10/02/2018 Martina Di Pirro

Cecilia Strada e la guerra tra noi. “Riprendiamoci la parola sicurezza”

La guerra pensiamo di conoscerla tutti. È qualcosa a cui siamo abituati, un nome che conosciamo. Guerra. Ci pare avere le sembianze del bambino denutrito delle pubblicità, quelle gambe sottili di un posto sconosciuto, quegli occhi languidi pieni di mosche. Ce la insegnano a scuola, ci raccontano che la pace è solo una parentesi tra un conflitto ed un altro. La guerra, per noi occidentali, è uno schermo che ci costringe, di quando in quando, a sentirci un pochino più empatici. È il nostro modo scomposto di costruirci una distanza, di rintanarci in tante forme di silenzio.

A volte, sembra quasi che la disgrazia altrui ci interessi solo per convincerci di non stare così male, dopotutto. La disgrazia altrui serve a vendere, a nascondere, a confondere le acque. A dirci che, infondo, il destino di ogni singola persona è un problema individuale, non collettivo. È un peccato esista, la guerra. Certo. Ma cosa possiamo farci?
Eppure, la guerra non l’abbiamo mai davvero vista. Non sappiamo che odore abbia, cosa procuri realmente nella vita quotidiana di chi la vive, quanto ci è molto più vicina di quello che pensiamo.

La conosce Cecilia Sarti Strada, la guerra. La racconta nel libro “La guerra tra noi” senza umanizzarla, ma condannandone ogni millimetro di spazio occupato. Ne ha visti gli effetti collaterali, e, soprattutto, ne ha capito il volto.
Per esempio, la guerra ha il volto di Samandar, originario di Lashkar-gah, nel profondo sud dell’Afghanistan, scappato dai talebani e finito nel tragico inferno della politica del No Way australiana. Una politica che ha costretto migliaia di naufraghi, quasi tutti richiedenti asilo, a vivere sull’isola di Nauru, nel Oceano Pacifico meridionale, che, con i suoi 21,4 chilometri quadrati di superficie, è la repubblica indipendente più piccola al mondo.

Ventunovirgolaquattro chilometri quadrati di nulla, ventunovirgolaquattro chilometri quadrati di fosfato e basta. Una prigione a cielo aperto, una roccia su cui Samandar, e tanti altri migranti che cercavano di entrare in Australia, erano costretti a vivere fino allo stremo delle forze e della ragione. Si impazzisce, in un luogo del genere. Nulla da fare, nessun futuro, nessun progetto, neanche uno sprazzo di vita. Piuttosto che rimanerci, i migranti preferiscono tornare a casa. Rimpatrio volontario, un modo per scrollarsi di dosso la responsabilità di esseri umani. Ma che colpe avevano per ritrovarsi lì? La guerra ha quindi il volto di un fazzoletto di terra, di mare che è confine e non si adatta più alla naturale forma libera dell’acqua. E sembra meno distante così, perché, a pensarci, cosa faremmo se, un giorno, su quella roccia, ci fossimo noi? Ci fossero i nostri figli?

Ma Cecilia Sarti Strada non si ferma qui. Incalza la riflessione, schiaffeggia con verità, senza dare risposte ma con la pretesa di insinuare dubbi, di continuare a stimolare domande. E viaggia ancora. Arriva fino Baghdad, con il caldo torrido delle zone limitrofe e la difficoltà di attraversare i checkpoint, per raggiungere Falluja, la città delle moschee. E qui la guerra ha tanti volti e tanti odori. Come, per esempio, quello di carne bruciata, di corpo umiliato e torturato. Non è retorica o voglia di scuotere, è la crudezza dell’indifferenza di un pezzo di mondo, il nostro mondo, che domani dimentica sempre, che piange le vittime, si commuove di fronte a quel bambino malnutrito, ma poi ricomincia senza cambiamento. Invece, quelle vittime, per alcuni saranno il peso tremendamente doloroso da sopportare.

La guerra, in Iraq, sembra avere le sembianze delle armi chimiche, finanziate da quel paese a cui apparteniamo, da quei governi di cui siamo, volenti o nolenti, responsabili. Ecco cosa unisce l’Italia ad un bambino iracheno di tredici anni ricoverato già due volte perché continuano a sparargli: le tasse. I soldi delle tasse italiane che pagano l’occupazione in Iraq. Cosa è andato storto? Cosa abbiamo sbagliato? E di nuovo, allora, la guerra non sembra poi così lontana. È appena al di là del mare. Potremmo toccarla, ma scegliamo di girarci dall’altra parte.

