il Salto – Blog di transizione

Massimiliano Sfregola

Vendesi case popolari: così Amsterdam sta diventando un grande Airbnb

Dopo Lisbona, Roma e Kladno continua il viaggio de il Salto tra le case negate d’Europa.

Amsterdam, oggi, è un’altra città: fino a qualche anno fa le case popolari erano più di una su due. Massimiliano Sfregola di 31mag.nl ci porta in giro per la “città dei sogni” che per ripartire ora guarda a Barcellona. Ma ad Amsterdam basterebbe tornare a essere… Amsterdam.

A leggere di Amsterdam sembra si parli della città perfetta: una capitale sociale e tollerante, dove la forbice tra ricchi e poveri è stretta e l’economia votata all’innovazione intelligente riesce a far coesistere attività indipendenti, terzo settore e multinazionali.

Fiore all’occhiello è certamente il suo stock di case popolari, paragonabile solo a quello delle regine sociali europee, Vienna e Stoccolma: nella capitale olandese, infatti, le “sociale woning”, case affittate a meno di 716 euro, rappresentano il 51% del totale. Per dirla in cifre: quasi un amsterdammer su due vive in case popolari, al quale – per alcuni – va dedotto addirittura un contributo comunale che può raggiungere i 200 euro al mese. Pur ospitando le multinazionali di mezzo mondo, la Venezia del nord è rimasta sociale ed equa riuscendo a trovare un compromesso accettabile tra le sue tante componenti.

Unico problema: la città dei sogni non è più cosi da tempo. Il vento in Olanda è cambiato e la socialdemocrazia nordica è stata erosa in questi anni,con una rapidità sorprendente: «Probabilmente le case popolari sono già meno del 50%» dice Melissa Koutouzis, attivista di Fair City, un movimento che sta cercando di coordinare associazioni di inquilini e quei gruppi che lottano contro la gentrificazione e l’espulsione dei bassi redditi. Sembra incredibile ma fino agli anni ’90, 8 abitazioni su 10 erano ad affitto sociale. «La direzione che ha preso la città è molto preoccupante», continua Melissa, «e tra poco per artisti, creativi, squatter e altri gruppi non commerciali sarà impossibile vivere ad Amsterdam».

Questa macchina sociale perfetta, costruita su arte, cultura antagonista e un sistema generoso di sussidi comunali, quindi, si è inceppata da un pò: anni di polder tatcherism e l’iniezione di capitali esteri hanno strangolato la diversità culturale della città e spinto i residenti storici fuori dal suo perimetro. Cosa preoccupa di più Fair City? Per cominciare la rapida vendita dello stock immobiliare pubblico: «In alcune aree della città le case popolari stanno sparendo mentre il centro sembra diventato un grande airbnb», prosegue Melissa.

«Le woning corporatie (cooperative sociali che gestiscono il patrimonio immobiliare pubblico) continuano a vendere a ritmo incessante blocchi di case popolari senza che ne vengano costruite altre».

Turismo di massa, personale impiegatizio internazionale (soprattutto ingegneri ed IT attirati da generosi incentivi fiscali) e le ridotte dimensioni della città si sono rivelate dopo il giro di boa del millennio una miscela letale per uno dei principali laboratori sociali del mondo. Amsterdam, la capitale alternativa che un tempo contava ben 20mila squatters, non c’è più e tanto investitori quanti immobiliaristi stanno banchettando con il generoso patrimonio immobiliare pubblico a lungo difeso a colpi di manifestazioni, carte bollate e occupazioni.

«Quando occupare è diventato reato, la situazione è precipitata in fretta», spiega ancora Melissa. «Amsterdam è piena di edifici abbandonati, lo squatting non è impossibile neanche oggi ma la gentrificazione sta facendo sparire la diversità culturale e sta cancellando interi quartieri storici». Una delle prime iniziative promosse da Faircity è stata una manifestazione anti-gentrificazione nel Kinkerbuurt, area centrale con una storia popolare, dove oggi cafè tutti uguali e bistrot “hip” hanno rimpiazzato negozi etnici e panetterie indipendenti.

Il problema, però, non riguarda solo Amsterdam; lo smantellamento del sistema di case popolari e la fine delle certezze di un tempo, lavoro fisso e contratti di casa permanenti, rischiano di frantumare la coesione sociale precarizzando la vita anche in un paese tradizionalmente stabile come l’Olanda. Abel Heijkamp vive a Den Bosch, città del sud-est, è documentarista e attivista del Bond Precarie Woonvormen, un sindacato indipendente di inquilini.

