il Salto – Blog di transizione

Ilaria Bonaccorsi

La rivoluzione verde di Catia Bastioli e la rabbia nera del pessimo sentire

La prima volta che ho letto di Catia Bastioli è stato in un articolo monopagina su Espresso di qualche anno fa in cui si raccontava che tutte le posate, i piatti e i bicchieri utilizzate durante le Olimpiadi di Londra erano di una plastica completamente biodegradabile (il brevetto si chiama Mater-Bi) prodotte da una azienda italiana, la Novamont, il cui presidente e amministratore era una ricercatrice, una donna, Catia Bastioli per l’appunto. C’era una sua fotina al centro, sotto i piatti e i bicchieri. La sua storia era raccontata velocemente, non era il centro del pezzo. Il centro del pezzo erano le posate italiane usate alle Olimpiadi di Londra, ma in quelle poche righe si capiva l’idea, e si capiva di una ricerca incessante: unire chimica e agricoltura, usare derrate alimentari in eccedenza, o meglio scarti, per produrre plastica non inquinante.

Un progetto troppo grande forse con nemici, anche quelli grandi, in cui si era ritrovata giovanissima sola (Montedison, di cui Novamont era il braccio di ricerca, fallì poco dopo). Ricercatrice umbra (laureata in chimica), non manager, senza protezione e senza soldi a quel punto. Con un obiettivo: produrre plastica non inquinante usando materie rinnovabili. Plastica non plastica o bioplastica. Così la chiamano in molti.

Che plastica è la bioplastica? Quella che puzza e si rompe che ti danno ai supermarket? Sì, ancora sì. Mi spiega quando finalmente la conosco, precisando che dell’odore però non è responsabile perché la Mater-Bi non odora di suo, sono le lavorazioni successive che producono quell’odore inconfondibile che invade i nostri portabagagli ogni volta che carichiamo la spesa. E che sì, la fragilità della Mater-Bi è il limite che vuole superare, è lì che concentra il suo studio… “Arriveremo a produrre anche pneumatici per automobili, vedrai”, mi rassicura. Io sorrido, immagino una macchina con ruote che puzzano e si squagliano appena inizia a piovere ma non glielo dico.

Catia Bastioli è uno strano intreccio, è una ricercatrice visionaria ma di una tenacia granitica. È forte, tetragona, di quelle “possedute” che fanno fatica a stare al mondo ‘nostro’ fatto di pubbliche relazioni, politica, diplomazia… Certo ha dovuto cercare banche e salvezza. E le ha anche trovate. Granitica appunto. Ma il punto era: devo trovare il modo di produrre plastica non plastica non usando più petrolio e suoi derivati. Vi prego, fatemi fare questa rivoluzione. Perché è una grande rivoluzione.

E quanto sia grande lo capisci non quando parli con gli ambientalisti, gente strana si sa… don Chisciotte del mondo, ma con i produttori di plastica tradizionale. Quella dal poliuretano, i potenti, quelli sì, che ghignano e ti dicono che “intanto non dura, che puzza, che è inutile”. Ma soprattutto “che un’aziendina così bella come la Novamont non può permettersi di “marginare” così poco”. E che quella Bastioli, sai, è un po’ pazza… non sa far girare i numeri.

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Plastica dal mais, dal cardo, legame col territorio, riutilizzo di vecchi impianti industriali in disuso… vado a Novara, a Porto Torres, a Terni. La incontro, la conosco, entro nelle sue fabbriche. A Novara tantissime donne, mi impressiona il clima, il raccoglimento, la bellezza. A Porto Torres penso quasi al miracolo di una visione. La landa desolata di un impianto abbandonato, e poi lei, una parte di quell’impianto ridipinta di verde e di quello strano viola del cardo sulle maglie di contadini del luogo. Chiamati finalmente a raccolta a produrre proprio il cardo per estrarne un olio utile a rendere resistente quella strana plastica non plastica.

Raramente ho visto una fabbrica così umana, sembrava bella, dove si studiano le soluzioni migliori insieme ai contadini, dove non si produce nessuna razzia dei luoghi in cui si arriva. Luoghi abbandonati da padroni e Stato. Se proprio devo dirvi, non ho mai visto “padrone” così poco padrone, così collettivo, così legato alle terre in cui va.
Si margina meno? Fa niente. Basta stare in piedi e fare quello che si sogna e si studia. Si studia tanto. Il cardo ad esempio, tutte quelle spine, come raccoglierlo senza ferirsi, come migliorare quell’olio. Borse di studio, laboratori e contadini. Tutti insieme.

E ci si prova. Due grandi paure però, fisse. Che mi ripete: la produzione di falsa Mater-Bi, mi spiega che la maggior parte dei sacchetti che mi danno non è davvero biodegradabile e compostabile e cioè continua ad inquinare. Penso al mare, alle pance dei pesci piene di plastica, alle spiagge, alle città, ai campi, a quei teli agricoli che rimangono a terra per sempre. Perché in Italia, mi dice, non si riesce a recepire la normativa europea di cui invece si parla in questi giorni. Unica possibilità per governare un mercato selvaggio fatto di mille sacchetti impossibili. E dove da padrone continua a farlo la plastica tradizionale (certamente più economica della Mater-Bi, certamente prodotta da ‘padroni’ più potenti con amici ancora più potenti).

Ma la ciliegina sulla torta di Catia Bastioli è il presidente che si è scelto per la sua Novamont. Non un politicante politicone ma un economista belga. Gunter Pauli, il teorico della Blue economy, quella che ha superato la verde e che in potenza vuole realizzare un sistema economico integrato che non produrrà più scarti, di nessun tipo. Un altro pazzo visionario. Di una visione davvero magnifica però.

Dunque Catia Bastioli amichetta di Matteo Renzi?
Faccio una gran fatica a ridurla così, davvero tanta. Vorrei la conosceste. Amichetta di Renzi, perché è andata a parlare alla Leopolda. Faccio fatica uguale. Ma la immagino, tenterebbe di spiegare a chiunque il significato della sua rivoluzione. Quindi amichetta e intrallazzona per interessi personali? Non me la immagino. Non ci riesco. La immagino piuttosto lì quadrata, chiusa nella sua fabbrica-laboratorio.

È partita invece quella valanga uniforme e uniformante di pessimo giornalismo e di pessimo sentire che viene aizzato dal pessimo giornalismo… per far disperare? Tutti uguali, tutti ladri, tutti ‘padroni’, tutto schifo fondamentalmente. Così nessuna rivoluzione è possibile. Se non quella della rabbia e della cecità.

Allora vi chiedo solo un attimo, inveite pure contro i 2 centesimi dei sacchetti di Mater-Bi, poi però promettetemi di fare un esperimento.
Mettete in terrazza una busta di bioplastica Mater-Bi, di vera Mater-Bi, e una di plastica tradizionale. E aspettate pioggia e vento. Aspettate*. Poi raccontatemi.
E poi andate al mare. E non vi arrabbiate se a salvarvi dallo scempio dei soliti “male-educati” non ci saranno neanche sacchetti pronti a togliersi di mezzo da soli!

*Le buste di plastica tradizionale per decomporsi impiegano dai 100 ai 400 anni e intanto fanno danni. Quelle Mater-Bi una volta usate si biodegradano in poche settimane diventando concime organico.

 

 

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