13/02/2018 Raffaele Lupoli

Elezioni 2018. Tre domande (più una sull’alleanza col Pd) a… Rossella Muroni, candidata con Liberi e Uguali

Da interlocutrice della politica degli eletti, come presidente di Legambiente, Rossella Muroni è passata ad essere candidata alla Camera e coordinatrice della campagna elettorale di Liberi e Uguali con Piero Grasso. Ed è proprio sul rapporto tra  che conta di mettere in campo “un esempio virtuoso che finora non c’è stato”. “Abbiamo vissuto uno scollamento tra le istituzioni, troppo spesso impegnate in discorsi autoreferenziali, e i cittadini che, non trovando un adeguato sostegno, da quelle stesse istituzioni si sono allontanati” spiega Muroni, che ha lasciato l’associazione ambientalista dopo 22 anni di lavoro e di militanza, seguiti all’esordio in Fgci non ancora 14enne. Alla fine, aggiunge, mantenere vivo quel legame più che un’innovazione e un fondamento della democrazia. Così, ora che gira l’Italia per incontrare le potenziali elettrici e i potenziali elettori, le viene facile ritrovare i volti che ha affiancato da attivista nelle battaglie ambientali e le esperienze virtuose di cui è disseminato il Paese. “Ognuno di questi volti, ogni esperienza merita di esser portata al centro dell’attenzione politica e in alcuni casi, come nelle aree di crisi lavorative, di quella legislativa. Alcune volte per innovare basta soltanto fare quello che siamo chiamati a fare. Perciò – ribadisce Rosselle Muroni al Salto – quel ruolo da interlocutrice me lo tengo stretto, e lo rilancio con determinazione, perché sono certa di volerlo continuare a mantenere con la stessa convinzione di prima anche se con la consapevolezza di essere in un ruolo diverso”.

Verso il 4 marzo facciamo “Tre domande a…” candidate e candidati, cercando di tirar fuori qualcosa di buono e utile dall’ennesima peggiore campagna elettorale di sempre.

Le tre domande (più una sulle alleanze post voto) del Salto a Rossella Muroni.

Quali sono i criteri con cui avete individuato i territori e i collegi in cui è candidata? Quanto peso dà al tema del radicamento territoriale dei parlamentari?

Prima della fase di individuazione dei candidati sono state portate avanti le assemblee dei diversi territori. E’ da lì che sono scaturiti i nomi che hanno poi composto le liste. Anche se è vero che il risultato è il frutto di una necessaria metabolizzazione che a livello nazionale ha disegnato delle liste, almeno in parte, con una connotazione più ampia che tenesse conto anche di altri elementi; un passaggio che prende in considerazione, così come è avvenuto anche in tutte le altri componenti politiche, del progetto politico di Liberi e Uguali, e delle forze al suo interno. E, però, il risultato è stato quello di ottenere una giusta miscela, che ha portato ad avere un’alta percentuale, circa il 70%, di candidati del territorio. Cosa che è un valore aggiunto: perché conoscere i luoghi e cercare di difenderne le istanze rimane un punto fermo della partecipazione alla ‘vita attiva’ e ‘democratica’ con cui dovrebbe poi comporsi l’Aula parlamentare: e cioè una rappresentazione del Paese, espressa da ogni singolo deputato o senatore, chiamato in un ruolo istituzionale a essere portavoce di una comunità, come un ‘presidio’ democratico in carne e ossa.

