il Salto – Blog di transizione

Daniele Nalbone

Sopravvivere tra i rifiuti, lottare per una casa. Via Costi, lo slum di Roma

Continua il viaggio de il Salto tra le case negate d’Europa.
Dopo la carovana per le strade di Lisbona, entriamo nella «peggiore occupazione di Roma»

(L’occupazione di via Costi @PatriziaCortellessa)

Parcheggiamo l’auto all’interno di una stazione di servizio. Da lì proseguiamo a piedi lungo un sentiero che sembra dirigersi verso l’autostrada. Subito dopo un’alta boscaglia ci troviamo davanti cumuli di rifiuti che circondano una palazzina di quattro piani. Ci facciamo strada tra la spazzatura e i copertoni ammassati. La pioggia degli ultimi giorni deve aver lavato via la puzza estiva di quella discarica a cielo aperto sulla quale si affacciano balconi senza parapetti o ringhiere. Due donne africane siedono su quei terrazzini e ci guardano dall’alto. Ma guardare in su non conviene: troppo alto il rischio di mettere il piede nel posto sbagliato. Ci viene incontro un bambino di sei anni, D., a bordo di una moto giocattolo gialla di plastica. Sorride. Saluta.

Federica, giovane attivista dell’associazione AlterEgo, ci accompagna verso quella che da quattro anni è “casa” di D.. Con mamma e papà vive in questa occupazione composta da famiglie italiane, rom, rumene, nigeriane. Solo che, a differenza delle tante occupazioni che hanno dato un tetto a chi non poteva permetterselo, qui sembra di stare in uno slum. Tra la montagna di rifiuti spuntano anche una baracca e una roulotte, che pare stare lì da un’eternità. Guardo Federica: mi fa capire che, ora, non è il caso di andarsene in giro a curiosare. Lei sorride a tutti e tutti le sorridono. Saluta appoggiando il suo pugno a quello di un ragazzo nigeriano che avrà, al massimo, 18 anni, mentre noi continuiamo a guardarci intorno, tra il rumore di calcinacci che si frantumano sotto i nostri piedi e quello delle auto che sfrecciano lungo l’autostrada, ormai distante solo poche decine di metri eppure irraggiungibile. Tra la palazzina e il guard rail la montagna di rifiuti è invalicabile. Solo due cani salgono e scendono da quei cumuli. I bambini li chiamano, li rincorrono per fermarsi tra un materasso bruciato e i rottami di quella che una volta doveva essere un’auto.

(Damiano ci viene incontro @P.C.)

Il primo problema, o almeno il più urgente, di questo non luogo sono proprio i rifiuti: lo scorso 30 agosto un incendio ha circondato la palazzina e le fiamme hanno raggiunto il terzo piano. Sui muri esterni ci sono ancora i segni neri, e le cortine sono letteralmente esplose spogliando l’edificio del suo rivestimento. All’interno, però, nonostante lo stabile sia stato dichiarato inagibile, la vita è andata avanti come se niente fosse.

“Come se niente fosse”. È proprio questo il problema dell’occupazione di via Raffaele Costi, in zona Tor Cervara, senza dubbio la peggiore mai vista a Roma: tranne qualche disperato tentativo del Municipio V di prendere in mano la situazione, da queste parti il disinteresse istituzionale sembra regnare sovrano. Molte trasmissioni televisive si sono occupate di questa vicenda, ma con un solo obiettivo: portare a casa lo scoop – e cavalcare la notizia – dei “poveri italiani” che vivono in un’occupazione simile insieme a rom, rumeni e nigeriani. La realtà, però, è assai diversa. Basta entrare a “casa” di Enrico ed Emanuela per rendersene conto: «Casa nostra è un supermercato, un ristorante, un bar, un luogo di incontro». La loro porta è sempre aperta. Bambini, anche piccolissimi, entrano ed escono. «Qui non si fa distinzione di razza né di colore. Siamo una grande famiglia. In difficoltà. Certo. Ma pur sempre una grande famiglia. E le famiglie questo fanno: si aiutano nei momenti di difficoltà», racconta Enrico. Emanuela, poi, potrebbe parlarci della sua storia, del suo “dramma”, e invece le preme farci sapere che «qui vive addirittura un bambino, nato da genitori rumeni, di appena 15 giorni. Ditemi voi se è normale. Se un Paese civile può accettare una simile situazione».

