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Redazione

«Il primo giorno di una scuola da cambiare»: gli studenti pronti a tornare in piazza

La scuola è aperta. Nessuna festa. Non quest’anno. Neanche quest’anno. Perché, come è ormai consolidato da tempo, non c’è niente da festeggiare. Anzi. Stavolta, però, è meglio essere chiari fin da subito: per questo gli studenti medi hanno deciso di non aspettare il 13 ottobre, prima giornata di mobilitazione nazionale, per spiegare “ai grandi” che anno scolastico sarà.

«Fin dal primo giorno di scuola vogliamo far luce sulle condizioni in cui gli studenti si trovano quotidianamente, rispetto alle quali la politica si dimostra sorda da troppi anni» spiega Giammarco Manfreda, coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi. «Chi è tornato oggi a scuola vive un pericolo concreto. La messa in sicurezza delle scuole, soprattutto alla luce di un anno tormentato da scosse di terremoto e calamità naturali, come ci ha ricordato la giornata di domenica 10 settembre e la situazione drammatica di Livorno, deve essere una priorità: allo stanziamento dei fondi deve seguire un monitoraggio continuo e attento delle condizioni delle strutture scolastiche».

Sicurezza in primis, quindi, «considerando che il 40% degli edifici scolastici in Italia non ha il certificato di agibilità». Poi l’attenzione si sposta alla questione dei finanziamenti, del diritto allo studio: oggi il costo della scuola supera i mille euro annui a studente tra libri di testo, trasporti, corredo scolastico … «Viviamo un paradosso per cui, con la giusta introduzione della “no tax area” e con il sistema di borse di studio, la scuola dell’obbligo può costare a una famiglia molto più dell’università». E la risposta non può, «non deve» continuare a essere il mercatino del libro usato autorganizzati dagli studenti.

La prima tappa verso le mobilitazioni autunnali è già segnata sul calendario: il 13 ottobre. Significativo il “titolo” scelto per la giornata che porterà in piazza studenti in tutta Italia: Cambiamo la scuola per cambiare il Paese. E da cambiare, in questa scuola, c’è tanto.

«Sembriamo ripetitivi, ma i problemi continuano ad essere costanti. La “buona scuola” è stata un buco nell’acqua in termini di incisività. E ai problemi storici si è aggiunto il caos creato dall’alternanza scuola-lavoro. Quello iniziato oggi è il terzo anno senza uno statuto che la regolamenti e, fino ad ora, l’unico risultato ottenuto è stato quello di generare confusione nei programmi scolastici: oggi le ore di lezione sono sempre più spesso un disperato “corri-corri” per finire le linee guida ministeriali, come ora vengono chiamati i programmi».

Il risultato «è la totale assenza della scuola nella società: dovrebbe essere un centro di cultura per il Paese, luogo di divulgazione, di confronto, di scambio». Invece, tra anni scolastici da abbreviare e progetti di alternanza scuola-lavoro, la quotidianità racconta di «una disperata corsa contro il tempo da parte dei docenti a scapito della qualità dell’insegnamento. Con un enorme peso scaricato sulle spalle degli studenti, ormai chiamati anche lavorare di domenica o durante le vacanze».

Ed è proprio l’alternanza scuola-lavoro il tema messo al centro della discussione di un’assemblea nazionale degli studenti medi dello scorso 6 settembre al centro sociale Rivolta, a Venezia. La “Generazione Ribelle”, «preso atto che non è possibile sfuggire a questo meccanismo, diventato prerequisito necessario al conseguimento dell’esame di maturità», ha provato ad analizzare quanta ricchezza viene generata da questo nuovo strumento e, soprattutto, verso chi si muove.

«In qualunque modo questo progetto venga attuato, gli studenti che partecipano all’alternanza scuola-lavoro producono sostanzialmente ricchezza solamente per le imprese che li hanno “assunti”, con l’effetto di disincentivare assunzioni retribuite, favorendo disoccupazione e sotto-occupazione». Tutto il contrario, secondo gli studenti della “Generazione ribelle”, di quello che dovrebbe essere un serio programma che porti gli studenti a fare esperienze fuori dalle scuole: «La ricchezza prodotta durante l’alternanza scuola-lavoro dovrebbe essere “redistribuita” e “non usufruita” solo dalla imprese». Per questo chiedono che «il valore prodotto durante queste attività sia messo a disposizione di tutti attraverso la costituzione di un welfare studentesco che vada da incentivi scolastici a borse di studio, da libri di testo a mezzi di trasporto gratuiti».

Una richiesta, quella degli studenti “autonomi”, che si incrocia con quella dei sindacati studenteschi: «Chiediamo da anni un ripensamento della didattica e dei programmi» conclude Manfreda della Rete degli Studenti Medi. «In un momento in cui l’alternanza scuola-lavoro, così come proposta dalla legge 107/2015, evidenzia i suoi limiti, e le cui storture non sono più giustificabili dietro la retorica della novità, mentre siamo ancora in attesa di uno statuto che sia garante del rispetto dei nostri diritti, vogliamo essere coinvolti in un complessivo ripensamento della scuola, dai metodi di didattica all’innalzamento dell’obbligo scolastico, dal numero chiuso all’accesso all’università». E’ questo che si intende quando si dice “Cambiare la scuola per cambiare il Paese”. Coinvolgimento. Analisi. Discussione. Partecipazione. Appuntamento al 13 ottobre. E buon anno scolastico.

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