12/02/2018 Tiziana Barillà

Elezioni 2018. Tre domande (più una sul 41 bis) a… Sandra Berardi, candidata con Potere al popolo

Una lunga militanza dentro quel Sud Ribelle che abbiamo conosciuto più sulle pagine della cronaca che nella sua sostanza politica. E anche di quel Sud che costituisce il 90% della popolazione carceraria italiana. La cosentina Sandra Berardi, dopo lunghi anni di autonomia politica e militanza dal basso, ha accettato di candidarsi al Senato con Potere al popolo, correndo nei collegi in Calabria e Puglia. Sua e della sua associazione, la proposta impopolare di scrivere nero su bianco sul programma l’abolizione del 4 bis (ergastolo, di fatto ostativo dal 2009), del 41 bis (regime speciale di detenzione) e l’amnistia generale. Proposta poi condivisa a fatta propria da Potere a popolo.

Verso il 4 marzo facciamo “Tre domande a…” candidate e candidati, cercando di tirar fuori qualcosa di buono e utile dall’ennesima peggiore campagna elettorale di sempre.

Le tre domande del Salto a Sandra Berardi.

Riunioni a porte chiuse, assemblee, parlamentarie. Qualunque lettrice o lettore ti chiederebbe: in che modo e con quale criterio si è arrivati alla tua candidatura?
La mia candidatura è espressione di Yairaiha, un’associazione di solidarietà sociale che si occupa principalmente di diritti dei detenuti. Dal 2006 e per molti anni Yairaiha ha svolto una funzione di monitoraggio assieme ai parlamentari, poi, venendo meno la rappresentanza parlamentare di riferimento (Rifondazione, soprattutto con Francesco Caruso e Haidi Giuliani), non abbiamo più avuto accesso alle carceri. Abbiamo così diminuito le attività ispettive, ma avevamo comunque creato un rapporto epistolare e di fiducia con i detenuti, continuando a ricevere segnalazioni continue e costanti e segnalandole alle istituzioni. Ci sottoponevano e ci sottopongono violazioni con un carattere collettivo, al di là dei casi personali. Da pochi anni, con l’elezione di Eleonora Forenza in Europarlamento abbiamo ritrovato una rappresentanza e abbiamo ricominciato a entrare nelle carceri e a riprendere monitoraggio e ispezioni. Cosa che, ti assicuro, hanno smesso di fare i nostri parlamentari, tant’è che quando oggi arriviamo in qualsiasi istituto il personale di polizia penitenziaria e le direzioni sono talmente impreparate che non trovano più nemmeno la modulistica da compilare per l’accesso dei parlamentari e le ispezioni. Ormai si svolgono solo visite programmate e autorizzate che ovviamente non hanno lo stesso significato delle visite a sorpresa. E ricordo che anche i consiglieri regionali potrebbero farle, ma è evidente che ormai si è persa l’attenzione.

È per questo che hai accettato di candidarti?
Sì, sono un’attivista molto più autonoma che partitica, la mia militanza parte oltre 25 anni fa ed è sempre stata dal basso: per la casa e per i diritti dei migranti, per il lavoro e tante battaglie incrociate in questi anni. Ma quella che riguarda le carceri necessita di una rappresentanza parlamentare. Venendo meno una rappresentanza parlamentare garantista, gli effetti che abbiamo avuto in questi anni sono stati l’approvazione di pacchetti sicurezza che sono arrivati a criminalizzare finanche la questua molesta. Cioè, chiedere l’elemosina è un reato perseguibile penalmente. Ecco, urge rientrare nelle istituzioni e riaprire un fronte garantista rispetto alle politiche emergenziali che poi diventano la norma. La mostrificazione di una serie di soggetti sociali nasconde sistemi ormai marci e funzionali al capitalismo. Potere al popolo è una sinistra anticapitalista, e il capitalismo non si combatte solo sul fronte economico-finanziario ma a 360°, incluse quelle eccedenze sociali che vengono recluse nelle istituzioni totali.

Se fossi la ministra ombra alla Giustizia, rispetto alla questione carceraria, da dove cominceresti?
Sai, dall’ultimo governo si sperava in un’attenzione maggiore in materia di carceri. Sono stati convocati gli Stati generali dal ministro Orlando, che hanno messo intorno al tavolo diversi esperti in vista della riforma dell’ordinamento penitenziario. Ma anche questo è stato un grande bluff, la riforma che è arrivata in commissione (e la legge delega che manteneva le preclusioni attuali) ha migliorato qualcosa rispetto alla sanità penitenziaria perché è andata a legiferare sul diritto alla salute, che prima era solo un articolo dell’ordinamento penitenziario. Però di fatto non risolve i nodi principali che le carceri presentano, su tutti il sovraffollamento e l’ostatività.
Innanzitutto bisognerebbe applicare l’art. 27 della Costituzione. La Carta è chiara: dice che le pene non possono essere disumane, che devono mettere al centro l’Uomo, rieducare e risarcire la società. Buttare una persona dentro una cella per tot anni o per sempre non rieduca e non risarcisce la società. Alla base del carcere così come è concepito oggi si dà soddisfazione solo ed esclusivamente allo spirito di vendetta. E il principio vendicativo non è ciò che avevano concepito i padri costituenti, che il carcere lo avevano vissuto sulla propria pelle. Qui si tratta di giustizia sociale oltre che penale, se ci fosse più giustizia sociale quella penale sarebbe ridotta ai minimi termini e il ricorso alla carcerazione sarebbe residuale.

Una domanda extra, la polemica di queste settimane la rende necessaria. Chiedere l’abolizione del 41 bis vuol dire fare un favore alle mafie?
Il 41 bis è un regime detentivo disumano e di tortura, e uno Stato non può e non deve essere più disumano di ciò che cerca di rieducare, non di condannare ma di rieducare. Con questo regime di detenzione di fatto si sospende lo stato di diritto, è una legge emergenziale che è stata stabilizzata, che dovrebbe essere utilizzata per un periodo di tempo limitato e invece viene prorogata, ma non può essere prorogata all’infinito. Ci sono persone al 41 bis da 25 anni. E ci sono persone che sono completamente impazzite. I favori alle mafie sono le grandi opere, non l’abolizione del 41 bis. Le mafie si combattono mettendo le persone nelle condizioni di non essere ricattabili, di poter scegliere. E non torturando chi è stato già definito mafioso. Anche magistrati, come Roberto Pennisi, dichiarano che il 4 bis e il 41 bis sono la foglia di fico di un sistema politico corrotto che non intende rinunciare a questo sistema. È una lotta alla mafia di facciata, perché la mafia si combatte sui territori non dentro le celle.

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