il Salto – Blog di transizione

Patrizia Cortellessa

#DiScatto // Fermo, 13 luglio 2016

“Sono Fermo contro il razzismo”. Manifestazione per ricordare Emmanuel Chidi Nnamdi, 36 anni, nigeriano richiedente asilo, ucciso il 5 luglio 2016 da Amedeo Mancini, 40 anni, titolare di un’azienda zootecnica. L’omicidio è avvenuto dopo una colluttazione avvenuta nel tentativo di Emmanuel di difendere la moglie Chiniery dagli insulti razzisti dell’uomo. Emmanuel e sua moglie erano scappati dalla Nigeria di Boko Haram che aveva ucciso i genitori di entrambi e una loro figlia e, nel viaggio verso l’Italia, Chiniery aveva perso il bambino che aspettava. Forse pensavano di essersela lasciata alle spalle la morte. Invece. Chiniery è stata insultata e strattonata, Emmanuel ha reagito per difenderla, Mancini lo ha aggredito, e ucciso. Con un pugno. Amedeo Mancini è prima stato indagato a piede libero poi arrestato, con l’accusa di omicidio preterintenzionale e l’aggravante “dell’odio razziale. Da ottobre era agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Nel gennaio 2017 ottiene il patteggiamento al tribunale di Fermo: 4 anni di reclusione, con il permesso di uscire 4 ore al giorno per lavorare nei campi. Tre mesi di carcere, e qualcun altro ai domiciliari con il solo obbligo di firma. Poi, a maggio 2017, il Gip revoca la misura degli arresti domiciliari e Amedeo Mancini è un uomo libero. Per buona condotta. Ora l’attesa è per il 28 novembre, quando la Cassazione sarà chiamata a pronunciarsi sulla compatibilità dell’aggravante razziale con la riconosciuta attenuante della provocazione.

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