il Salto – Blog di transizione

Tiziana Barillà

Popolare, radicale, di sinistra. Che cos’è Potere al popolo

Non dà l’impressione di avere l’attitudine del “capopopolo”, Saso. Non sembra abituato a stare sui palcoscenici, eppure il 18 novembre è toccato a lui montare sul palco del Teatro Italia di Roma e chiudere la prima assemblea di “Potere al popolo”, tra il lieve ridestarsi dei movimenti sociali e il deserto dell’informazione. La chiamata senza mezzi termini dell’Ex Opg per la costruzione di una lista popolare alle prossime Politiche di primavera ha preso le forme di un’assemblea convocata nel giro di un paio di giorni, all’indomani dell’annullamento del Brancaccio e alla vigilia di un altro appuntamento, il 3 dicembre, in cui l’ex presidente del Senato Piero Grasso dovrebbe venir incoronato – il condizionale, di questi tempi, è d’obbligo – alla guida delle lista unitaria Si, Possibile ed Mdp.

Scenari lontani mille miglia dalla felpa con su scritto “Je so pazzo”di Salvatore Prinzi. Che ha 35 anni, una laurea e due dottorati, ha lavorato all’estero – «come tutti» – e adesso è un precario. Con la testa dentro i libri e i piedi per le strade della sua città, un po’ come tutti all’Ex Opg di Napoli, il centro sociale di Materdei. Niente a che vedere con i “vaffanculisti” a cui ci siamo un po’ abituati ultimamente. Studiano il passato, osservano il presente, sognano il futuro. In mezzo, propongono a un mondo frammentato di unirsi e ricostruire una Sinistra popolare. Una Sinistra, insomma. Mentre in tutta Italia sono già state convocate più di 20 assemblee territoriali per raccogliere la proposta dell’Ex Opg (nel video di Lorenzo Face, qui sotto, abbiamo documentato quella di Napoli), abbiamo chiesto a Salvatore di spiegarci bene cos’è Potere al popolo, e com’è venuto in mente a un centro sociale di rompere gli indugi con un “Ci candidiamo noi”.

Saso, hai studiato tanto, al momento come campi?

Vivo di espedienti (ride). Lavori precari, spesso senza contratto, correggo bozze, qualche lezione all’università, qualche lezione privata, (pausa) insomma qualunque cosa arrivi la faccio. Come mi fa campare? Economicamente male direi, arrivo a 400 o 500 euro al mese, però dal punto di vista della soddisfazione devo ammettere che non è male. Era quello che volevo fare, il filosofo, e lo sapevo che era un po’ come fare l’artista… e cioè “fare la fame”, è stato così un po’ in tutte le epoche (scherza).

All’Ex Opg conoscete la politica, la fate da anni in luoghi e modi diversi da quella tradizionale. Perché la decisione di candidarsi, di percorrere la strada elettorale?

È stata partorita da un’analisi. Per una fase molto lunga, fino ad anni Duemila inoltrati, lo spazio della rappresentanza è rimasto a quei soggetti che ereditavano in un modo o nell’altro la tradizione del Partito comunista. Questo rendeva molto difficile provare a ricostruire, da posizioni antagoniste, uno spazio della rappresentanza più efficace e più incisivo, che riuscisse a trasmettere le lotte. Si riusciva a incidere di più sulla politica nazionale facendo movimento e semmai qualcuno portava quelle istanze dentro il Parlamento, perciò, lo spazio della rappresentanza non ci “serviva”. Ma come è evidente anche quella posizione era limitata. Il mondo degli anni 90-2000 non è riuscito a risolvere i problemi, tant’è vero che poco a poco abbiamo ceduto, abbiamo perso sulla guerra in Iraq, siamo arretrati su tante posizioni. Quello spazio della rappresentanza non era più efficace e non aveva più la capacità di portare fino in fondo i conflitti che esplodevano nella società. Poi, dal 2008 e sempre di più con la crisi nel 2010 e 2011, quello stesso spazio tradizionale si è destrutturato. Ci hanno riprovato nel 2013 e con lo stesso Brancaccio, però si è parlato sempre a meno gente e con risultati sempre meno interessanti. E intanto le giovani generazioni li vedeva distanti, se non come degli incapaci o addirittura dei truffatori.

Anche i movimenti, però, non hanno vissuto anni felici.

È vero che i movimenti antagonisti non sono stati capaci di produrre uno scatto e creare qualcosa di nuovo. Il campo a sinistra si è destrutturato, non siamo stati in grado di elaborare una proposta politica che riuscisse ad andare oltre il conflitto puntuale, la vertenza sindacale, la giornata di lotta. Quindi, direi che sono rimaste solo le macerie, da un lato e dall’altro. E alla fine, paradossalmente, ci siamo ritrovati senza rappresentanza ma anche senza piazza. Dobbiamo prendere tutti atto che siamo all’anno zero, sia nella politica istituzionale dei partiti che dei movimenti. A questo punto ci siamo chiesti cosa si può fare.

