09/02/2018 Tiziana Barillà

Elezioni 2018. Tre domande a… Claudia Pratelli, candidata con Liberi e uguali

Per capire che ha le idee chiare basta parlarci pochissimi minuti. Toscana e femminista, Claudia Pratelli è da anni impegnata con la Federazione dei lavoratori della conoscenza della Cgil. “Fino a un anno fa non avrei mai pensato di avere un impegno diretto in un partito politico”, dice. “E invece sono entrata nella segreteria nazionale di Sinistra italiana”. Dove è responsabile scuola, università e ricerca. Alle prossime elezioni del 4 marzo è candidata alla Camera dei deputati con Liberi e uguali nel collegio Roma 1. Al proporzionale, il suo nome è il quarto del listino (su quattro) dopo Roberto Speranza, Anna Falcone e Miguel Gotor.

Verso il 4 marzo facciamo “Tre domande a…” candidate e candidati, cercando di tirar fuori qualcosa di buono e utile dall’ennesima peggiore campagna elettorale di sempre.

Le tre domande del Salto a Claudia Pratelli.

Riunioni a porte chiuse, assemblee, parlamentarie. Qualunque lettrice o lettore ti chiederebbe: in che modo e con quale criterio si è arrivati alla tua candidatura?

Il mio nome è stato indicato, insieme ad altri, dall’assemblea dei delegati di Roma di Liberi e uguali. Ma il motivo per cui, alla stretta finale, mi hanno proposto una candidatura credo risieda nel percorso che ho fatto, nelle battaglie contro il lavoro precario e sfruttato, per i diritti dei precari della ricerca, per l’istruzione gratuita dall’asilo nido all’università. Ho sempre esercitato la mia militanza in associazioni e movimenti. E nel mio sindacato, la Flc Cgil, dove sono arrivata dopo un dottorato in Sociologia e svariati anni di precariato della ricerca fatta in diversi modi e luoghi, con un notevole ventaglio di forme contrattuali.

Sei una precaria della ricerca, condizione che ti accomuna a moltissime e moltissimi, ahimè. Perché hai accettato di candidarti?
Perché a un certo punto, insieme ai miei compagni di sempre, ho ritenuto che servisse un impegno diretto in politica per mettere alla prova le nostre ambizioni trasformative. Lo abbiamo fatto impegnandoci nella costruzione di Sinistra italiana, adesso è il momento di farlo dentro una campagna elettorale. Non arriverà una fase politica migliore di questa se non facciamo valere bisogni e desideri che troppo spesso stanno ai margini del discorso pubblico e se non ci buttiamo nella battaglia per modificare il senso comune. Per me significa partire dai bisogni della mia generazione, di chi se ne va all’estero a cercare opportunità che in Italia non esistono, di chi subisce innumerevoli processi di sfruttamento. Per me significa decostruire i dispositivi della guerra tra poveri e costruire nuove alleanze per modificare i rapporti di forza. È una sfida che guarda molto oltre il 4 marzo.

Scuola, università, ricerca. Se fossi la ministra ombra di LeU da dove cominceresti?
Vado per punti. Primo: abrogare le riforme tossiche che hanno avvelenato i luoghi della conoscenza. A partire dalla pessima “Buona scuola” e dalla legge Gelmini.
Secondo: l’istruzione gratuita dall’asilo nido all’università. C’è chi dei nidi si ricorda solo in campagna elettorale, soprattutto se utili per contrapporre natalità a immigrazione. Io credo sia uno strumento potentissimo per la lotta contro le diseguaglianze e per una genitorialità più sostenibile, per questo vogliamo moltiplicare gli asili nido pubblici a gestione diretta (oggi solo il 13% dei bambini trova posto al nido). Dell’università invece la politica non si ricorda quasi mai e quando lo fa sono dolori. Del resto il disegno di questi anni è stato chiaro: prosciugarla. Il risultato è che sono diminuiti i fondi, i docenti e anche gli immatricolati all’università, una cosa che, un decennio fa, non avremmo neanche potuto immaginare. Davanti a tutto questo il primo passo è rendere l’università accessibile a tutti, raddoppiando i fondi per le borse di studio e abolendo le tasse universitarie. Infine, non è vero che la scuola è gratuita, anche quella dell’obbligo è costellata di costi nascosti.
Terzo: mai più precariato di Stato. I settori della conoscenza si reggono sul lavoro di centinaia di migliaia di precari. Vale per la scuola, le università, gli enti pubblici di ricerca, le accademie, i conservatori, ecc. È l’esito del blocco del turn over e dei tagli. Per la dignità del lavoro di tutte queste persone e per la tenuta e la qualità delle istituzioni della conoscenza non è più procrastinabile stabilizzare i precari e reclutare nuovo personale.
Quarto: una scuola abitabile da tutte le bambine e tutti i bambini, con meno alunni per classe, il tempo pieno, l’obbligo scolastico dall’ultimo anno della scuola dell’infanzia fino all’ultimo delle superiori.
Partirei da qui, ma avrei tanto altro in cantiere. Sul finanziamento della ricerca di base, l’abolizione dell’Anvur e il ripensamento radicale della funzione della valutazione; l’educazione sentimentale nelle scuole, la valorizzazione del dottorato di ricerca, la statizzazione dei conservatori, la generalizzazione della scuola dell’infanzia, solo per nominare alcune priorità. Se diventerò ministra davvero vi racconterò anche il resto.

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