, tempi lontani da loro, di cui non riconoscevano nulla. Neanche una vecchia scuola che li aveva cercati.

Perché invece la mia grande tristezza, alla fine di tutto, è stata sentire quel furore “vero” (non manierato, non accademico, non imposto e imponibile, non truffante…) per il sapere, per la scrittura, per la conoscenza, per la lettura, per la scoperta insieme e poi pensare subito ai suoi assassini. A tutti i suoi assassini.

«Avevo capito che ogni disobbedienza di Lila portava a inaspettate scoperte mozzafiato», dice Lenù.

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