Un ragionamento che vale a livello generale, e che naturalmente mi include. Ho sempre avuto a cuore l’intero Paese, impegnandomi in prima persona. Mi sento di poter dire che ogni angolo d’Italia mi appartiene sia pure con storie e sensibilità diverse; conosco le difficoltà e le vicende di ogni Regione: ed è per questo che veramente sarei potuta esser la candidata di un unico grande collegio che abbracciasse tutto il Paese. Senza differenze. I miei sforzi ora sono diretti per l’Umbria, la Puglia e la Toscana. La prima veniva chiamata il cuore verde d’Italia, vorrei che ritornasse ad essere così; vedo nella sua manifattura la possibilità di un rilancio delle specialità locali, nell’artigianalità la dimostrazione di una nuova maturità espressiva che, anche grazie alle tecnologie, possa riuscire a trovare una nuova identificazione; qui tradizione e innovazione, dall’enogastronomia ai distretti delle ceramiche, convivono e hanno soltanto bisogno di esser portate alla luce per venir valorizzate. La seconda, la Puglia, è una terra che deve riguadagnare il rispetto per se stessa, deve imparare a chiedere e a ottenere l’annullamento della distanza dei diritti (e mi riferisco ai casi purtroppo noti dell’Ilva dove non si può più subire il ricatto tra lavoro e salute, della centrale di Brindisi che è necessario riconvertire, e della ‘incomprensibile’ decisione di costruire il gasdotto Tap su una spiaggia come quella di San Foca a Melendugno). In Toscana la sfida di spingere in avanti sulla via della sostenibilità una Regione che registra comunque dati positivi su molti indicatori ambientali e sociali: eppure rimangono nodi irrisolti come quelli di Piombino. Soprattutto, mi auguro che in queste aree si possa ricucire il rapporto tra Stato e cittadini attraverso un rinnovato processo di partecipazione e di inclusione delle popolazioni all’interno del necessario, oggi più che mai, dibattito pubblico sulle decisioni che impattano sul territorio e di conseguenza sulle comunità.

Nell’ipotesi di un incarico di governo (o di governo ombra), in quale ruolo si vede e perché?

So che la domanda è seria ma sorrido visto la situazione attuale e l’instabilità che ci regalerà questa legge elettorale. Ma rispondo seriamente perchè lo scenario è davvero preoccupante per tutti: l’incarico principale, indipendentemente dal ruolo, sarà quello di fare ogni giorno con entusiasmo qualsiasi cosa possa abbassare anche soltanto di poco il divario delle diseguaglianze sociali: e con questo intendo dire qualsiasi cosa che accresca il benessere delle persone, dall’ambiente all’istruzione, dalla questione fiscale a quella lavorativa. Non c’è, ma se ci fosse un ministero che si occupa di questo, che sia di uno shadow cabinet o no, ne farei parte volentieri. E senza pensare al ruolo, semplicemente apportando il mio contributo. Così come farò in qualsiasi caso, provando a rendere quello in cui credo sempre più concreto; pensando che questo possa rendere il nostro, un Paese migliore.

Per lei che segue da vicino le questioni ambientali, qual è il bilancio di questa legislatura e qual è il lavoro che andrà fatto nella prossima? Da quali progetti di legge partirebbe nella tua attività di parlamentare?

Questa Legislatura ha avuto un’attività importante, bisogna dirlo. Penso in particolare all’introduzione della legge sugli ecoreati, una vera e propria rivoluzione che non soltanto si pone un obiettivo di prevenzione contro i crimini alla natura ma che, allo stesso tempo, offre nuovi e migliori strumenti alle autorità e alla magistratura. Anche la normativa sulle agenzie ambientali rientra in questo capitolo perché omogeneizza la filiera dei controlli su tutto il territorio, offrendo da un lato garanzie per la salute dei cittadini e dall’altro contro la concorrenza sleale tra le imprese. Certo mancano risorse e formazione per dar seguito a queste leggi e questo è il vero limite di una legislazione fatta ma non pensata per funzionare fino in fondo.

Il lavoro per il prossimo Parlamento dovrebbe però cominciare dai tanti temi lasciati a metà. In testa la legge sul consumo di suolo, da troppo tempo in attesa del salto definitivo. Ma anche il ddl di riforma dei parchi e delle aree protette, quello per sviluppare le piste ciclabili anche con la creazione di una rete nazionale di percorsi, oppure quello sui reati agroalimentari e la difesa dell’agricoltura biologica. E anche se non è propriamente un progetto di legge, ho col tempo maturato l’idea che il ministero dell’Ambiente debba diventare trasversale a tutti gli altri, nel senso che argomento trattato dagli altri debba avere un passaggio ‘ecologico’, come fosse quasi un via libera; per questo, in linea anche gli obiettivi a livello climatico che abbiamo preso a livello internazionale e comunitario, non mi dispiacerebbe pensare alla creazione di un ministero della Sostenibilità, che sia magari nell’ambito della presidenza del Consiglio. Un incrocio tra l’attuale ministero e quello dello Sviluppo economico, con un’attenzione ad hoc al livello di benessere delle persone, ai servizi, e alle politiche sociali.

