13/02/2018 Federico Annibale

Migranti e minori, la doppia odissea dei profughi a Parigi

Scendendo dalla stazione metro di Jaurès, dalla ferrovia sopraelevata, si scruta un accampamento di tende che si estende lungo il canale St. Martin. Siamo al confine fra il X e il XIX arrondissement, ben dentro la Peripherique di Parigi e non lontano dal centro. Qui, accampati alla bell’e meglio, vivono più di 400 migranti. La maggior parte di loro proviene da Eritrea, Afghanistan, Sudan, ma anche da paesi come Mali o Guinea.
Negli ultimi due anni, specialmente dopo lo sgombero del grande campo migranti a Calais, la cosiddetta jungle, nel cuore della capitale francese sono sorte decine di campi informali. Espulsi dall’accoglienza istituzionale, in migliaia finiscono a vivere in strada, accampati con le tende, nelle baracche, nell’assenza totale di servizi e beni di prima necessità. La reazione del governo è puntuale: appena si forma un insediamento arriva lo sgombero. Dal 2015 ad oggi, secondo The Guardian, la polizia di Parigi ne ha eseguiti più di 37.

A novembre del 2016 è stato allestito un campo provvisorio a Port de la Chapelle, l’unico in tutta Parigi aperto dalle istituzioni, in grado di ospitare 400 persone. Usciti dalla fermata metro, la prima cosa che si nota è quel grande capannone gonfiabile, quella cupola con dietro una struttura di container che si staglia all’orizzonte. Fino alla scorsa estate, intorno al campo ufficiale c’era gente accampata sotto i cavalcavia, tra la spazzatura e il continuo via vai delle macchine sulla Peripherique, il Raccordo parigino. “Poi è arrivata la Polizia a sgomberare tutto, e a spostare il problema in altri punti della città. Permettendo l’esistenza solamente al campo ufficiale gestito da un’importante Ong” mi dice Danika, una volontaria croata che di migranti ne ha seguiti a migliaia qui a Parigi.
Nella struttura, tuttavia, il migrante può stare solo 10 giorni, per poi essere rilocato in alloggi d’accoglienza in giro per la nazione, sempre che abbia diritto alla protezione internazionale. Così molti dei migranti che passano dalla “Boule”, come viene chiamato il centro di Port de la Chapelle, dopo i loro dieci giorni di permanenza tornano a vivere in strada. Piuttosto che essere spediti chissà dove in giro per la nazione, preferiscono rimanere a Parigi o piuttosto organizzarsi per provare ad andare in Inghilterra. Questo fa sì che, nonostante sgomberi e divieti, la città sia costellata di campi informali, situati in luoghi difficili da raggiungere e nascosti dallo sguardo dei parigini. Ai 400 e più del Canale St. Martin si aggiungono quelli arroccati sotto i ponti del Canal St. Denis, più di 500, mentre nel parco di Belville dormono una cinquantina di minori.

“Senti scusa, io devo andare in questo ufficio dove mi ha detto l’avvocato, qui mi dovrebbero dare un posto dove dormire”. Appena fuori dalla stazione di Jaures mi viene incontro un giovane con dei fogli in mano e mi chiede di aiutarlo. Si chiama Foday. Racconta di avere 17 anni e di essere arrivato dal Ghana. Il tono della sua voce è sincopato. È agitato, fanno 5 gradi e ha addosso una maglietta leggera coperta da una giacca tutt’altro che adatta alla neve di Parigi. “Sono a Parigi da un mese. All’inizio avevo trovato un posto dove stare. Ma poi sono stato costretto a dormire in strada. La notte fa freddo e io non ho molte cose per coprirmi” racconta il ragazzo. È bagnato, ha freddo. È in stato confusionale, disorientato. “Mi hanno dato il numero di questo avvocato, ma io non l’ho mai conosciuto. Mi ha detto di andare in un posto qui vicino dove poter passare la notte. Ma l’ho trovato chiuso. E ora?” continua Foday. Non sa quello che deve fare, è stato sballottato da una parte all’altra della città senza trovare un riparo. Eppure secondo le leggi internazionali avrebbe diritto a una protezione speciale, visto che è minore. Mi spiega che ha iniziato la pratica d’asilo in Italia ma poi è finito in Francia con la speranza di arrivare in Inghilterra. Un nuovo confine varcato e una nuova, pesante burocrazia da affrontare. Troppo per un ragazzo scappato dal Ghana due anni fa, a 15 anni.