(Vincenzo ed Enrico @P.C.)

La barba incolta e la felpa aperta. Il sorriso contagioso e la stretta di mano vigorosa sciolgono il ghiaccio: «Di dove sei?» mi chiede Vincenzo. «Nato a Cinecittà Est, cresciuto a Spinaceto», rispondo con distacco. Dopo un secondo di riflessione, il via libera: «Vabbè, allora sei de’ periferia. Sei uno dei noi. Vie’ che se famo un caffè». La moka è enorme, qui «quando si mette su un caffè, si mette su per tutti». Vincenzo è «il più vecchio di questo posto» – confessa ridendo – e vive insieme a Enrico ed Emanuela. Condividono lo stesso “appartamento”. Una “sala” comune e tre “stanze” in cui – come in tutta la palazzina – non scorre acqua e dove la luce si accende solo grazie ai generatori. «Vivo, o meglio sopravvivo qui da quattro anni, ma per il Comune di Roma non esisto. Non risulto nemmeno nel loro censimento. E sapete perché? Perché l’unica volta in cui sono venuti a fare il censimento non ero qui. Proprio quel giorno son venuti». Era febbraio. Poi, da allora, nessuno è più venuto da queste parti finché le fiamme del 30 agosto hanno portato fin qui prima i soccorsi, poi gli uomini della sala operativa sociale.

(I segni delle fiamme sulla palazzina @P.C.)

Seduti davanti al caffè con Vincenzo, Enrico ed Emanuela proviamo a fare le prime domande “da giornalisti”: ci raccontano la loro storia. Un acquisto sbagliato, un lavoro perso, un momento di difficoltà nella vita privata. Quanto accaduto a questa famiglia “allargata” sarebbe potuto succedere a chiunque, basta poco per finire per strada. «E allora non ti resta che occupare un tetto, rimediare una casa, cercare un riparo. Pensi che sarà solo per un momento, per un po’», confessa Enrico. «Poi quel momento diventa lungo 4 anni. E oggi sei ancora qui, ad aspettare una soluzione che sembra non arrivare mai». Mentre parla, Enrico, svuota un bidone d’acqua nel lavello per lavare le tazzine. «Zucchero?». Vincenzo ne mette due di cucchiaini nella sua tazzina: «Già la vita è tanto amara. Almeno il caffè…». Battuta scontata. «Vabbè, ma ci sta …».

(Federica, Vincenzo ed Enrico. Sullo sfondo, Emanuela @P.C.)

Nella sala comune irrompe il piccolo D., ha in mano mezza tavoletta di cioccolata. Al suo arrivo, Enrico ed Emanuela diventano un fiume in piena: «L’unica proposta che ci hanno fatto è stata una casa famiglia per me e D.», dice Emanuela. Enrico sbotta:

«Io la mia famiglia non la lascio, è tutto quello che ho. Damiano non prende sonno se io non mi sdraio vicino e lui con la mano poggiata sul suo petto. Ha bisogno del contatto fisico per addormentarsi. E io ho bisogno di lui».

«Siamo sempre lì. Alle fragilità». È questo ormai il mantra dell’amministrazione Raggi, che ha partorito questa nuova categoria sociale dopo gli sgomberi di via Curtatone e piazza Indipendenza: dare assistenza ai “fragili”, a donne e bambini. E poco importa se quelle donne e quei bambini vivono con un uomo, un padre, un marito, un compagno. Come dire: non è contemplato che l’uomo sia fragile.

