08/01/2018 Emanuele Profumi

Lo strabismo del centro-sinistra cileno riporta al governo il miliardario Piñera

Ha pesato eccome, sull’esito del voto in Cile, l’exploit sorprendente del Frente Amplio guidato da Beatriz Sanchez, che con il 20,27%, non è arrivata al secondo turno per un pelo. Ha vinto però Sebastian Piñera, già presidente dal 2010 al 2014 ed eletto nuovamente prevalendo con il 54,6% dei voti sul candidato del centro-sinistra Alejandro Guillier, che al ballottaggio ha preso il il 45,4%. Molti pensavano che Guillier potesse intercettare i voti di sinistra del Frente Amplio, dato che, alla fine, il vertice politico di questo schieramento aveva dato indicazioni di voto in questo senso, ma non è stato così. Perché?

Quando, l’estate scorsa, Francisco Javier Estévez, direttore dell’importante Museo della memoria e dei diritti umani, dove si racconta l’estrema violenza della dittatura di Pinochet, mi confessò che l’attuale società cilena vive una tensione permanente tra spinte solidali e progressiste e una forte chiusura individualistica e consumista, non avrei mai pensato che questo si potesse tradurre così chiaramente nel conflitto politico. E invece, Guillier, espressione diretta di chi ha guidato la transizione alla democrazia scendendo a patti con l’élite militare e il mondo finanziario, non ha fatto i conti proprio con la tensione di cui parla Estévez. Perché, come accade in moltissimi Paesi del mondo, anche la società cilena è ormai polarizzata.

La divisione cilena, tuttavia, solo in parte si può spiegare con l’idea di Estévez. L’antagonismo sociale si muove sulla base di due visioni del Paese e di due prospettive del futuro ormai contrapposte: da una parte chi considera che il regime militare di Pinochet sia stato un passaggio inevitabile della storia per ristabilire l’ordine pubblico e rilanciare l’economia del Paese contro il “Caos e la violenza marxista”, e, dall’altra, chi pensa che Pinochet abbia instaurato una dittatura sanguinaria aprendo le porte ad un sistema economico brutale, il primo esperimento di neoliberismo nel mondo. Da un lato chi vuole conservare la nuova democrazia nata dalla concertazione post-Pinochet, senza abbandonare la Costituzione del 1980, eredità diretta del regime militare (responsabile di un impasse politica senza precedenti, che ha blindato l’impianto istituzionale della nuova Repubblica per decenni); dall’altro, chi vuole eliminare completamente quella Costituzione ed avviare un processo popolare costituente, per eliminare qualsiasi istituzione e legge autoritaria e neoliberista elaborata prima (e dopo) del ritorno alla democrazia.

Le timide proposte di riforma costituzionale della Bachelet prima, così come le limitate riforme proposte da Guillier, in continuità con il governo socialista, non hanno tenuto conto di questa contrapposizione. Ignorandola, non hanno capito il successo elettorale del Frente Amplio, condannandosi a perdere rovinosamente una competizione politica che, sulla carta, non era difficile da vincere. Guillier non ha assunto né interpretato la radicalità di questa situazione, e i cittadini che hanno votato il Frente Amplio non se la sono sentita di sostenere un altro governo di compromesso con i poteri forti, in primo luogo il sistema militare (in Cile è una specie di società dentro la società) e quello finanziario. Dal potente movimento studentesco del 2011, infatti, è cresciuta un’insoddisfazione profonda rispetto a forme di mediazione con i settori privilegiati che continuano a prosperare sulla pelle della maggioranza, impoverita, indebitata e marginalizzata.

Insomma, la sconfitta del centro-sinistra cileno è dovuta, prima di tutto, a questa imperdonabile e colpevole “svista”. Lo strabismo di chi pensa che, a sinistra, ancora si possano tenere insieme la capra con i cavoli, senza vedere che la capra se li sta mangiando da tempo. E i cavoli, alla fine, sono i nostri.

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