20/12/2017 Pablo Cussac

Desokupa. Gli imprenditori violenti e la costruzione del capitalismo turistico

Dopo Lisbona, Roma, Kladno e Amsterdam continua il viaggio de il Salto tra le case negate d’Europa.

Desokupa è, ufficialmente, una società spagnola specializzata nell’intermediazione di immobili occupati illegalmente. In realtà sono una vera e propria «avanguardia mercenaria della nuova speculazione immobiliare». L’inchiesta di Pablo Cussac di La Grieta.

Foto Flickr by Aslak Raanes (CC licence)

Com’è fatto un mercato? Come possiamo comprendere i molteplici scambi che lo compongono? In uno dei più importanti momenti di “costruzione del mercato” – la transizione russa al capitalismo negli anni ’90 – Vadim Volkov racconta (nel libro Violent Entrepreneurs. The Use of Force in the Making of Russian Capitalism) la mano violenta di chi ha avuto un ruolo chiave nella garanzia e nel rafforzamento delle nuove leggi sulla proprietà privata.

Li definisce «imprenditori violenti», soggetti organizzati in grado di trasformare le proprie “risorse violente” – arti marziali e militari, capacità nel maneggiare le armi, di intimidazione e così via – in capitale economico. Anziché vendere sedie, giornali o iPhone, quello che questi imprenditori mettevano sul mercato era la loro capacità coercitiva.

Recentemente Dekosupa, impresa specializzata nell’intermediazione di immobili occupati illegalmente, è tornata sotto i riflettori spagnoli in seguito al ruolo svolto durante lo sgombero di La Yaya, un centro sociale di Argüelles, a Madrid. Niente di nuovo, purtroppo, sotto al sole. Dal 2016 numerosi media hanno tentato di approfondire il fenomeno Desokupa: il presidente, Daniele Esteve, è stato intervistato dal giornale spagnolo El Mundo e invitato a Espejo Público, programma della rete nazionale Antena 3. I suoi dipendenti, nel frattempo, sono stati oggetto di numerose inchieste giornalistiche (1, 2)  in cui sono stati definiti “violenti” (ex pugili, ex paramilitari) con forti legami, a livello politico, con l’estrema destra.

L’aspetto più controverso di questa società non riguarda solo il profilo atipico dei suoi impiegati, ma la sua attività: Desokupa effettua “intermediazioni” negli sgomberi a Barcellona e Madrid, dove interviene in aiuto dei proprietari di locali occupati. Nel migliore dei casi, la compagnia svolge la sua attività in una zona grigia a livello legale. Questa situazione è stata denunciata sia dall’Osservatorio DESC (che ha querelato Desokupa) che dal comitato Stop Desokupa: «Oltre ad essere criminali» sono una vera e propria «avanguardia mercenaria della nuova speculazione immobiliare».

Queste critiche vanno oltre le azioni della società in senso stretto: Desokupa è uno degli attori principali nel più grande gioco di potere che al momento si tiene a Barcellona. Tuttavia l’espansione nazionale di Desokupa sta già avvenendo: qui cercheremo di capire le ragioni della comparsa della società nel contesto specifico di Barcellona, come si relaziona con il mercato immobiliare e le conseguenze per l’intera città.

Il ricorso alla violenza “potenziale”

Analizzando le attività di Desokupa (per esempio questo video dei suoi interventi e le testimonianze della gente coinvolta), si capisce come la società rientri pienamente nella definizione di «imprenditori violenti» data da Volkov. È importante sottolineare, comunque, che Daniel Esteve, Ernesto Navas, Jivko Ivanov e gli altri soci non vanno in giro a picchiare la gente, a estorcere denaro o a sparare: c’è un’importante differenza tra Desokupa e la mafia russa degli anni ‘90 che non si deve trascurare.

Una delle caratteristiche della società catalana è che nonostante basi la sua attività economica su “risorse violente”, queste non sono sempre messe in pratica: la violenza spesso resta “potenziale”. Questa è la principale caratteristica imprenditoriale, attraverso la quale possiamo notare una sorta di “economicizzazione” della violenza. In uno studio sulla mafia siciliana, il sociologo Diego Gambetta sostiene come il successo di attori economici violenti dipenda proprio da questo uso ragionato della violenza: meno è esplicita, più avrà successo.

