07/02/2018 Tiziana Barillà

Elezioni 2018. Tre domande a… Davide Mattiello, candidato con il Partito democratico

Forte del suo primato come deputato con il maggiore numero di leggi portate a casa, il torinese Davide Mattiello si ricandida alla Camera dei deputati con il Partito democratico. Ma in posizione difficile. «Le possibilità che io venga rieletto sono vicine allo zero», ci ha detto. E lo ha fatto notare anche Rosy Bindi scagliandosi contro Matteo Renzi. Nonostante questo ha accettato di correre nel collegio Ivrea-Moncalieri. E con il suo consueto tono pragmatico e disincantato ci ha spiegato con quale spirito e perché.

Verso il 4 marzo facciamo “Tre domande a…” candidate e candidati, cercando di tirar fuori qualcosa di buono e utile dall’ennesima peggiore campagna elettorale di sempre.

Le tre domande del Salto a Davide Mattiello.

Riunioni a porte chiuse, assemblee, parlamentarie… Qualunque lettrice o lettore ti chiederebbe: com’è stata decisa la tua candidatura nel Pd?
Ti dirò, non mi aspettavo nemmeno di essere ricandidato vista l’aria che tirava. Il nuovo sistema elettorale impone una “dieta dimagrante”. Nel 2013 con il Porcellum e il premio di maggioranza, siamo entrati in 400 in Parlamento, con questa legge ne torneranno 130 se va bene. Bisognava fare delle scelte, e queste scelte hanno privilegiato l’area di maggioranza del partito. Francamente non mi stupisco né mi scandalizzo, avendo perso l’appuntamento con la storia per fare del nostro un sistema maggioritario, anche la vocazione maggioritaria di alcuni partiti – a cominciare dal Pd, che ci ha lavorato per dieci anni – è finita. Il Pd che puntava al 51% era un partito plurale al suo interno, persa quella opzione non mi stupisce che si facciano operazioni di garanzia rispetto ad alcuni. È chiaro che le scelte sono spiacevoli, ma fanno parte del gioco.

Da Acmos a Libera al Parlamento, passando per la fondazione Benvenuti in Italia. Nella vita ti occupi di cooperazione. Perché hai accettato di candidarti?
Sono un “sarto”, cucio avendo un disegno e lavorando sulle relazioni. Con la fondazione Benvenuti in Italia abbiamo cercato di costruire una rete di avocacy group sul modello americano del Move on che sostenne Obama a suo tempo: una struttura a presidio della trasparenza e della legalità, perché con tutto quello che si dice sulla opacità di certe fondazioni politiche abbiamo ritenuto necessario creare una fondazione di partecipazione, dotata di personalità giuridica e con tutti i bilanci depositati. Lo abbiamo fatto per poter essere maggiormente partecipi nel dibattito politico lasciando a riparo le nostre organizzazioni sociali di provenienza, che sono politiche ma apartitiche ed è bene che lo rimangano. Morale della favola… io un lavoro ce l’ho e mi appassiona moltissimo, ma questo non deve diventare un alibi. Noi abbiamo bisogno di fare politica in questo Paese, altrimenti il rischio è che ognuno rinculi nel proprio orticello sociale, il che dà anche delle grandi soddisfazioni, ma poi le istituzioni chi le governa?

Se fossi il ministro ombra del Partito democratico, quale saresti e perché?
A me piacerebbe fare il presidente della commissione Antimafia, più che il ministro. Non credo di eludere la domanda perché resta viva la responsabilità istituzionale. So di aver cominciato un lavoro in questa legislatura, dentro la commissione Antimafia con la presidenza dell’onorevole Bindi. Questi cinque anni ci hanno permesso di comprendere alcune cose e modificarne qualcuna (il codice antimafia, i testimoni di giustizia, ecc.): quel lavoro va portato avanti e presidiato. Talvolta si fa la legge e non ci si preoccupa del resto, ed è così che alcune leggi restano delle leggi-manifesto, perché dopo aver fatto le norme primarie dovresti occuparti dei decreti attuativi, dei regolamenti, delle fasi applicative. E dovresti anche acquisire quell’autorevolezza personale da parlamentare che ti permette di relazionarti con l’alta burocrazia del nostro Paese. Sennò gli apparati burocratici ti guardano come se tu fossi un pivello che ha fatto un giro sulla giostra e arrivederci e grazie. La politica non è un mestiere, ma richiede professionalità.

 

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