Si dovrebbe poi ripartire da una legge di civiltà, che mai come in questo momento è necessaria, e che potrebbe ristabilire concretezza a quell’idea di umanità di cui il Paese ha bisogno: lo ius soli, anche come segnale della politica e del Parlamento a chi cerca ancora di agitare proclami anti-storici contro una ‘razza’. La Repubblica italiana, antifascista per nascita, non può e non deve accettare anche soltanto il riverbero di espressioni di quel tipo. Lo ius soli è una legge che rappresenta qualcosa di più, e che consentirà al Paese passi in avanti verso il pieno raggiungimento di una società vera.

Infine sappiamo che dare centralità all’economia circolare non basta a ridurre le disuguaglianze senza altri importanti interventi di riforma. A me interessa che le città siano pulite, che la raccolta differenziata arrivi alle stelle. È vero, mi interessa. Ma non voglio trovarmi a vedere sulle panchine di ‘pulitissimi’ giardinetti pubblici senza-tetto che passano la notte al gelo. Per intenderci, l’ambientalismo che sia integrato ad una visione sostenibile della società, come se l’uno fosse la cartina di tornasole dell’altro.

Ridurre le diseguaglianze, al di là dei margini letterari storici del capitalismo, è parte fondante dei valori di una sinistra progressista e riformista, che riesca allo stesso tempo a mantenere ben saldi i principi sui cui è stata scritta la nostra Carta. E’ un connubio che, da solo, credo possa rispondere alle esigenze dei cittadini e dell’intero Paese. Per questo la sfida oggi è riuscire a comprendere quanto l’ambiente non possa avere un unico orizzonte. Come dicevo prima puntare dalla qualità ambientale, sono convinta, debba discendere un’idea di sviluppo per l’intero Paese. A noi spetta il compito di trasformare quest’idea in pratica. Per questo, che si parli di territori o meno, la conversione ecologica dell’economia offre un ampio spettro di potenzialità che attendono soltanto di essere sfruttate: parliamo di nuovo lavoro e occupazione, di tecnologia e innovazione, della filiera industriale dell’economia circolare, di energia rinnovabile, di manutenzione del territorio e di lotta al consumo di suolo, al dissesto idrogeologico, e di rigenerazione delle città. L’ambiente, raccontato così come dovrebbe essere, è un passpartout per l’intera società, che si pone al servizio del bene tutti.

Personalmente, esclude un accordo post elettorale con il Partito democratico per formare un governo? Uscendo dal tema ambientale, le politiche degli ultimi due governi su accoglienza, decoro urbano, scuola e lavoro sono compatibili con una possibile alleanza?

Il mio auspicio è che ci sia un governo che abbia al centro un’Agenda a tinte verdi; che guardi alle persone a partire dal livello di salute alla garanzia di un lavoro, che possa avere come cardine l’economia circolare declinata all’interno dei diversi settori, che tenga conto per esempio anche della lotta ai cambiamenti climatici, all’inquinamento atmosferico, al dissesto idrogeologico – e che riesca a migliorare la qualità della vita del nostro Paese. Gli ultimi due governi qualcosa l’hanno fatta, ma troppo poco e sempre sotto la spinta dell’emergenza e mai in termini organici di una visione che desse spazio alle nostre potenzialità. Senza contare che è molto di più quello che non è stato fatto, o è stato fatto male: mi riferisco per esempio alle posizioni assunte sul referendum sulle trivelle, che ha segnato davvero un punto di rottura; o alle norme lasciate appese senza esito e in balia della definizione di determinanti decreti attuativi mai arrivati.

Un accordo post-elezioni, che al momento non riesco a vedere, non lo escludo ma non mi sembra che ci siano le condizioni. Al dialogo siamo disponibili, poi si fanno le dovute valutazioni. Soltanto sui singoli temi – legge elettorale in primis, pensando a una formula che non giochi a ‘nascondino’ con le regole e riesca a riqualificare l’assetto del paradigma istituzionale, rendendo indietro ai cittadini, dopo avergliela sottratta, l’idea di partecipazione attiva alla costruzione del processo democratico – e con una mediazione reale e congiunta, un’eventuale intesa potrebbe avere qualche possibilità. Per questo sono convinta che Liberi e uguali dovrà comunque continuare a portare avanti i punti del suo programma e capire eventualmente dove, e con chi, quest’ultimi possono coincidere.

 

13 febbraio 2018

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