In termini economici, un pestaggio è sempre seguito da una serie di rischi (sforzo fisico, possibile morte del rivale, danni collaterali, problemi con la polizia, ecc.). E ogni rischio è un costo. Ma se lo stesso risultato può essere ottenuto con la sola insinuazione, si può raggiungere lo stesso risultato senza alcun costo. Per questo la definizione di Desokupa come «imprenditori violenti» ha ancora più forza, perché non esercitano il loro potenziale violento. Questa è la chiave del loro successo. Un successo che sembra andare a braccetto con la volontà di legittimare socialmente questa violenza: in passato Esteve era un lottatore MMA, poi un promoter di attività sportive, ora è un socio di Desokupa; Navas, dopo la condanna per tentato omicidio di un antifascista, è oggi un rispettabile lavoratore e padre di famiglia; lo stesso dicasi per Ivanov, ex paramilitare.

Questa narrazione ci indica un’altra importante differenza con la mafia siciliana o con quella russa: Desokupa finge di condurre le sue attività all’interno dei confini legali (un aspetto su cui ritorneremo). Questi slogan legalitari sono caratteristiche chiave della società: i soci di Desokupa sono imprenditori che rientrano perfettamente nella definizione di Volkov. Il loro sito internet, che scorre su un tramonto a Manhattan, è pieno di riferimenti al dialogo, alla coerenza e al rispetto: è la retorica a difesa della proprietà privata e dei piccoli proprietari. L’obiettivo è non permettere all’agire violento di oscurare l’aspetto economico della società: Desokupa è a tutti gli effetti un attore del mercato immobiliare. Per questo la campagna Stop Desokupa sta denunciando le attività della società, considerandole un’assistenza alla speculazione immobiliare.

Quale delle due versioni è quella corretta? Una società legale e legittima al servizio della piccola proprietà o il braccio armato della speculazione immobiliare? Per provare a dare una risposta, abbiamo bisogno di analizzare la struttura del mercato immobiliare di Barcellona e cercare di scoprire il ruolo giocato da Desokupa nell’istituzionalizzazione del nuovo modello turistico della città.

L’“airbnbfication” di Barcellona

Sciogliere il dubbio su chi siano i committenti di Desokupa è importante per capire le contrasti di questa società. Secondo la stessa Desokupa, i suoi clienti sono esclusivamente piccoli proprietari che hanno “perso” la propria abitazione, come Esteve dichiara in tutte le uscite pubbliche. La domanda principale è: perché è nata Desokupa?

Secondo l’etimologia (Desokupa può essere tradotto con “dis-occupare”), la risposta è abbastanza chiara: perché ci sono le occupazioni. È come dire che senza il fascismo non ci sarebbero gli antifascisti. Per evitare paragoni semplicistici, dovremmo considerare la componente politica di molte occupazioni, in linea con i movimenti anarchici e con la loro critica alla proprietà privata. Finora, quindi, niente di nuovo. Ma le occupazioni sono sempre esistite, potremmo dire.

Perché Desokupa è stata fondata solo ora? È importante considerare l’esistenza di occupazioni “forzate”, quelle che non sono legate a volontà politiche. Pensiamo ai casi di persone non più in grado di pagare il mutuo o l’affitto. Un terzo caso è quello delle occupazioni con la finalità dello sfruttamento economico. Sebbene questi casi siano una chiara minoranza, vanno tenuti in considerazione per avere una visione completa. Perciò possiamo sostenere che se Desokupa è nata oggi è a causa dell’aumento dei casi di occupazione.

Come rispondono i proprietari a questa situazione? In un’inchiesta di En el Punto de Mira, un imprenditore immobiliare spiega perché ha contattato Desokupa: voleva ristrutturare la sua proprietà per venderla, ma l’ha trovata occupata. Grazie all’intervento di Desokupa, è stato in grado di completare il suo progetto, guadagnando il 30% in più del suo investimento iniziale. Come documentato dall’inchiesta, questo caso, lontano dall’essere solo un aneddoto, mostra un trend del mercato immobiliare di Barcellona in cui, nonostante l’esplosione della bolla immobiliare del 2008, i prezzi non sono calati e, al contrario, continuano a crescere.

Questo crea un intero mercato intorno alle occupazioni che, a prescindere dall’essere aumentate dopo la crisi del mercato immobiliare (una seconda causa di occupazione), offrono un maggior guadagno. Perché? Perché i proprietari delle abitazioni occupate, che siano banche o individui, sono costretti ad abbassare i prezzi a causa dei costi di mancata rendita durante il procedimento giudiziario. L’esistenza di Desokupa completa l’equazione: si può acquistare un appartamento deprezzato perché è occupato, assumere la società, che offre risultati in 48 ore a una modica cifra (da 4.000 €), e avere l’appartamento disponibile per la rendita economica al prezzo di mercato. E il prezzo di mercato è fortemente lucrativo, come possiamo vedere dall’evoluzione del mercato degli affitti a Barcellona. Secondo i dati del 2016 di Idealista, possiamo osservare come, tra il 2015 e il 2016, i prezzi siano aumentati del 16.5% (con un tasso di crescita del 23,4% nella provincia e del 26,8% in tutta la Catalogna). In alcuni quartieri (Sants, Sant-Andreu, Eixample) l’aumento supera il 20%.

