17/01/2018 Daniele Nalbone

Diritto alla casa. Tenetevi pure la campagna elettorale, solo la lotta paga

Claudio. Angela. Mercedes. Daniele. Valentina. Ionica. Marisol. Forse dovremmo iniziare a chiamarli per nome. Troppo facile mettere virgolette a caso e attribuirle, genericamente, al “Movimento per il diritto all’abitare”. Come se la loro colpa fosse quella di aver scelto, a suo tempo, di far parte di un percorso di lotta, di rivendicazioni, collettivo anziché affidarsi alla carità, alla pietà, alla storia strappalacrime da sbattere in tv o sui giornali per vedersi riconosciuto quello che resta, comunque la mettiate, un loro diritto. Quello alla casa o, almeno, a un tetto sulla testa per affrontare l’inverno.

Forse se Claudio, Angela, Mercedes, Daniele, Valentina, Ionica o Marisol fossero venuti singolarmente a trovarvi vi avrebbero smosso la coscienza e, magari, fatto trovare una soluzione per chi una casa, è bene ricordarvelo, la aveva e oggi non l’ha più.

«Prima i poveri» è lo striscione che accoglie chi entra – da agosto (!) – nella basilica dei Santi XII Apostoli, nel cuore di Roma. I turisti li guardano, parlano con loro, cercano di capire. Molti, moltissimi cittadini, in questi cinque lunghissimi e prima caldissimi poi freddissimi mesi si sono interessati alle loro sorti. Giorno dopo giorno hanno portato pasti sempre più caldi e vestiti sempre più pesanti. Hanno giocato con i loro bambini. I frati francescani della Basilica li hanno fatti sentire una famiglia. Mai pietà. Mai un sorriso finto. Mai una pacca sulla spalla per poi voltarsi dall’altra parte. Voi no. Evidentemente il fatto che vengano a trovarvi sotto ai vostri uffici in gruppo, con bandiere rosse con la scritta “Stop sfratti” per voi fa di queste persone, persone (!), un nemico politico.

Bene. Perché è proprio così. Voi siete il loro nemico e loro il vostro. Solo che, a differenza vostra, loro lo dichiarano ogni giorno e ogni giorno resistono a una politica che sta usando la crisi per ridisegnare la società. Loro non hanno paura. Siete voi a temere loro, il loro modo di resistere, di combattere.

Ora, per voi, è il tempo delle promesse. Per chi non si arrende il momento della trattativa politica. Ma, appunto, è solo un momento. Quella che voi intendete come pratica strutturale per chi da 5 mesi vive, sopravvive, in una tenda è solo la tappa strategica di un percorso di lotta che presto, molto presto, tornerà a palesarsi in città. Perché no, anche con nuove occupazioni. Chi ieri è andato in presidio davanti alla Regione Lazio per chiedere il rispetto delle promesse pre-natalizie sa benissimo che questo momento di “pax” terminerà il prossimo 4 marzo. Dal giorno dopo il voto gli sgomberi potranno ripartire, magari dietro la sicurezza della giusta maggioranza di Governo, radicalmente legalitaria sempre e solo con gli ultimi.

«Prima i poveri», dicono loro. “Prima i potenti” il vostro mantra occulto. La legge è dalla parte di chi lascia un immobile vuoto per anni per poter portare a compimento la propria opera speculativa. La legge è contro chi non può accettare di non avere un tetto e rifiuta una soluzione singola, chiedendo invece politiche strutturali. Per questo, per voi, il singolo “povero” si può anche aiutare: perché, in fondo, porta consenso. Ma un collettivo di “poveri” no. Un gruppo di persone che lotta è pericoloso per il vostro sistema di potere e consensi. Se una famiglia bussa alla vostra porta, accettate di incontrarla. Ma se quella famiglia arriva con altre famiglie bandiere in mano, tutto cambia. Diventano un nemico.

C’è un problema, però, nel vostro sistema: voi siete chiusi nei palazzi, loro sono in strada, gente tra la gente. Voi apparite sui giornali e in tv, certo, ma loro vivono la città. E la rendono viva. Voi difendete qualcosa. Loro resistono. Voi provate ad amministrare il disastro e la crisi. Loro la combattono. E se sono riusciti a ottenere un’ennesima promessa, che stavolta forse manterrete, non è grazie al vostro buon cuore o alle vostre politiche illuminate, ma perché prima si sono riconosciuti, poi uniti, quindi organizzati. Hanno occupato. Sono stati sgomberati. Non si sono arresi. Hanno preferito trasferirsi in delle tende anziché accettare le vostre “case famiglie”, la vostra disumana carità. E anche se, tra due settimane, otterranno qualcosa che assomiglia a una casa, state pure certi che non smetteranno di agitarsi. Perché sì, forse avranno anche risolto – per un po’ – il loro problema singolo, ma il loro ragionamento è collettivo. E sanno che serviranno tante altre occupazioni, in assenza di politiche degne di questo nome, per dare un tetto agli altri come loro. Ai “poveri”. E agli “impoveriti”.

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