il Salto – Blog di transizione

Tiziana Barillà e Marina Zenobio

Stupri, un anno fa il caso Melito. Non se ne parla più e qualcuno prova a giustificare

Sgomento e indignazione. Ne sono piene le pagine di giornali, telegiornali e social per lo stupro di Rimini e per gli altri su cui cui quello stupro ha momentaneamente acceso i riflettori. E gli stupri di ieri? Un anno fa, ricorderete, veniva alla luce la storia di una bambina di Melito Porto Salvo, Reggio Calabria, che dall’età di 13 anni e per due anni ha subito i ripetuti stupri, le minacce e le vessazioni di un branco di giovani italiani, bianchi e benestanti. Il più grande di loro, è il figlio di un boss locale. Per anni la comunità di Melito non ha visto né sentito nulla riguardo l’orrore che stava subendo una sua “figlia”, probabilmente la presenza di un rampollo della ’ndrina Iamonte tra gli stupratori ha chiuso bocca, occhi e orecchi a tutti. Per giorni le pagine dei giornali e gli schermi delle tv sono stati inondati dei dettagli di quella vicenda, anche quella volta. In riva allo Stretto, era l’autunno del 2016, si diede vita a una manifestazione contro la violenza sulle donne e arrivarono a portare la loro solidarietà e indignazione decine di rappresentanti istituzionali. Con Laura Boldrini, Maria Elena Boschi e Rosi Bindi in testa. Un anno dopo quell’attenzione si è del tutto assopita.

«I carnefici in questa triste storia risultano essere le vittime […] perché nessuno ha ascoltato il loro dolore, di non essere amati, di sentirsi ricoperti di cose, di attenzioni, premure, ma non di bene». Lasciano tutti a bocca aperta le parole di Giuseppe Zavettieri che rompono l’oblio in questo anniversario. Per Zavettieri, dirigente provinciale e segretario del locale circolo dei Giovani Democratici. Preso dalla premura verso gli stupratori – secondo lui divenuti tali perché ragazzi viziati e carenti di affetto – Zavettieri si scorda completamente la ragazzina stuprata, che svanisce nel nulla. L’attenzione, piuttosto, la concentra sulla necessità e l’importanza di politiche a sostegno dei giovani, e lo scrive e rivendica da «componente della Commissione “Politiche Giovanili” della Città Metropolitana di Reggio Calabria», scrive così nella firma in fondo alle sue dichiarazioni l’astro nascente del Pd locale. Peccato, però, che il vicesindaco della Città Metropolitana di Reggio Calabria, Riccardo Mauro, nel condannare le sue parole come «molto gravi. Parole che hanno un peso, soprattutto se coinvolgono una giovane donna che porterà per sempre dentro di sé il segno indelebile di una violenza terribile», lo abbia anche smentito, precisando che «Zavettieri non fa parte di alcuna commissione dell’Ente Città Metropolitana». Insomma, nessuno si è preoccupato di verificare la fonte, ma tutti da queste parti hanno pubblicato. Quelle parole hanno fatto rapidamente irruzione sui media e in città, e anche a Melito.

«Lo stupro non ha e non può avere giustificazioni, voler cercare a tutti i costi la giustificazione sociale del disagio che sminuisca il comportamento di questi carnefici è inaccettabile». Non Una Di Meno Reggio Calabria è su tutte le furie: «Dietro le affermazioni di Zavettieri c’è la stessa cultura maschilista e sessista che cerca di ribaltare quel che accade, di sottrarre o attribuire una ‘morale’ che trasforma la donna in imputata che deve difendersi. Quella stessa cultura del ‘se l’è cercata’ che porta a tutti i costi a trovare una giustificazione alla violenza e allo stupro che abbiamo sentito, velatamente ma non tanto, nelle dichiarazioni ‘a caldo’ di alcuni abitanti di Mèlito come da quelli di San Martino di Taurianova nel caso di Anna Maria Scarfò».

Dobbiamo andare ancora più indietro nel tempo per ricordare la vicenda di Anna Maria Scarfò, anche lei appena una ragazzina di 13 anni quando rimane vittima degli abusi di un “branco” di suoi compaesani. Per anni, a San Martino di Taurianova, sulla sponda opposta del Reggino, nella Piana di Gioia Tauro. Nel 2002, Anna Maria trova la forza di denunciare, lo scandalo coinvolge e sconvolge l’intero paese, che sapeva ma aveva taciuto. Una “Malanova”, una brutta notizia, così chiamavano in paese Anna Maria, e così oggi si intitolano la biografia e lo spettacolo teatrale a lei dedicati. Dopo quella denuncia, Anna Maria e la sua famiglia conoscono le intimidazioni e le minacce di morte. Ci sono voluti 14 anni perché i suoi aguzzini fossero condannati. Anche il parroco del paese al quale la ragazza si era rivolta per chiedere aiuto è stato condannato per falsa testimonianza. Anna maria e la sua famiglia oggi vivono in una località protetta. È la prima donna a cui lo Stato ha riconosciuto la protezione per la legge sullo stalking

«Come è stato allora per Anna Maria, oggi seguiamo con attenzione la vicenda di Melito a cui esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza», dice Antonella Tassitano della Collettiva AutonoMìa – Non Una di Meno Reggio Calabria. «Finora non abbiamo avuto alcun contatto diretto con la ragazza, che adesso ha 17 anni, ma cerchiamo di tradurre la nostra solidarietà in ogni forma possibile, anche in previsione del processo che si terrà a breve». Il prossimo 11 ottobre avrà inizio il processo per nove persone (tra cui un minorenne) che dovranno rispondere a vario titolo alle accuse di violenza sessuale aggravata, atti sessuali con minorenne, detenzione di materiale pedopornografico, violenza privata aggravata, lesioni personali aggravate, atti persecutori e favoreggiamento. Alla sbarra gli imputati il “branco” di Melito Porto Salvo: Giovanni Iamonte, 31 anni, figlio del boss Remingo Iamonte; i 23enni Davide Schimizzi, Pasquale Principato e Michele Nucera, i 22enni Lorenzo Tripodi, Daniele Benedetto e Antonio Virduci. L’ottavo imputato, Domenico Maria Pitasi di 24 anni, è sottoposto a restrizioni ma non è in carcere, dovrà presentarsi davanti al Tribunale di Reggio Calabria per rispondere dell’accusa di favoreggiamento. Nel procedimento è coinvolto anche un minorenne che, in quanto tale, ha diritto all’anonimato. Sia il Comune di Reggio Calabria che la Regione Calabria si sono dichiarate parti civile nel processo.

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