il Salto – Blog di transizione

Tiziana Barillà

L’Unione fa la forza. Armata

L’Italia ripudia la guerra. E l’Europa ripudia la guerra? Sarebbe il caso di cominciare a chiederselo. Bruxelles è sempre più decisa a realizzare il modello di difesa europeo: unire risorse e piani di innovazione per sfruttare le economie di scala ed eliminare le inefficienze.

Dopo i primi – manco troppo timidi – segnali arrivati durante le celebrazioni di Roma il 25 marzo, la Commissione ha continuato a lavorare al paper per la Sicurezza comune. Che vuol dire Sicurezza comune? Può significare diverse cose: dalla versione “hard” dell’esercito europeo a quella “soft” della cooperazione sulla sicurezza, passando per la via di mezzo dell’integrazione militare. Nel recente summit dedicato alla difesa e alla sicurezza, quindi, s’è deciso che «entro tre mesi» i Paesi membri dovranno presentare le liste degli «impegni» e dei «criteri vincolanti» con cui mettere a punto nuovi progetti di collaborazione. Le nuove missioni, ovviamente, dovranno essere compatibili con gli impegni presi sia con la Nato che con le Nazioni Unite.

La via d’uscita armata, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk non ha esitato a definirla un «passo storico». La crisi europea, quindi, avrebbe trovato nelle armi e nel loro mercato la panacea di tutte le velocità. Germania e Francia continuano a spingere per un esercito comune, mentre chi da sempre si è opposto alle collaborazioni in campo militare – la Gran Bretagna – non costituisce più un ostacolo. E l’Italia, seppur impaurita, è pronta ad accettare. Il 20 luglio la commissione Difesa della Camera ha dato il suo via libera, nonostante i timori per il made in Italy delle armi e per il possibile dominio franco-tedesco del settore.

Se l’Europa dice che glielo chiediamo noi…
«L’Ue ha portato un lungo periodo di pace nel continente», scrive la Commissione, e aggiunge che tuttavia «risulta ora a rischio per l’instabilità dei Paesi confinanti, come per il sorgere di nuove minacce globali, che costituiscono una sfida alla sicurezza comune». E, ancora,«i cittadini sono sempre più preoccupati a causa di queste nuove minacce, e confidano che l’Unione salvaguardi la loro sicurezza». Insomma, i cittadini hanno paura, dicono dall’Ue forti di un sondaggio Eurobarometro per cui, dal 2002 al 2016, la percentuale di cittadini europei che chiede una sicurezza e una difesa comune non è mai scesa sotto il 70%. E alla domanda “secondo te l’Europa dovrebbe contare di più nel mondo?”, quasi il 70% ha risposto Sì. Ancora, lo studio analizzato su Sbilanciamoci.info, riporta alcuni dati del Sipri, l’istituto di Stoccolma, per cui l’Europa a 28 spende 227 miliardi di euro all’anno, l’1,34% del Pil complessivo. Poco, se paragonato agli Usa che spendono quasi il doppio: 545 miliardi, il 3,3% del prodotto interno lordo. Poi, negli Usa, si conta anche su una certa omogeneità di mercato rispetto alla tipologie di armi usate: circa 30 tipologie, mentre in Europa se ne contano 178.

Navi da guerra, cannoni e pistole. A buon mercato
Se in Francia è arrivato Emmanuel Macron, novello fautore dell’«Europa che protegge», in Germania non sono una sorpresa le parole della cancelliera Angela Merkel che si spinge fino a parlare di future operazioni in Africa. I due – tra i quali «c’è un dialogo strategico e costante», ha tenuto a precisare Macron – condividono tra le tante idee anche quella di spingere l’Ue a dotarsi di un fondo sulla difesa comune. Un fondo che, secondo Merkel, può produrre «uno sviluppo della collaborazione industriale», soprattutto per quelle piccole e medie imprese che devono ricevere il sostegno della Banca europea per gli investimenti.

Si apre, quindi, una nuova sfida di mercato per le imprese del settore. Soprattutto per quelle francesi e tedesche, perché “razionalizzare le spese” vuol dire affidare le consegne a pochi grandi fornitori. E se fossero tutti francesi e tedeschi? Questo il timore dell’Italia, che non è certo mossa da sentimenti pacifisti al momento. È l’industria delle armi tricolore ad avere paura. Uno dei pochi mercati floridi dalle nostre parti: nel 2016 le esportazioni italiane di sistemi militari hanno superato i 14,6 miliardi di euro, con un aumento dell’85,7% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015.

L’Italia può contare su Fincantieri che costruisce navi da guerra per mezzo mondo, e che duella con Parigi per i cantieri Stx. Poi c’è Leonardo, concorrente diretto delle aziende francesi e tedesche nel settore dei sistemi di difesa, dove Alessandro Profumo è da pochi mesi subentrato a Mauro Moretti e già si dice pronto a giocare la sua partita con “umiltà” ma determinazione. E ancora nel settore dei velivoli l’italiana Alenia-Aermacchi (del Gruppo Leonardo) già fa i conti con l’intesa raggiunta da Francia e Germania per la costruzione di un nuovo jet che dovrebbe soppiantare l’Eurofighter. E infine Beretta, reginetta italica delle armi leggere.

Con un piccolo sforzo di immaginazione si possono già sentire le voci di chi a breve difenderà l’industria delle armi per salvaguardare i posti di lavoro (a dire il vero accade già in Sardegna per la fabbrica che produce le bombe sganciate sullo Yemen). Quando accadrà, il nemico potrebbe essere il movimento pacifista. Converrebbe fare adesso uno sforzo, prima che sia troppo tardi.

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