Candidarvi. Ma per fare cosa?

Non abbiamo mai pensato che la rappresentanza potesse bastare. Chi proviene dai movimenti ha molte resistenze a immaginare quello spazio come soddisfacente. Abbiamo osservato la parabola di Syriza e il blocco che Podemos ha incontrato, abbiamo visto che con la sola strategia elettorale non sono riusciti a trasformare la società. Non ci sono riusciti, di fatto, nonostante siano molto visibili, nemmeno Mélenchon e Corbyn, che sono rimasti all’opposizione. Certo, sono quantomeno riusciti a cambiare l’ordine del discorso, impedire l’avanzata delle destre, porre la sfida politica su un piano molto più interessante e propositivo. Ma la nostra proposta non si configura come un “facciamo come”. Sappiamo che ogni esperienza è definita dalle sue specificità nazionali e territoriali, da gramsciani non lo possiamo ignorare. Abbiamo osservato tutte queste esperienze, ne abbiamo fatto tesoro e abbiamo capito che dobbiamo valorizzare la tradizione italiana di radicamento territoriale della sinistra e riuscire a produrre una sintesi politica dei tanti conflitti e portarla a invadere anche le istituzioni.

C’è stato un momento – fino a prima delle cadute xenofobe – in cui il Movimento 5 stelle ha tentato di occupare quello spazio anti-sistema.

Il Movimento ha dimostrato di essere completamente scollegato dai conflitti di classe. Magari si è legato a qualche conflitto territoriale, si è proposto di fare da sponda istituzionale per alcune istanze come il NoTav o l’acqua pubblica, ma dopo aver capitalizzato quel consenso non lo ha portato fino in fondo. Le ambiguità dei 5 stelle sono enormi. E su questioni come la precarietà o nell’ambito delle politiche economiche le loro posizioni sono state tutt’altro che anti sistema.

Senza identità politica forse è scontato che accada… Voi un’identità ce l’avete, intendete nasconderla?

L’identità di Sinistra, e anche una certa memoria della Sinistra nelle classi popolari, non è una cosa da “buttare a mare”. Le operazioni completamente post ideologiche nel nostro Paese non hanno granché senso. In generale l’ideologia intesa come cornice di teorie e concetti che ti permette di afferrare la realtà può avere un suo valore, basta che non diventi mascheramento della realtà stessa. E poi nelle classe popolari esiste un mondo di una Sinistra di lotta, di movimenti sociali, di chi si spende per il prossimo o di chi oggi ha semplicemente smesso di essere attivo perché non riconosce proposte valide. Non è un mondo che si è convertito, ma ha bisogno di essere riattivato. Questo è il nostro mondo.

Come?

Pensiamo in un primo momento di riattivare il circuito militante o ex militante che in questo momento è sbandato, diviso, frammentato o semplicemente inattivo. E poi, in secondo luogo, andare per le strade, nei territori, e parlare a una a una alle persone. In questo senso parliamo di un’operazione non ideologica, innanzitutto contiamo di riattivare partecipazione e protagonismo: dalla barbarie in cui viviamo ogni giorno si può uscire, collettivamente. Se non passa questo messaggio, se non si ricrea una comunità e un terreno sociale, se le persone non parlano fra loro, non si può dare né un’opzione comunista/rivoluzionaria, né un’opzione socialdemocratica/riformista

Questo, però, è il tempo del cinismo. Sono sicura di interpretare un pensiero balenato in molte teste chiedendoti: è un’operazione dal basso o c’è dietro qualcuno?

(ride) No no dietro non c’è nessuno. Nonostante l’epoca dei complottismi in cui viviamo, possiamo dire che dietro di noi non c’è nessuno. Poi è anche vero che in questa fase storica c’è qualcuno che pare che ci gode ad ammazzare le esperienze come la nostra. È inutile negare che qualche soggetto e qualche singolo che si muovono e sguazzano in questo “mondo di mezzo” politico-istituzionale ci ha provato. Ma noi non siamo nati ieri, e cercheremo in ogni modo di garantire la democraticità e la trasparenza del processo e del protagonismo delle realtà sociali. E sappiamo anche che una volta avviato il percorso non sarà più solo un nostro compito ma dipenderà dalla buona volontà di tutti. Anche dei singoli, perché siamo in una fase storica in cui anche i singoli se ben determinati e ben coesi umanamente e politicamente possono determinare grandi trasformazioni.

