12/01/2018 Enrico Saponaro

Dillo con un fiore. Ovvero, il ritorno in grande stile della politica “botanica”

Colonna sonora per il sottofondo musicale durante la lettura

Una lunga tradizione lega la politica alla botanica, almeno graficamente. Una tradizione secolare che in Italia affonda le sue radici nel Risorgimento con la celebrazione pascoliana del corbezzolo che, con le sue foglie verdi, i fiori bianchi e le bacche rosse, rappresenta proprio il tricolore. Oppure con la poesia del tenente canadese John McCrae sui papaveri rossi, i primi a nascere sui campi di battaglia, associati poi nel nostro Pese ai martiri della Resistenza.

Da qui, si sa, gli italiani sono un popolo di santi, poeti e navigatori ma, soprattutto, un popolo che si fa prendere la mano facilmente. Ed è stato un continuo fiorire (è il caso di dirlo) di nomi e simboli legati a piante e fiori. Dal passionale garofano rosso socialista – voluto da Bettino Craxi in persona come simbolo interclassista e di “abbandono” dell’idea marxista – al candido garofano bianco democristiano (il Biancofiore colonna sonora di questo articolo è simbolo dei lavoratori (demo)cristiani e spesso si è fatto lista), fino all’infestante edera repubblicana. Poi la storia politica ha visto sbocciare (e in qualche caso bocciare sonoramente) la solida quercia post comunista, l’esile ramo d’ulivo, la tranquilla margherita e la spinosa rosa nel pugno di derivazione socialista ma a un certo punto fatta propria dai Radicali di Marco Pannella.

Negli ultimi dieci anni questa tendenza naturalistica era andata via via scemando, probabilmente a causa di cambiamenti climatici e siccità, e soprattutto perché, si sa, i fiori se non li innaffi seccano.

La lobby dei vivaisti è però dura a morire, così da qualche giorno all’occhiello della politica italiana c’è un fiore in più. Nasce infatti ufficialmente Civica Popolare e scopre le carte con un simbolo petaloso, come definito dalla stessa Beatrice Lorenzin. Un fiore, «che non è assolutamente la Margherita», disegnato appositamente da un bambino (sic!) e che rappresenterebbe una peonia.

La lista aggrega una serie di esodati più o meno importanti, tagliati fuori dal machiavellismo delle campagne elettorali. O che, semplicemente, ne sono parte.

Da Casini a Cicchitto, da Gianluca Galletti e Giuseppe De Mita (Udc e quest’ultimo nipote del più famoso Ciriaco) e Andrea Oliverio, da Ignazio Messina agli ex M5S Romani e Molinari. Uomini e donne (sicuramente più uomini) di centrodestra, alleati tutti insieme in una lista che si dice di centro e che fa da stampella al Pd.

Sono in tutto cinque i partiti politici accrocchiati in questa lista che di “civico” finora ha ben poco se non il fatto stesso che aggreghi soggetti apparentemente senza soluzione di continuità. Sono poche, al momento, infatti, le adesioni al di là di politici e amministratori più o meno scafati. E cinque sono i petali del fiore che sovrasta il simbolo, come a voler rappresentare tutte le anime della lista.

Un fiore che è stato oggetto di contesa nientemeno che con Francesco Rutelli, il quale a tutti i costi non ha voluto concedere l’uso della sua margherita, storico emblema del popolarismo “progressista” italiano post Dc poi confluito in gran parte nel Partito decmocratico e di cui è espressione, ad esempio, il presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni.

Visivamente il simbolo si compone di un cerchio magenta, con in alto il fiore in giallo, i cinque simboli dei partiti fondatori, il nome della lista e il cognome della sua portavoce, Lorenzin, appunto.

Se la scelta del colore principale pare esprimere una volontà di smarcarsi (almeno visivamente) dal contesto, tutto il resto tradisce la missione politica di questo nuovo soggetto, ossia unire le forze, farne massa critica e cederle poi al miglior offerente.

Nel linguaggio dei fiori la peonia è portatrice di fortuna e di matrimoni felici. Esposta in ufficio, aiuta a concludere buoni affari.

Chi sa se gli esponenti delle liste affiancate in basso nel simbolo ci hanno pensato prima di dar vita a questa sorta di pentapartito 2.0 nato a sostegno di una eventuale grande coalizione che, come dice l’amico Cicchitto, «potrebbe essere un’ancora di salvezza per il Paese». In effetti l’ancora va a fondo, dunque non sarà parso il caso. Meglio un fiore, e se margherita non può essere meglio un fiore che porti fortuna ai matrimoni e agli affari.

Torna così in grande stile – se mai fosse andato via – quel vecchio superpotere democristiano in grado di rimanere sempre a galla, proprio come la ninfea, che a pensarci bene sarebbe stato il simbolo più appropriato per Lorenzin e soci.

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