12/02/2018 Raffaele Lupoli

Fregati e contenti. L’obsolescenza programmata e la dipendenza da black friday

Anche in Italia Apple è sotto accusa, con Samsung, per aver “posto in essere una generale politica commerciale volta a sfruttare le carenze di alcuni componenti per ridurre nel tempo le prestazioni dei propri prodotti e indurre i consumatori ad acquistare nuove versioni degli stessi”. Così recita la nota dell’Authority Antitrust datata 18 gennaio 2018 che annuncia l’avvio di un’indagine, focalizzando l’attenzione soprattutto sugli aggiornamenti software rilasciati dai due giganti dell’hi-tech, che appesantirebbero l’uso dei dispositivi – diffusi e apprezzati proprio per le loro performance – e talvolta li bloccherebbero, senza segnalare il rischio che ciò avvenga al momento del download.

Una vecchia storia

È un nuovo capitolo dell’annosa e antica questione dell’obsolescenza programmata, cioè l’intenzione esplicita dei produttori di far durare poco i loro prodotti al fine di venderne di più. Una questione che riguarda oggi soprattutto gli oggetti tecnologici, ma che si estende anche a oggetti di uso comune e di scarso valore. Si calcola che costringere una persona a sostituire dopo pochi anni oggetti che potenzialmente potrebbero durare decenni le può arrivare a costare nell’arco della vita fino a 50mila euro.
Pare che negli anni 40 il colosso chimico Dupont, mentre determinava l’uscita dal mercato delle fibre naturali, avesse dato indicazione ai suoi tecnici di ridurre la qualità del nylon con cui produceva le calze da donna per venderne di più. In effetti, fa notare qualcuno, è ridicolo che le calze durino così poco se con la stessa fibra si realizzano i paracadute dei militari.
Sono però le lampadine, stando alle ricostruzioni storiche, il primo prodotto al centro di un vero e proprio “piano” di obsolescenza programmata. Nel 1924, infatti, i maggiori produttori di Stati Uniti ed Europa diedero vita a un accordo, definito “Cartello Phoebus“, con il quale riducevano tutti la durata delle lampade e incandescenza portandola a mille ore. Dopo di che, ma questa è storia nota, si fulminavano e dovevano essere sostituite.
A riprova dell’esistenza di questo cartello è spesso citata la cosiddetta “centennial bulb”, la lampadina più longeva del pianeta. Accesa da ben 117 anni – salvo qualche breve interruzione per guasti ai cavi o per “traslochi” –, illumina ancora oggi la caserma dei pompieri di Livermore, in California, ed è ormai famosa per aver visto “morire” tutte le lampade dell’edificio e perfino le tre webcam che la riprendono giorno e notte per “raccontarne le gesta”. Certo, oggi la lunga durata e il basso consumo dei led rendono meno annoso il problema, ma immaginate quanta energia e quante materie prime si potevano risparmiare se non si fosse optato per la produzione di lampadine di breve durata.
In tempi di crisi è parsa perfino un’opportunità quella di provocare volutamente il ricambio forzato dei beni di largo consumo: serviva a stimolare la crescita e a consolidare i profitti dell’industria. Fu presentato così il concetto di obsolescenza pianificata nel 1932, anno in cui il broker russo-americano Bernard Lindon lo teorizzò nel suo “Ending the Depression Through Planned Obsolescence”.

Hi-tech sotto accusa

Non è semplice per le associazioni dei consumatori e le autorità di regolazione del mercato dimostrare l’esistenza di cartelli e di strategie dolosamente orientati a “far morire” più presto di quanto potrebbero gli oggetti che utilizziamo ogni giorno. Si dovrebbe, in molti casi, poter entrare nei laboratori dove si progettano e si testano, o addirittura si dovrebbe provare, applicando materiali e metodi costruttivi diversi, che esistono modi per far durare di più i prodotti. Ma nonostante le difficoltà c’è chi dà battaglia e non a caso una delle realtà più solide impegnate su questo fronte è in Francia, dove nel 2015 è stata approvata una legge contro l’obsolescenza programmata (ne parliamo più avanti). Si tratta dell’associazione Hop, Halte à l’Obsolescence Programmée, che ad esempio è riuscita a far partire un’indagine della magistratura sulle stampanti Epson, il cui software costringerebbe a sostituire le cartucce dopo un numero prestabilito di stampe nonostante l’inchiostro non sia ancora terminato. Difficile che si arrivi a processo, perché seppure si dimostrasse che il software blocca le stampe sarebbe molto più complicato dimostrare che ciò avvenga con l’obiettivo esplicito di far acquistare più cartucce.
Anche Apple è già finita sotto i riflettori in diversi Paesi per l’impossibilità di smontare i suoi prodotti e per presunte pratiche “pro obsolescenza”, riconoscendo recentemente di aver rallentato le prestazioni degli iPhone più vecchi, ma non per provocarne la sostituzione, bensì – è la difesa del gigante di Cupertino – con l’obiettivo di prolungarne la durata. Sta di fatto che in Francia si indaga sugli aggiornamenti che “pesano” su prestazioni e durata della batteria dell’iPhone e in altri Paesi, come ad esempio la Spagna, c’è chi si prepara a proporre azioni collettive.
Il danno di immagine è alto e il rischio di migliaia di richieste di rimborso spaventa i produttori. Dopo la notizia dell’indagine dell’Antitrust italiana, Samsung ha dichiarato di voler collaborare alle indagini e ha ribadito che “non fornisce aggiornamenti software che riducono esplicitamente le prestazioni dei prodotti per prolungare il loro ciclo di vita”.

