26/12/2017 Daniele Nalbone

Natale tra le tende. A piazza Santi Apostoli il brindisi della dignità


Pasta al forno. Il piatto forte di questo pranzo di Natale arriva in teglie di alluminio. «Sbrigatevi che è ancora calda», urla Angela
. Il tappo dello spumante che salta. I bambini che corrono tra le tende per fermarsi davanti al Presepe. Uno di loro imbraccia una spada di gommapiuma e punta dritto verso San Giuseppe. Colori sparsi ovunque su un tavolino rimediato. Fogli che volano e carta da regalo usata come mantello.

«Ma quale tristezza! Siamo tutti qui insieme. Un giorno di festa è un giorno di festa. Ed è importante passarlo in famiglia» ricorda Mercedes, arrivata con tramezzini e dolci dall’occupazione di via delle Province. Chi ha raccontato, in queste ore, lo “strano Natale” nella tendopoli di Piazza Santi Apostoli «lo ha fatto parlando di disperazione. Niente di più sbagliato. Disperato è chi si è arreso: noi siamo combattivi. Sappiamo resistere. E non ci siamo dimenticati, mai, di sorridere», lo sfogo di Claudio.

Certo, quando ad agosto sono entrati nella Basilica dei Santi XII Apostoli mai avrebbero pensato di trovarsi ancora qui, nelle tende, arrivato Natale. Ma Roma è questa: una città che parla solo di Spelacchio, di un abete morto in piazza Venezia, ma si guarda bene dal preoccuparsi dei veri problemi. Il primo, e non da oggi, è quello della casa. Dell’abitare.

Un problema – il problema – che le famiglie accampate dal 10 agosto in piazza Santi Apostoli, giorno in cui sono state sgomberate dall’ex palazzo Inps di via Quintavalle, quartiere Cinecittà, hanno riportato alla luce sfruttando quella stampa che, sotto Natale, cerca storie strappalacrime. «Di disperazione», appunto.

Decine di persone sono arrivate da ogni parte di Roma, da diverse occupazioni, per passare insieme questo giorno di festa. Gerardo e Luca hanno portato i loro bambini. Il gioco più gettonato è cercare carta da buttare nel falò acceso sul piazzale antistante la chiesa. I grandi li guardano, sorridendo. Tra loro, padre Agnello, parroco di Santi Apostoli, che saluti tutti con due baci sulle guance. «Auguri».


Angela è seduta, avvolta nel suo piumino rosa, davanti a uno striscione che recita «prima i poveri». Claudio osserva la scritta. «Dovrò staccarla prima o poi»
. Chi è intorno a lui capisce subito che sta per ricominciare con il suo refrain: «Ma quali poveri. Qui poveri non ce ne sono. Ci sono gli impoveriti. Che è diverso». Chi ha trovato rifugio tra le tende di Santi Apostoli «una casa ce l’aveva. Aveva un lavoro. Una vita normale. Anche se ancora, a 59 anni, non ho capito cosa significhi una vita “normale”».

Basta poco, troppo poco, oggi per perdere tutto. Lavoro e casa. Di solito è questo il passaggio: «E si finisce per non avere niente». L’importante, però, è non arrendersi «e capire che i diritti si devono conquistare, oggi più che mai». Per questo hanno rifiutato, da agosto, le proposte di sistemazione avanzate dal Comune di Roma: prima le casa famiglia per le donne con bambini, poi i container della Croce Rossa.

«Se pensano che io porterò i miei figli a vivere in un posto dove devi chiedere permesso per entrare e uscire, si sbagliano di grosso. Non avrò una casa, non avrò un lavoro decente, ma ho la mia dignità. E quella non la svendo».

Angela è fatta così. Non parla volentieri, «sono stanca», ma le poche parole che pronuncia sono a dir poco potenti. «Col freddo pensavano che avremmo mollato. E invece eccoci ancora qui». Cristiano, arrivato nel primo pomeriggio da Casale de Merode, altra occupazione romana, stappa due bottiglie di spumante. Bicchieri rossi di plastica pieni fino all’orlo in alto. «Auguri». Auguri «di buone feste». Si brinda. «Daje che manca poco» urla Claudio.


Manca poco … Sembra proprio così. Domani, 27 dicembre, è il giorno tanto atteso
. Il giorno del tavolo tecnico nel quale la Regione Lazio dovrebbe ufficializzare la messa a dispozione per le famiglie sgomberate ad agosto da Cinecittà di un immobile nella zona nord della città. Un risultato importante, dopo mesi di lotte e resistenza, che finalmente dovrebbe permettere alle 66 famiglie, e ai tanti bambini accampati nel sagrato della chiesa, di avere di nuovo un tetto sulla testa.

«Certo» si sfoga Luca «è singolare che ad attivarsi non siano state le “politiche abitative”» ma che tutti rientri tra le azioni messe in campo per la cosiddetta “emergenza freddo”. Nonostante ciò, il risultato resta importante «anche se continuiamo a considerare questa soluzione come temporanea». Il motivo? Semplice: «Queste famiglie sono in attesa di una casa popolare».

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