Una delle cause principali dell’aumento dei prezzi può essere cercata nella proliferazione degli affitti turistici. Se diamo uno sguardo ai dati di Airdna o alle rappresentazioni interattive di Kor Dwarshuis, notiamo come la presenza di questo tipo di affitti sia esplosa negli ultimi anni, andando a braccetto con l’aumento dei prezzi e degli sgomberi. Possiamo interpretare questo fenomeno con l’aiuto di Karl Polanyi. L’economia e i mercati, sempre meno radicati ai bisogni sociali, fanno affidamento sulla distruzione di forme sociali e istituzioni inefficienti o costose per la propria sopravvivenza. Nel nostro caso, la distribuzione della proprietà urbana, i prezzi dei terreni o la fisionomia dei quartieri necessitano di essere adeguati al mercato; un mercato dove Airbnb e simili sembrano aver spianato la strada.

Ciò nonostante, non dovremmo considerare l’economia e il mercato come entità astratte ed eteree. Dietro ogni transazione c’è un venditore e un compratore, un proprietario e un inquilino. I processi economici si concretizzano in attori reali a causa della loro rilevanza e dei posti in cui accadono. Qui vengono alla mente i lavori del geografo David Harvey, che ha teorizzato i processi contemporanei della territorializzazione dei capitali. Uno dei concetti maggiormente citati dal geografo britannico è quello dell’«accumulazione attraverso l’esproprio», un momento necessario e violento dell’accumulazione di capitale. Questa nozione va in parallelo con la definizione marxista di “accumulazione primitiva”, che descrive come il processo di accumulazione richieda garanzie istituzionali per essere stabilizzato (l’inclusione del diritto alla proprietà privata nella legge americana, ad esempio, consente l’esproprio delle terre dei Nativi, il loro passaggio a nuovi proprietari e il conseguente sfruttamento economico).

L’innovazione di Harvey consiste nel considerare un esproprio non come un unico momento nello sviluppo del capitalismo, ma come una costante: per svilupparsi, il capitale ha costantemente bisogno di trovare nuovi spazi, il che implica l’applicazione di un sistema doppio (violento e istituzionale) che garantisca sia l’esproprio che l’accumulazione. Nel nostro caso, abbiamo visto come Desokupa sia il garante degli espropri, compiendo sgomberi che contribuiscono allo sviluppo del nuovo modello turistico e urbanistico di Barcellona. Però la questione istituzionale ha ancora bisogno di essere risolta: dove si colloca, in questo scenario, lo stato di diritto?

La città come conflitto politico

Come abbiamo visto, Desokupa sembra colmare una funzione essenziale nell’ordine costituito del nuovo mercato immobiliare di Barcellona. Tuttavia, la visione d’insieme rischia di far perdere di vista l’interesse reale che la società suscita nei proprietari delle case occupate. Abbiamo già affrontato il tema dei guadagni economici dovuti alla cosiddetta mediazione, ma dobbiamo anche considerare che questi guadagni sono la conseguenza implicita di come questi casi siano stati affrontati dal punto di vista giudiziario.

Nel video di presentazione della società, solo uno dei “protagonisti” dice: «Sono un occupante e ho dei diritti!». Ed è vero: come ogni cittadino, un occupante ha una serie di diritti. Non può essere sgomberato senza un’ordinanza giudiziaria se ha vissuto nell’abitazione per più di 24 ore. Secondo i dati, i processi tra proprietari e occupanti durano mediamente 8 mesi. Qui risiede la ragione dell’esistenza di Desokupa: secondo le stesse parole di Daniel Esteve, «efficienza e velocità contro l’indolenza della burocrazia legale». Per evitare capi di imputazione, la società deve presentare le sue attività nella forma dell’intermediazione, ossia un accordo tra le parti. Questa messa in scena è maggiormente visibile con la firma del contratto a “missione compiuta”, in cui l’occupante accetta di lasciare la proprietà, solitamente in cambio di denaro. Tuttavia, la caratterizzazione di Desokupa come intermediaria non ci deve far perdere di vista la sua posizione che è sia di relazione sociale asimmetrica che in una situazione legale ambigua.