Sul tema della precarietà ha realizzato il documentario “Alles Flex?” (Tutto flessibile) dove analizza le incertezze lavorativa e abitativa: «Quello di ridurre le certezze a vantaggio di spregiudicate logiche di mercato è stato un trend costante negli ultimi anni», racconta Abel. «Il ministro per la questione abitativa dell’ultimo governo, Stef Blok, non ha fatto mistero delle sue intenzioni: “Dopo aver flessibilizzato il mercato del lavoro è ora di quello immobiliare” aveva detto ad inizio legislatura».

Così il governo «ha eliminato il regime di contratti di affitto permanenti, sostituendolo con un sistema articolato in 10 tipi di contratti a termine. Ciò che hanno in comune queste forme contrattuali è appunto la loro conclusione».

In Olanda la casa di proprietà è stata a lungo considerata un lusso non necessario e vivere in affitto era normale perchè l’efficienza dello Stato ha funzionato come deterrente contro le rendite: perchè impegnarsi ad acquistare immobili da affittare quando liste d’attesa umane e diverse soluzioni alternative tollerate, come lo squatting, riuscivano a trattare bene il problema anche per i bassi redditi?

Il cambio di orientamento non è stato indolore: uno dei paesi europei che tutelava di più gli inquilini è diventata di recente una vera e propria giungla. L’economia drogata dalla presenza in forze di società di comodo e dall’afflusso di capitali (quasi) esentasse per le multinazionali ha svegliato agli inizi degli anni ’00 gli appetiti degli investitori stimolati dal cambio di rotta delle amministrazioni di Amsterdam. Le sociale woning, non sono più feticci intoccabili.

Dopo la bolla immobiliare del 2006 e il crollo del mercato nel 2010, dal 2012 con la ripresa dell’economia il mercato immobiliare – soprattutto nel c.d. “Randstad” il motore economico del paese che parte da Amsterdam e finisce a sud con Rotterdam – è lievitato, arrivando oggi a cifre al metro quadro mai viste prima in Olanda. Tutti vogliono comprare casa, soprattutto nella capitale.

Speculazione, alta domanda e affitti temporanei ai turisti hanno reso il mercato incandescente e, come accade in altri Paesi del mondo, inaccessibile ai redditi medio-bassi. E se la deregulation seleziona “verso l’alto” i residenti, ai bassi redditi non restano che due possibilità: andare via o rivolgersi al mercato nero, dove l’offerta è a prezzi da usura e senza le (ormai) poche garanzie offerte dalla legge. «Secondo il Comune la liberalizzazione va bene, ci vorrebbe solo più controllo», dice Rutger Wassink, capogruppo al comune di Amsterdam del Groenlinks, la sinistra rosso verde e leader dell’opposizione in consiglio. «Ma il fenomeno ha ormai assunto dimensioni tali che l’unica possibilità reale è costruire più case e smettere di vendere il patrimonio pubblico». Un nervo scoperto, quello toccato dal consigliere dei Verdi, che mostra i limiti della politica degli ultimi anni: nel 2014 la città, governata per sessant’anni dai socialdemocratici, ha visto un drastico cambio di giunta con l’arrivo al potere dell’ultraliberista D66.

Il loro piano di graduale smantellamento del sistema di case popolari è parzialmente riuscito, ma nella Capitale gli unici a gioire sono i proprietari di immobili, soprattutto quelli che hanno acquistato diverse proprietà e le agenzie che hanno comprato in blocco le ex case popolari: «Noi vorremmo imporre sanzioni più severe e l’obbligo per i proprietari di vivere nella loro abitazione», dice ancora Wassink, «ma il problema a monte è certamente la scarsa disponibilità di alloggi a prezzo accessibile. Ad Amsterdam la media dei residenti non è ad alto reddito e a questi noi dobbiamo pensare. Se vogliamo far sì che rimanga la città che conosciamo dobbiamo costruire più case ad affitto controllato. E smetterla di venderle. Cercare di frenare o invertire il trend è una delle nostre priorità. I contratti a tempo determinato per gli alloggi non sono la soluzione perchè rischiano di mostrarci ciò che abbiamo già visto con il mercato del lavoro».

Rutger Wassink prende Barcellona come modello per la sua città. Ma forse ad Amsterdam basterebbe tornare ad essere Amsterdam.

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