08/10/2019 Tiziana Barillà

«Exijamos lo imposible». 52 anni senza Ernesto Guevara, 52 anni di guevarismo

Il Che – diciamocelo – è diventato una specie di rockstar, di quelle osannate ma delle quali spesso non si conosce nemmeno una canzone. Uno dei personaggi più conosciuti della storia del Novecento e, al contempo, uno dei più sconosciuti. Digitando “Che Guevara” su google si possono scovare migliaia di testi, documenti, canzoni, documentari. E, ancora, decine di colpi di scena, segreti rivelati, scoperte sulla vita privata sua e della sua famiglia. Una sorta di “gossip guevarista” scortato da una popolare quanto pericolosa enfatizzazione della sua immagine, ormai divenuta un brand.

Una faccia, più o meno stilizzata, che sventola spesso – troppo spesso – su maglie e oggetti di ogni tipo: bandiere inconsapevoli di un patrimonio culturale e politico ignorato. Così, negli anni, la sinistra, in particolare quella italiana, lo ha di fatto archiviato. E discutere del Che, ricordarlo o anche solo citarlo è diventato un fatto “anacronistico” se non “ridicolo”, una roba da “ragazzini” un po’ come indossare la kefiah, mettersi un basco in testa e un sigaro in bocca.

Intanto la destra, quella estrema, ha preso a usarlo e abusarlo. Nel 2009 CasaPound ha svolto un’iniziativa dal titolo: “Aprendimos a quererte” – hanno imparato ad amarlo… loro – per rendere omaggio a Che Guevara, si legge nel loro invito: «CasaPound si appresta a celebrare la figura del Che e, con esso, la memoria della destra rivoluzionaria. In confronto aperto con la sinistra radicale». Nel frattempo, il Che, lo abbiamo continuato a incrociare sulle magliette ma anche su portachiavi, adesivi, spille e spillette di ogni sorta, felpe, accendini e sigari. Insomma, su una serie infinita di gadget.

Ma il fatto è che Guevara non è un disegno né un personaggio immaginario, non è un santino né tantomeno un santo. È stato un rivoluzionario, un pensatore, un viaggiatore e, principalmente, un essere Umano.

In questo 9 ottobre 2019 contiamo i 52 anni dal suo assassinio da quel giorno in cui il soldato Mario Terán riceve l’ordine di sparare e uccide il comandante Guevara dentro la piccola scuola di La Higuera, in Bolivia. Mezzo secolo senza Ernesto Guevara in carne e ossa, mezzo secolo di guevarismo. Guevara ci ha lasciato in eredità un pensiero politico originale e compiuto, una teoria rivoluzionaria fondata sull’azione coerente e sempre umana. È un marxismo critico, attivo e mai passivo, quello guevarista, che si nutre e alimenta di internazionalismo: posizione controcorrente nell’epoca in cui prevaleva una politica di stampo nazionalistico, quella della costruzione del socialismo in un solo Paese attraverso la strategia delle “unità nazionali antifasciste” e dei movimenti di liberazione nazionale.

Oltre la memoria del Guerrillero Heroico, oltre il ricordo del giovane latinoamericano che parte per il continente e scopre l’internazionalismo come via per la liberazione dei popoli dall’oppressore imperialista. Il 39enne Guevara, assassinato nel tentativo di proseguire in quella Rivoluzione già vinta a Cuba, ci consegna un pensiero politico compiuto e mai ereditato fino in fondo. Esempio e avanguardia, ricerca e costruzione dell’Uomo nuovo, Rivoluzione che non può auto-completarsi con il socialismo in un solo Paese.

Il guevarismo è una teoria-azione in continua evoluzione, un pensiero in evoluzione permanente che fa dei suoi mutamenti la sua coerenza. Come quando Guevara prende le distanze dall’Unione Sovietica e consolida la sua critica al socialismo reale di stampo sovietico. «[I sovietici] mercanteggiano il loro appoggio alle rivoluzioni popolari a beneficio di una politica estera egoista, lontana dai grandi obiettivi internazionali della classe lavoratrice. (…) Non può esistere il socialismo se nelle coscienze non si opera un cambiamento, che suscita un nuovo atteggiamento fraterno nei confronti dell’umanità», dice Guevara senza mezzi termini durante il secondo seminario afroasiatico, nel 1964. Un passaggio decisivo per quello che sarà il suo ultimo pezzo di vita.