La relazione sociale asimmetrica significa che appena un occupante vede la l’abitazione circondata da “enormi buttafuori”, qualsiasi possibile negoziazione sarebbe sbilanciata. E la situazione legale ambigua consiste nel contrapporre due diritti imparagonabili. Sia il diritto alla proprietà privata che quello all’abitare sono fissati dal primo articolo della Costituzione spagnola, con la differenza che il primo può essere alienato con “una giusta causa di utilità pubblica o interesse sociale”, il secondo “deve essere promosso dalle autorità pubbliche.”

Cosa prevale in questi casi? Il diritto alla proprietà o all’abitare? La situazione legale è ulteriormente resa difficile se consideriamo che Desokupa potrebbe compiere azioni criminali durante i suoi interventi, come denunciato dall’Osservatorio DESC, che, nella sua denuncia formale contro Desokupa e alcuni dei suoi impiegati, accusa la socità, tra vari reati, di coercizione e violazione di domicilio.

Oltre la discussione caso per caso degli sgomberi, possiamo quindi individuare il conflitto non solo tra questi due diritti, ma tra due diverse interpretazioni della convivenza urbana. Subito dopo l’inizio del clamore mediatico sul caso Desokupa, è nato il collettivo Stop Desokupa, che mira all’organizzazione dei quartieri nella denuncia del business della società. In quest’ottica possiamo interpretare le azioni della scorsa estate portate avanti dall’organizzazione indipendentista di sinistra Arran contro numerosi simboli turistici. Usando slogan come “Il turismo uccide i quartieri”, gli attivisti di Arran puntano alla difesa delle organizzazioni abitative non commerciali, contro il nuovo modello turistico di Barcellona.

Dall’altro lato troviamo Desokupa: la cui idea è basata sul diritto di proprietà, che collabora con gli altri soggetti in favore di una geografia urbana monetizzata, i cui abitanti siano selezionati attraverso il filtro del mercato. Questa cooperazione va oltre i casi specifici. Com’è stato documentato da Diagonal, i collegamenti della società con i grandi mediatori del mercato immobiliare e con le società di sicurezza specializzate nel business “anti-squat” la rendono un attore importante nella costruzione della nuova città.

Questa tensione in merito alla forma e all’organizzazione che la città dovrebbe adottare non è necessariamente negativa. Il conflitto, ci ricorda David Harvey in un’intervista del 2007 a El Paìs, può essere sempre considerato positivo, in quanto senza di esso le nostre differenze non verrebbero risolte. Ma non c’è possibilità di risoluzione del conflitto senza una mediazione istituzionale. Quello che ci si chiede è il ruolo (finora passivo) della polizia e della giustizia riguardo le attività di Desokupa, che, sostanzialmente, si occupa della gestione degli sgomberi usando l’intimidazione in assenza di garanzie. Contro quella che è essenzialmente una sfida al monopolio statale della violenza e della coercizione, le istituzioni sembrano avere due opzioni: o rispondono legalmente contro l’esercizio della violenza privata, oppure conservando la loro attitudine al laissez-faire. Finora la seconda opzione è stata quella preferita, come si evince dalla collaborazione informale tra le forze di polizia e i membri della società in alcuni casi, con lo sgombero di Argüelles come esempio più eclatante. Le denunce contro Desokupa costringeranno però il sistema giudiziario a prendere una posizione in merito. Nel frattempo le attività della società vanno avanti.

Analizzando parallelamente l’espansione della società e la crescita degli appartamenti per uso turistico a Madrid, Siviglia, Valencia, e la conseguente gentrification di quartieri come Lavapiés, Argüelles o Russafa, il dibattito in merito all’accondiscendenza delle città rispetto al nuovo mercato immobiliare e turistico è lontano dall’essere concluso. Il cuore della questione è a Barcellona, dove il problema è al centro dell’agenda politica dopo l’elezione di Ada Colau, un’attivista contro gli sgomberi. Anche se nascosti dai problemi riguardo l’indipendenza, le questioni sembrano relativamente scollegati, in quanto l’internazionalizzazione dei flussi turistici e finanziari probabilmente continuerà.

In questo articolo abbiamo visto il ruolo che gli “imprenditori violenti” possono giocare nella costruzione di nuovi mercati, ma rimane aperta la questione di come i comitati di quartiere e le associazioni possano giocare un ruolo di vera opposizione. La città, vista come uno spazio sociale, è un territorio in cui i diritti sono il risultato delle lotte politiche. Quanto dovremo ancora aspettare per un dibattito approfondito sul modello turistico spagnolo e sui suoi effetti sulle città?

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