Dopo poco arriva Danika. Lei sa cosa vuol dire essere rifugiati: nel suo caso è stata la guerra nell’ex Jugoslavia a cacciarla di casa. Fa la volontaria a Parigi da tanti anni. “Cucino pasti per più di 100 persone distribuendoli nei punti critici della città, consegno vestiti, ed ho lavorato per un po’ di tempo nel centro di Port de la Chappele, nell’ambito di un progetto che offre attività teatrali e artistiche ai migranti del centro” racconta Danika mentre prende i documenti dalle mani di Foday e li guarda. Ormai è un punto di riferimento per le centinaia di migranti che popolano le strade di Parigi. La cercano e la trovano sempre più profughi, con il passaparola. Sanno che in qualsiasi momento è pronta a trovare un tetto sopra la testa o una minestra calda. Danika ha visto da dentro com’è cambiata mese dopo mese la macchina dell’accoglienza qui in Francia: “Sono ormai due anni che l’emergenza permane – riprende mente restituisce le carte a Foday e gli fa segno di seguirla –. È un continuo sgomberare accampamenti informali nella speranza che non se ne creino altri. Cosa che puntualmente accade, perché il problema viene solo spostato, non risolto. Così resta qui, per le nostre strade, in tutta la sua evidenza”.

Migranti a Parigi - di Federico Annibale

Il 17enne Foday, dal Ghana

Portiamo Foday allo spazio che la Croce rossa ha allestito per offrire supporto a minori non accompagnati. Il medico di turno ci invita subito ad uscire. “Purtroppo è già stato qui qualche settimana fa e non possiamo offrirgli supporto. Non abbiamo posto e le sue condizioni non sono così gravi da richiedere un intervento immediato” dice. Risultato: un minore ghanese, passato attraverso l’inferno Libico, sbarcato in Italia e poi finito in Francia, non ha altra scelta che dormire al gelo sui marciapiedi. Ripariamo per un po’ dentro un caffè. Foday non reagisce, non capisce probabilmente. Danika gli spiega che quelli della Croce Rossa non lo possono aiutare. “Io in Africa non ho nessuno. Mia madre è morta e mio padre non l’ho mai conosciuto. Non ho altri familiari”, dice lui senza alzare lo guardo dalla tazza di tè che tiene tra le mani.

Poi passa a raccontarci della Libia, dove è arrivato senza soldi. “Non potevo imbarcarmi subito. Allora gli arabi che ci tenevano rinchiusi mi hanno obbligato a lavorare per pagarmi il viaggio. Spesso ci picchiavano”. Si interrompe lasciandosi andare ad un commento, uno sfogo: “La Libia è un posto orrendo!”. Poi continua: quattro mesi di duro lavoro e la possibilità di guadagnare abbastanza per pagarsi il viaggio verso l’Italia. Prima qualche mese in un centro in Sicilia, poi a a Milano, dive invece è stato poco. “Però anche lì non dormivo in strada, avevo un posto dove stare” tiene a specificare. “Ho deciso di provare a passare il confine con la Francia, ma alla stazione dopo Ventimiglia, avevo già superato il confine, mi hanno rimandato indietro”. Pur essendo un minore, pur avendo diritto ad essere accolto. E invece, solo attaccandosi al fondo di un vagone, al secondo tentativo, è riuscito ad arrivare in Francia.
Danika interrompe il racconto di Foday quasi come a volerlo riportare nella realtà. Prende il suo numero di cellulare e gli assicura che per la sera gli troverà un posto dove stare. Intanto lo accompagniamo in una biblioteca di Belville, dove almeno può rimanere al caldo fino alle sette.