Ed è a Kabul, in Afghanistan, che la domanda “da dove prendono tutte le armi e le munizioni?” assume le sembianze di tutte quelle potenze mondiali che credono che la guerra sia economia. E la pace, allora, che cos’è? E la guerra nello Yemen, che tipo di economia è? Cosa abbiamo guadagnato noi bombardando le strutture sanitarie, le scuole, la terra da coltivare? C’è il nostro nome su quelle bombe? Sì. Le bombe vengono prodotte in Sardegna, vicino Cagliari, dall’azienda italiana Rwm Italia. La Sardegna, quella stessa terra che d’estate è fonte di turismo ricco, di barche e cravatte. E che, invece, ospita il 65 percento delle servitù militari.

Più si va avanti nella lettura, più “La guerra tra noi” sembra il ritratto di un fallimento. Un libro che è esplorazione del più grande fallimento vissuto dal genere umano. Un fallimento di cui Cecilia Sarti Strada, pur avendo dedicato la propria vita alla lotta contro la guerra e per la pace, dal G8 di Genova alle strade sabbiose di Kabul, si sente responsabile e piena di dubbi. Un’umana tra gli umani, che osserva con occhi di donna e restituisce domande. Migliaia e migliaia di fallimenti che hanno il viso di chi non è sopravvissuto. Migliaia e migliaia di fallimenti sacrificati in nome della sicurezza.

In un mondo nel quale è proprio la sicurezza a venir raffigurata come il valore supremo, quel valore che serve a giustificare numerosi soprusi e che, se invocato, sospende ogni discussione, affermare che la guerra serve per portare sicurezza appare un paradosso. Non ci sentiremmo, forse, tutti più sicuri con un sistema sanitario funzionante? Con una scuola accessibile? Con un lavoro a tempo indeterminato? E se non fosse la guerra a creare economia? E se a creare economia fosse la pace? Di quale ricchezza parliamo quando parliamo di guerra? E quale prezzo stiamo pagando tutti e tutte? In nome di quale idea, di quale principio, di quale dolore, di quale morale stiamo umanizzando la guerra invece di combatterla? Quando abbiamo cominciato a percepirla come normale conseguenza delle nostre azioni?

Ceciclia Strada - La guerra tra noi

Un libro che invita alla memoria anche, a non ritrovarci a dover giustificare, in un futuro non poi così lontano, un mondo che ha ceduto i diritti umani in nome della sicurezza, dell’economia, del profitto. Un mondo che tenta di nascondere milioni di poveri sotto al tappeto di decreti che dilatano l’area degli abusi, macinando vittime e giustificando provvedimenti repressivi di qualsiasi sorta. Un mondo che vieta la libertà di scelta e di una direzione nello scegliersi. Un mondo che osserva minuti di silenzio per le vittime dell’Olocausto e poi costruisce bare nel Mediterraneo e inneggia all’odio razziale.

Un mondo fatto di muri e barricate per paura del terrorismo, costruito su un informazione che serve a dare la colpa del nostro impoverimento a chi fugge dalle bombe o dalla miseria invece che ai reali responsabili dell’insicurezza mondiale.
Un mondo che, però, con la forza dirompente di uomini e donne combattenti, è anche in grado di costruire forme positive di resistenza, di empatia, di solidarietà. Esperienze che Cecilia Sarti Strada ha contribuito a creare negli anni, rendendo il lettore partecipe di tante forme plurali di piccole rivoluzioni.

A volte, sembra sussurrare “La guerra tra noi” tra il rumore di una pagina e l’altra, nelle righe sottili di racconti che sanno di pelle e anima e sudore vissuto, le decisioni più pesanti sul futuro viaggiano sul filo d’aria d’un soffio di vento del Sud. E noi con loro, leggeri, distanti. Ed è di vento che sembra fatto il nostro potere più grande: il potere di scegliere la pace al posto della guerra. Ma è vento che potrebbe essere tempesta, se solo lo volessimo.

“Il nemico, per tutti, sono lo sfruttamento, la povertà, l’incertezza sul futuro. Niente che si possa combattere con i cacciabombardieri. Al contrario. Il sistema della guerra è la forma estrema di sfruttamento, ti toglie la vita e fa morire i figli prima delle madri. Penso che dobbiamo riprenderci la parola sicurezza. Non so ancora come, anche oggi troverà la risposta domani. Ma va bene così: intanto mi faccio bastare la domanda”.
(Cecilia Strada, “La guerra tra noi”)

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