il Salto – Blog di transizione

Ilaria Bonaccorsi

Abbattiamo muri e violenze, ma non da pazzi. Da rivoluzionari

I segni della ‘battaglia’ di Franco Basaglia io li vedo sul corpo di mia madre ogni giorno. Sono cicatrici lunghe e tortuose che camminano. Storte. Quella furia che appariva ‘meravigliosa’ con cui si sono tirate giù orride mura ha generato nella realtà mostri… offesi nel corpo e nella mente. L’illusione che bastasse liberare i ‘matti’ dalle mura del manicomio per renderli ‘non’ matti, l’illusione che la ‘pazzia’ fosse una qualità unica e rara, quasi una superiorità rispetto a una normalità di molto peggiore, ha generato nella realtà mostri. Feriti nel corpo e nella mente. Un pazzo, e per pazzo intendo un paziente psichiatrico, non vuole essere liberato da mura – quello è un suo diritto inalienabile, nessuno può rinchiudere e usare violenza contro nessuno e nei manicomi questo accadeva, sia chiaro -, ma un paziente psichiatrico, un pazzo, vuole essere liberato dalla sua malattia. Vuole che la sua mente si liberi dalle voci, dalle paranoie, dai deliri che lo perseguitano e lo chiudono.

Sono cresciuta nei giardinetti di due manicomi. Quello del Santa Maria della Pietà di Roma e quello di Siracusa. Sono cresciuta col Decalogo di Franco Basaglia appeso sulla parete del letto di mia madre. Mia madre era l’allieva prediletta del grande Franco Basaglia. Quella che trascriveva attenta e sognante i suoi discorsi per poi pubblicarli, insieme a Michele Risso, sui Quaderni di disciplina. Mia madre le ha tirate giù le mura del manicomio, quello di Trieste e quello di Roma. E poi contro un muro ci è andata. E tutti quei segni sono lì. Sul suo corpo. Tutta quella foga liberatrice è lì semiviva tra le fratture, la disabilità, la cecità, la disperazione.

Ho visto talmente tanti ‘pazzi’ nella mia vita – che certo non dovevano essere rinchiusi in carceri maledette mascherate da ospedali psichiatrici – che andavano liberati sì, ma non solo. Andavano curati. Bisognava almeno provarci. Bisognava prendersi la briga e il coraggio di capire che non erano semplici ‘prigionieri’, e che quello che li arrestava non erano solo mura. E bisognava anche andare a vedere perché invece la risposta a quella malattia ‘immateriale’ erano state delle ‘mura’ tanto materiali.  Quale cultura le aveva tirate su quelle mura… e cosa le aveva rese così mostruose. Mostruosamente disumane. Luoghi di violenza dove i pazienti psichiatrici diventavano meno che animali da percuotere. Solo carcasse di carne brutta da maltrattare.

Bisognava liberarli sì, ma per curarli. Perché solo questo li avrebbe resi liberi da quello che gli rovinava la vita, l’amore e la libertà…

Ed invece io sono stata cresciuta nella ‘pazza’ idea che la sola liberazione ‘materiale’ li avrebbe fatti stare bene. Come se fossero stati prigionieri e non pazzi e poi prigionieri. Anzi sono stata cresciuta con l’idea che di cura non ce ne era bisogno. Che di diagnosi non se ne dovevano fare perché voleva dire ‘stigmatizzare’ il pazzo, come fosse un giudizio condannante, e che invece avremmo vissuto tutti insieme liberi e contenti… perché sarebbe bastato tirare giù quelle mura brutte.

Non è stato così. Non è bastato. Ce ne erano di mura molto più grandi, immateriali forse, ma pericolosamente lì. Io ve lo dico oggi. Quando guardo nascere un movimento spontaneo e collettivo da un ex Opg e quando rivedo e risento usare con la medesima leggerezza il termine ‘pazzia’, ‘pazzo’ come fosse una qualità unica a cui aspirare… come fosse sinonimo di ‘irrazionalità’, di ‘irrazionale’, tremo. Perché sinonimo non è. Non lo è. E quella confusione o convinzione ha generato mostri. Offesi nella mente e nel corpo. Possiamo essere irrazionali ed andare contro la ‘normalità’ e il pensiero ‘normale’, quello che schiaccia, non ascolta, annulla, produce sofferenza materiale e immateriale. Possiamo essere contro quella ‘normalità violenta’ che ci viene imposta, quella descritta per esempio da Ken Loach nei suoi capolavori, senza essere pazzi. Anzi, questa volta, possiamo esserlo in modo rivoluzionario soltanto se ‘non’ siamo pazzi. Se ci è ben chiara in mente la differenza.

Perché quando si è pazzi il pensiero non corre, non si libera. Si rompe.

C’è stato un giorno in cui mia madre, con quel Decalogo sul letto e quelle mura tutte giù e noi liberi a giocare nel giardinetto dell’ex manicomio e lei col suo maestro… non mi riconosceva più. E io, neanche 10 anni, ho chiamato l’ambulanza perché non mi sembrava libera. Mi sembrava stesse tanto male. Troppo.

Potere al popolo. Non pazzi ma rivoluzionari

Quindi, guardandovi con grande ammirazione voi del Teatro Italia, voglio solo dirvi di non ripartire da quella libertà lì, da quella confusione o convinzione lì, che essere ‘pazzi’ sia una gran figata. Perché non lo è.

Voi non siete ‘pazzi’, siete rivoluzionari. Volete cambiare il mondo, vorrei farlo con voi. Ma non voglio definirmi ‘pazza’ per farlo. La pazzia è cosa talmente seria che vorrei farvela toccare. Con mano. Si rompe tutto. Ed è difficilissimo poi.

«Occorre allineare testa, occhio e cuore» diceva Henry Cartier Bresson. Abbiamo muri davvero importanti da tirare giù? Violenze materiali e immateriali che fanno ammalare le persone? Bene, facciamolo. Ma non da pazzi, da rivoluzionari.

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