Lasciato Foday, Danika mi accompagna in giro nei vari “hot spot” di migranti sparsi per la città.
Arriviamo a Jaures e scendiamo nel canale St. Martin. “Qui sono in molti accampati così, nelle tende” dice l’operatrice mentre ci immergiamo nel serpentone di tende blu e verdi di decathlon che si sfilaccia lungo il corso d’acqua. Non ci sono bagni chimici, nessun servizio. Per riscaldarsi bruciano qualunque cosa: vestiti, plastica, pezzi di sacchi a pelo abbandonati, carta.
“Ogni sera c’è la distribuzione del cibo – riprede l’operatrice –. Io non la faccio qui, visto che è coperta da altri. Ma ci sono tanti altri luoghi dove non va nessuno”. Davanti a noi tre afghani stanno rimettendo a posto le loro tende. Uno di loro, Admal, dopo qualche parola di saluto ci racconta come si vive lì: “Spesso arriva la polizia, alcune volte ci tolgono le tende, altre volte ce le fanno solo spostare. Noi non sappiamo cosa fare”. Admal indossa un passamontagna e una giacca pesante che gli fa anche da coperta dentro la sua tenda leggera. Tutti loro sono passati dalla Serbia. Probabilmente anche loro erano tra i migranti in fila per ricevere cibo nel gelo di Belgrado le cui foto hanno fatto il giro del mondo, prima di finire nel dimenticatoio come tante altre prima. Anche la storia di Admal è una sequenza di violenze subite e speranze tradite: “Ho provato 16 volte a superare il confine serbo. Sono stato picchiato sia dalla polizia ungherese sia da quella croata. Poi finalmente, ce l’ho fatta e sono qui” racconta. Il viaggio gli è costato 2.000 euro e ora Admal vorrebbe raggiungere il fratello che vive in Inghilterra.

Quello che il ragazzo afghano non sa, è che il viaggio di chi vuole attraversare la Manica di ferma inesorabilmente a Calais. Dopo che la jungle che ospitava più di 10.000 migranti è stata smantellata, era ottobre del 2016, le autorità non tollerano nemmeno più una tenda. Nessuno può fermarsi lì in attesa di trovare il modo e il momento giusto per attraversare il mare. E chi ci prova è costretto a nascondersi. Secondo France 24 oggi a Calais ci sono più di 800 migranti nascosti fra i cespugli, dentro la foresta, speranzosi di arrivare in qualche modo in Inghilterra. Infomigrants, un sito di controinformazione per migranti finanziato tra gli altri da France24, Deutsche Welle e Ansa – descrive la situazione nella città portuale francese come “altamente esplosiva”. I migranti lì in attesa vivono in condizione di estrema precarietà, i trafficanti continuano a lavorare per far passare illegalmente qualcuno di loro in Inghilterra, il giro di droga si sta allargando e gli scontri fra etnie sono oramai all’ordine del giorno. In una violenta rissa tra eritrei ed afghani (in numero nettamente inferiore rispetto agli africani), pochi giorni fa, più di 20 persone sono rimaste ferite, 5 di queste piuttosto gravemente.

Migranti a Parigi - di Federico Annibale

Aasim, 16 anni, dall’Afghanistan

Qui a Parigi, eritrei, afgahani e sudanesi continuano a voler raggiungere Calais. Anche Yassir, un sedicenne eritreo che incontriamo sul canale St. Denis, vuole andare in Inghilterra. “Lì c’è mio fratello, qui in Francia non so cosa fare”. Per questo Yassir non vuole chiedere asilo in Francia rinunciando di fatto alla protezione garantita ai minori. Capelli ricci, faccia da bambino e tanta ostinazione: “Non so come sia Calais, non so nemmeno dove sia. So solo che bisogna andare lì per arrivare in UK. E quindi andrò lì”. Fra le tende dell’accampamento sorto sotto il cavalcavia del canale vivono più di 500 persone. Come nell’altro campo, non sono presenti servizi di alcun tipo, salvo il cibo distribuito la sera da qualche organizzazione. “Questo accampamento non c’è da tanto. Siamo vicino a Port del la Chappelle, molti di questi prima hanno fatto i loro dieci giorni nel campo governativo” spiega Danika. “Almeno nel campo autorizzato la gente può farsi una doccia calda, dormire in un ambiente riscaldato, o guardare la tv. Qui possono scordarselo”. Qui, se va bene, gli è concesso solo un pasto caldo, e pure la straordinaria nevicata di Parigi può tornare utile all’obiettivo di renderli sempre più invisibili.

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