Le norme da cambiare

Il tema dell’obsolescenza programmata chiama in causa per forza di cose le norme a tutela dei consumatori, quelle ambientali e in particolare quelle sul “fine vita” dei prodotti, vale a dire sui rifiuti, dal momento che mal si concilia questa pratica con i più recenti orientamenti verso la cosiddetta economia circolare.
A luglio del 2017 una risoluzione (non vincolante) dell’Europarlamento ha chiesto alla Commissione Ue di legiferare, per ma ancora non vi è traccia di interventi in tale direzione da parte dell’esecutivo comunitario. La Francia, come si accennava, si è invece dotata già tre anni fa di una normativa che sanziona i negozianti che “nascondono” l’esistenza di pezzi di ricambio per i prodotti guasti e che prevede multe del 5% del fatturato, fino a 300mila euro, alle aziende che accorciano deliberatamente la vita dei loro prodotti, con pene fino a due anni di detenzione per i dirigenti. La legislazione transalpina è l’unica in Europa a determinare conseguenze penali per l’obsolescenza programmata, ma a estendere l’iniziativa possono essere soltanto i singoli Paesi perché “in materia penale l’Europa non è competente a legiferare”, come fa notare Pascal Durand, l’europarlamentare verde estensore della relazione “Una vita utile più lunga per i prodotti: vantaggi per consumatori e imprese”, scaturita nella risoluzione approvata lo scorso anno.
In generale, sul fronte normativo la “prevenzione” della pratica dell’obsolescenza programmata va di pari passo con l’esigenza di avere maggiori tutele per i consumatori, ad esempio tramite l’estensione della garanzia legale e la maggiore disponibilità di ricambi, soprattutto in termini di tempo, obbligando i produttori a fabbricarli oltre i cinque anni dall’uscita degli oggetti dalla produzione. Queste richieste non sempre trovano il favore dei produttori e dei decisori politici, ma va detto che già oggi molte aziende, anche nell’ottica di accompagnare il sempre maggiore orientamento dei consumatori verso forme di noleggio e utilizzo condiviso (a scapito della proprietà), si impegnano ad assecondare queste esigenze.

E i consumatori?

Fortunatamente, in questa nuova fase di crisi economica sono pochi quelli che propongono ricette miopi di produzioni ad alto impatto ambientale, e l’obsolescenza programmata è sotto i riflettori ormai da decenni, non più per le opportunità di business che potrebbero derivarne ma per i danni che produce agli ecosistemi. E se sul fronte imprenditoriale e normativo giunge qualche segnale di un’inversione di tendenza, c’è un dato con il quale giudici, authority e decisori politici devono fare i conti, ed è emerso anche da una recente indagine dell’Ademe, l’autorità per l’energia francese: siamo così abituati all’usa e getta, così “vittime” del consumismo e della corsa al modello più nuovo, fashion e di design avveniristico, che spesso la nostra “obsolescenza percepita” (cioè il nostro ritenere invecchiato uno smartphone, un televisore o un altro device) arriva prima di quella eventualmente programmata e ci conduce a sostituire l’oggetto in questione anche se perfettamente funzionante.
Insomma, questo secolo di spinta all’acquisto e al rinnovo figlia del capitalismo, accelerata negli ultimi decenni di pari passo con l’accelerazione e l’aumento delle tecnologie a disposizione, ha creato una cultura difficile da decostruire, nonostante siano ben visibili le conseguenze di queste condotte di consumo sulle nostre vite in termini di danni ambientali e sanitari.
Certo, sono ormai tanti i gruppi e le associazioni che rivendicano il diritto a riparare e riusare gli oggetti, ma la sensibilità dell’opinione pubblica è ancora mediamente insufficiente per poter determinare un cambiamento a breve. E se si riaccende quando riteniamo che qualcuno ci stia fregando – perché il software ci “impalla” il telefono o perché siamo costretti a cambiare le cartucce della stampante anche se non sono terminate –, l’indignazione sparisce di colpo davanti alle offerte del black friday o allo spot di un nuovo “must have”.

 

 

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