C’è stata una dinamica molto in voga negli ultimi tempi, la contrapposizione generazionale. Pensate di cedere alla tentazione della rottamazione?

Bisogna cercare di avere un pensiero all’altezza della complessità dei problemi che si pongono. In un Paese in cui le giovani generazioni vengono schiacciate, è facile dare la colpa alla generazione precedente che “ha mangiato sulle nostre spalle” e che “non ci fa affermare”. È facile ma è sbagliato. Se è vero che il nuovo fa fatica a nascere per via della resistenza di alcuni soggetti – anche nella sinistra di movimento -, è anche vero che si tratta di persone che hanno lottato per 40 o 50 anni e il cui contributo non può essere ignorato. Anzi, se siamo qui è anche per questa capacità di trasmissione delle lotte. Perciò noi proponiamo una sorta di patto generazionale: riconosciamo e recuperiamo ogni singola persona con il suo patrimonio di storia e competenze ma crediamo che – come è sempre stato nella storia – chi ha 20, 30 o 40 anni abbia il diritto di poter pesare nelle decisioni. Senza risentimento, senza voler rottamare nessuno, senza la retorica di competizione che appartiene al renzismo ma non a noi. Dobbiamo avere non solo una retorica ma un sentimento di riconoscenza, riconoscenza reciproca. Noi subiremo le conseguenze di quello che accadrà nei prossimi decenni, perciò che le generazioni precedenti facciano scrivere a noi la nostra Storia.

Altra contrapposizione, questa però più antica, è quella tra i partiti e i movimenti. Come vi ponete?

Questa distinzione è il prodotto di un particolare momento della storia del nostro Paese, legata a una sclerotizzazione del Partito comunista italiano. Quando il Pci non è stato più in grado di rispondere alle esigenze di una nuova composizione di classe, questa ha trovato più funzionale organizzarsi sul terreno del movimento e successivamente rilanciare un’ipotesi rivoluzionaria nel nostro Paese che dal Pci era stata abbandonata, anche sul terreno della lotta armata. È evidente che quest’epoca, 40 anni dopo, si sia prosciugata nel suo senso politico – oggi non abbiamo davanti un grande partito riformista che non vuole fare la rivoluzione, ma nessun grande partito di sinistra. Oggi la distinzione fra quello che resta dei partiti della sinistra e i movimenti sociali ha meno ragione di essere. Un po’ perché entrambi hanno perso le loro specificità e un po’ perché bisogna inventare nuove forme di militanza che consentano a tutti la partecipazione.

Fin qui abbiamo parlato di “percorso”, di “lista popolare”, di “assemblee”. Ma esattamente voi come pensate di darvi una forma?

Il punto non è il 3% da raggiungere ma quanto protagonismo ed entusiasmo riusciremo a riattivare in un Paese che anche nei nostri ambiti militanti sembra condannato alla rassegnazione e alla depressione. Non stiamo intraprendendo un percorso solo elettorale, perciò immaginiamo che all’indomani delle elezioni si avvii un processo organizzativo più ampio, qualunque sia il risultato nelle urne. Immaginiamo un’organizzazione federata, intelligente e flessibile, capace di tenere insieme le nostre diversità. Noi lavoriamo per questo obiettivo, sapendo che le organizzazioni non si fanno a tavolino nelle segreterie dei partiti e nemmeno tra quelle del ceto politico di movimento.

Il 17 dicembre si torna a Roma per il lancio definitivo della lista. Perché Potere al popolo?

Perché siamo convinti che oggi, a livello mondiale, ci sia un grande problema di democrazia. Questa parola è stata svilita, ma alla lettera significa “potere del popolo”, laddove per popolo – demos – i greci non intendevano il popolo dei fascismi, ma le classi popolari, gli strati più bassi della città che dovevano poter contare nelle decisioni. Oggi, purtroppo, la nostra democrazia è una procedura elettorale sempre più stanca e vuota a cui partecipa sempre meno gente. E su tutte le decisioni della vita collettiva non c’è nemmeno la verifica o la ratifica degli organismi eletti. Insomma, siamo in una situazione in cui tu della tua vita non decidi niente. La Sinistra ha eluso per troppo tempo l’idea del potere, si è auto ghettizzata pensando che al massimo doveva fare una resistenza a un potere che era sempre cattivo. E invece il potere può anche voler dire banalmente poter fare. Riprendere la propria vita nelle proprie mani e farlo collettivamente, questo significa per noi Potere al popolo. Noi lo abbiamo scelto per la campagna, e speriamo che rimanga anche il nome della lista. Perché sarebbe sbagliato usare un nome più grosso o un nome che ricorda qualcosa di precedente… noi siamo una forza sociale molto frastagliata ma molto determinata.

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