E se dal Comune l’unica proposta arrivata a via Costi riguarda solo le case famiglia per mamme e bambini o nuclei “fragili”, dal Municipio V l’obiettivo dichiarato è quello di «risolvere l’emergenza sociale e ambientale di via Raffaele Costi». Lo scorso 7 settembre il gruppo municipale del Movimento 5 stelle ha presentato una mozione urgente – che siamo riusciti a ottenere tramite l’ufficio dell’assessore Mario Podeschi e che potete scaricare da qui – che ricostruisce la storia di questa occupazione e «impegna la sindaca, in accordo con il Dipartimento Politiche Sociali, affinché provveda alla risoluzione della situazione della famiglia italiana lì presente, nonché di tutte le persone all’interno dello stabile che presentino quadri sociali emergenziali; con le forze di sicurezza e controllo, provveda allo sgombero della struttura; intraprenda tutte le azioni legali necessarie per obbligare la proprietà a una tempestiva bonifica ambientale dell’area di pertinenza». Ma sono proprio le parole usate “dalla politica”, nonostante i pur buoni propositi, «a mostrare l’incapacità  dell’amministrazione».

Clicca per scaricare la mozione clicca sulla foto

Federica apre il diario rosso sul quale, di settimana in settimana, prende appunti e dati sull’occupazione di via Costi. «In questi giorni abbiamo verificato la presenza non di una – come riportato anche nella delibera – ma di tre famiglie italiane, ben dieci famiglie rumene, tre famiglie nigeriane e una sessantina di richiedenti asilo o titolari di protezione». Come confermato a il Salto in un colloquio telefonico anche dall’assessore municipale Mario Podeschi, «sono il triste effetto dello sgombero di via Vannina. Usciti da quel palazzo, in molti hanno trovato rifugio a via Costi». Il numero totale non è, quindi, di circa 80 persone come risulta ufficialmente al Municipio, «ma di quasi duecento persone, tra cui …» Federica si prende una pausa per sfogliare il quaderno e trovare la pagina giusta: «Due donne incinte, dieci anziani malati, due neonati con neanche venti giorni di vita e una quindicina di bambini. Sfido davvero l’amministrazione a dire chi, tra loro, sia in “condizione di fragilità”. Questa nuova categoria, creata dall’amministrazione capitolina, è semplicemente ridicola: tutte le persone che si trovano in questa occupazione sono in una condizione di vulnerabilità. E tutte devono vedere la garanzia dei loro diritti fondamentali: una soluzione abitativa degna e la tutela dell’unità del nucleo familiare». Altro che “casa famiglia”, in poche parole.

Significativi, poi, i termini usati per descrivere la drammatica situazione sociale di via Costi: ovunque, come visto anche negli atti ufficiali, si porta alla ribalta «la presenza di una famiglia italiana», cavalcando lo “sdegno mediatico” dato dai servizi televisivi. Ma è direttamente quella famiglia italiana a smentire, tutti i giorni, la politica e a cercare di portare avanti una battaglia collettiva, comune.

«Ed è proprio a questa battaglia che stiamo cercando di dare sostegno, attraverso una rete di associazioni che intende aiutare gli abitanti di via Costi nella loro lotta. Da alcune settimane, infatti, stiamo cercando di portare lì non solo beni materiali ma servizi sanitari e legali. Stiamo provando a iscrivere a scuola i bimbi presenti, alcuni dei quali – pur essendo da anni in Italia – non hanno mai visto un’aula. Stiamo facendo tutto questo anche con il sostegno degli abitanti di Tor Sapienza che si è dimostrato solidale con gli occupanti. Un lavoro fatto non in un’ottica assistenziale, ma in una prospettiva tutta finalizzata a dar forza alle rivendicazioni di questa gente che ha, come unica pretesa, il rispetto dei loro diritti fondamentali».

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