Il fil rouge che percorre il guevarismo è appunto questa forma di teoria-azione: così come da rivoluzionario Guevara combatte, studia e propone una teoria, da dirigente politico attua i principi e i valori in cui crede. Il guevarismo si dispiega come l’interpretazione pratica della realtà definita ideologicamente. Come una lettura del sistema politico ed economico mondiale, che viene ancora oggi confermata dai fatti. Ciò che poteva apparire un azzardo all’epoca di Guevara è oggi sotto gli occhi di tutti: il neocolonialismo, quella grande alleanza tra latifondo locale e imperialismo straniero allo scopo di creare il colonialismo economico, è divenuto sempre più cinico e selvaggio. È un pensiero, il guevarismo, che non si ferma alla lettura e alla critica della realtà, che non si limita alla teoria della contrapposizione e dell’anti, ma che trova l’elemento propulsore del cambiamento nella lotta attiva all’imperialismo e nella costruzione del socialismo che deve necessariamente muovere verso l’obiettivo di una società comunista. E cioè di una società in cui viene abolito lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo in favore della costruzione di un Uomo nuovo.

Ripercorrere la vita di Guevara significa attraversarne vittorie e sconfitte. La gloriosa Rivoluzione cubana e la lezione della ritirata dall’Africa. E ripercorrere il pensiero politico di Guevara significa evidenziarne affinità e contrapposizioni rispetto ad altri pensieri politici: la scoperta marxista, l’originaria affinità emotiva con l’Unione Sovietica di Stalin e la sua successiva critica, l’interessamento per Trotsky soprattutto in merito alla rivoluzione permanente, l’ammirazione per Mao e la Rivoluzione culturale, l’eredità degli eroi latinoamericani, come José Martí e Simon Bolivar.

Se proprio dobbiamo individuare un concetto che da solo possa rappresentare l’anima del guevarismo possiamo servirci dell’autenticità: quella qualità umana per cui un uomo dice ciò che pensa e agisce coerentemente con quanto detto. In definitiva, il guevarismo si concretizza nel momento in cui il Che smette di pensare la Rivoluzione e la fa, per poi riprendere a “pensarla”. In una realtà definita ideologicamente che può essere sintetizzata con «Seamos realistas, exijamos lo imposible».

Un Don Chisciotte della Realtà. «Ho deciso di portare a termine prima le cose principali, battermi contro l’ordine delle cose, scudo al braccio, tutto fantasia, e poi, se i mulini non mi avranno rotto la testa, scrivere». Ernesto Guevara cita spesso il Don Quijote di Miguel de Cervantes e descrive se stesso come un cavaliere errante. Realismo e pragmaticità non escludono un sano romanticismo rivoluzionario. È questa l’unicità di Guevara: non perdere mai, né in campo di battaglia né dentro i panni di ministro, la connotazione ideologica della continua e coerente ricerca dell’utopia. Un romanticismo rivoluzionario che non va confuso in nessun caso con una visione velleitaria, intesa come impossibile e irrealizzabile. Anzi, il rivoluzionario mosso da grandi sentimenti d’amore, nel suo obiettivo libertario di trasformare la società, diviene realtà con Guevara. E così, narrare le gesta di un Don Chisciotte significa dire l’indicibile, servirsi della caricatura per affermare in maniera sopportabile quanto di più intollerabile accade nella società. Perché gli occhi e la coscienza di Don Chisciotte – per dirlo con il poeta León Felipe – «vedono e organizzano il mondo non così com’è, ma come dovrebbe essere. Quando Don Chisciotte prende l’oste malandrino per un cavaliere cortese e ospitale, le prostitute sfacciate per bellissime donzelle, la locanda per un alloggio decoroso, il pane nero per pane bianco e il fischio del porcaro per una musica di benvenuto, dice che nel mondo non ci devono essere né uomini malandrini né amore mercenario né cibo scarso né alloggio fatiscente né musica orribile».

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