il Salto – Blog di transizione

Tiziana Barillà

Catalogna al bivio tra repressione e autonomia. È scontro sul referendum

«Il primo ottobre si vota!», garantisce il President Carles Puigdemont. «Il referendum non si farà!», gli fa eco Mariano Rajoy. Ancora non si è lasciata alle spalle l’attentato più mediatico dell’estate, Barcellona, e la schiera di rappresentanti politici e istituzionali che abbiamo visto uniti a Plaza Catalunya è già (nuovamente) sul piede di guerra. Proprio oggi – 6 settembre – comincia la settimana decisiva per la tanto battagliata indipendenza catalana. Nel giro di qualche ora, infatti, il Parlament della Catalogna approverà la legge sulla “disconnessione” dalla Spagna e per la creazione di una “Repubblica di Catalogna“. I deputati secessionisti hanno la maggioranza assoluta nell’assemblea catalana e hanno tutte le intenzioni di farla valere convocando il referendum per l’indipendenza annunciato per il primo ottobre. Un referendum che invece per Madrid è illegale e anticostituzionale.

Braccio di ferro costituzionale
Niente potranno i partiti “unionisti” che hanno annunciato di voler lasciare l’aula al momento del voto. Questa sera il President Puigdemont firmerà con ogni probabilità il decreto di convocazione, che sarà controfirmato da tutti i ministri del governo catalano. Molte firme per condividere la responsabilità di un atto che ha già scatenato le ire della capitale spagnola e del governo guidato da Mariano Rajoy: minacce di processi, destituzioni, sanzioni penali e patrimoniali. Ma Barcellona non sembra avere il minimo ripensamento. Anche l’Agenzia Tributaria della Catalogna (Atc) si è già detta pronta a entrare in attività quale fisco del futuro Stato indipendente se vincerà il “Sì”.

Tutto prevedibile anche sul fronte madrileno. Il premier Rajoy entro 24 ore impugnerà la legge dinanzi alla Corte costituzionale che la sospenderà, come è accaduto ogni volta che in Spagna è stato presentato un ricorso per fermare l’indipendenza. Puigdemont non avrà scelta: ubbidire e bloccare la macchina referendaria o diventare fuori legge. Lo Stato spagnolo dalla sua ha esercito e Costituzione, l’art. 155 permette a Madrid di sospendere e destituire Puigdemont e l’autonomia catalana, di recintare i seggi, di sequestrare le urne. Ricorrerà all’uso della forza Madrid, nel 40esimo anniversario della morte di Francisco Franco?

Non una secessione, ma uno Stato plurinazionale
In terra spagnola le tensioni indipendentiste non sono certo una novità. Mentre il movimento basco capitola, però, quello catalano vive una delle sue fasi più floride. Oggi, con Ada Colau alla guida della capitale catalana, si prova a imprimere un affondo: «Abbiamo sempre sostenuto il referendum, la sovranità catalana è radicata nella popolazione e deve essere risolta nelle urne». La posizione dell’Alcaldessa è chiara, su tutto prevale il diritto a votare ed esprimersi delle catalane e dei catalani. Una questione di sovranità che non ha niente a che fare con il “sovranismo” italiano di Salvini e Meloni. Non è il nazionalismo a muovere Barcellona, non è una nazione quella a cui si ambisce, ma «una República sociale, democratica e ambientalista». Del resto, la Catalogna ha in sé i semi di un catalanismo storicamente legato alla sinistra. Non a caso parte della sinistra spagnola è sulle stesse posizioni, Pablo Iglesias in testa: «Pensare allo Stato pensando alla Spagna suppone l’assunzione del diritto del popolo catalano di decidere il suo futuro con un referendum».

Catalanismo popular
L’identità catalana si è costruita e trasmessa per secoli. Dal 1600 a oggi, la regione combatte con tutte le tinte della monarchia ispanica, tra insurrezioni e rappresaglie, per chiedere maggiore libertà e ne subisce le conseguenze e la repressione. Ne tempo l’identità catalana si rafforza, recupera la propria come lingua colta e si arriva a fare senso di appartenenza a una comunità. Giorno dopo giorno, monarchia dopo monarchia, repressione dopo repressione, rivoluzione dopo rivoluzione. Tra dittature più o meno lampo – Primo de Rivera – e fragili democrazie – Francesc Macià, Lluis Companys, e il partito Esquerra Republicana de Catalunya – la Catalogna e il suo istinto di autonomia vivono alti e bassi. Ora all’ombra, ora in piazza, ora fenomeno elitario in mano alla borghesia, ora fenomeno di massa e popolare. Fino al 1936, anno della Guerra Civile e della Rivoluzione anarchica spagnola, forse la più importante esperienza libertaria di massa della storia. E fino alla vittoria di Franco.

Il Franchismo per la Catalogna ha significato: abolizione dello Statuto, della Generalitat e del Parlamento, proibizione dell’associazione in partiti politici e in sindacati. La stampa, le istituzioni, le entità catalaniste di sinistra e l’uso pubblico del catalano vennero ancora una volta soppresse e i dissidenti perseguitati, incarcerati, esiliati. Solo nel 1979 Barcellona trova un po’ di “pace”, quando viene promulgato lo Statuto di Autonomia. Un punto di arrivo, ma anche di partenza. L’indipendentismo è più vivo che mai. Lo potremo vedere con i nostri occhi domenica 11 settembre, giorno della festa nazionale catalana della Diada, quando il popolo indipendentista scenderà in piazza in difesa del referendum. In quella piazza ci sarà anche un po’ d Madrid, a rappresentarla Pablo Iglesias.

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