il Salto – Blog di transizione

Marina Zenobio

“Meno carne per salvare il Pianeta”. L’appello ambientalista alla Cop23 sul clima

Dal 6 al 17 novembre prossimi riprenderanno gli incontri internazionali che dovrebbero trovare risposte e programmare azioni per contrastare il cambiamento climatico che sta stravolgendo il nostro pianeta. Si tratta della Conferenza delle Parti voluta dalla Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici – la prima si tenne a Berlino nel 1995 – per semplicità abbreviata in Cop più il numero in sequenza. Con questa che si sta per celebrare siamo arrivati alla Cop23, che si terrà a Bonn, in Germania, e dove tra l’altro si continuerà a discutere dell’Accordo di Parigi sulla riduzione dei gas serra e della recente defezione statunitense, con la marcia indietro di Trump rispetto agli impegni assunti dal suo predecessore Obama.

Dal sito dell’evento sembra proprio che gli organizzatori siano preparatissimi sul tema: annunciano installazioni all’avanguardia che permetteranno ai partecipanti di utilizzare le più recenti tecnologie, dichiarano anche che la Cop di Bonn sarà “neutrale” dal punto di vista climatico, nel senso che saranno compensate le emissioni di anidride carbonica prodotte dall’evento, soprattutto per quanto riguarda i viaggi aerei dei negoziatori che provengono da ogni parte del mondo, anche se non si dice bene come. Sembra tutto politicamente e ambientalmente molto corretto, ma c’è chi affila i coltelli, come numerose associazioni e ong ambientaliste che hanno lanciato per oggi, 4 novembre, una marcia per denunciare i danni conseguenti all’estrazione e all’utilizzo di carbone, manifestazione che attraversa le strade di Bonn proprio alla vigilia della Cop23.

A presiedere per la prima volta la ronda di negoziati sarà la Repubblica di Fiji il cui presidente, Jioji Konousi Konrote, si prepara ad alzare la voce. Una voce indignata e a ragione, perché il suo paese fa parte di “quegli altri” che subiscono le conseguenze del cambiamento climatico senza avere alcuna possibilità di combatterne le cause. Territori come Tuvalu o la Repubblica di Kiribati, per esempio, sono costretti a valutare programmi di evacuazione dei propri abitanti per il rischio di ritrovarsi sommersi dagli oceani, i cui livelli sono in crescita a causa dell’aumento delle temperature medie globali. La nostra ricchezza, il nostro stile di vita consumista si nutre della disgrazia di “quegli altri” paesi.

Ormai lo sappiamo che dovremmo sbarazzarci del petrolio, mollare automobili e aerei, moderare il consumo energetico. E dovremmo anche rivedere il nostro consumo di carne. Klima Allianz, che raggruppa oltre centro Ong tra cui Oxfam, Wwf e Bund, chiedono alla Cop23 di includere, tra gli altri fattori che stanno contribuendo al cambiamento climatico, anche gli allevamenti industriali animali. Una richiesta affatto peregrina se si considera che un ente come la Fao ha denunciato che l’allevamento di bestiame è responsabile, ogni anno, del 14,5% di emissioni di gas serra. Ciò nonostante gli allevamenti di animali non rientrano in nessun piano nazionale di protezione ambientale, tanto meno di protezione degli animali che spesso vengono cresciuti con sistemi da crudeltà estrema.

Per far mettere in agenda della Cop23 la questione degli allevamenti, si sta muovendo anche Proveg, organizzazione internazionale per la coscienza alimentare attiva in Germania, Regno Unito, Polonia, Olanda e Spagna. Il suo obiettivo, molto ambizioso c’è da dirlo, è quello di ridurre i prodotti di origine animale del 50% entro il 2040. Secondo Proveg “i paesi industrializzati non potranno raggiungere gli obiettivi per il controllo del clima senza una significativa riduzione dei prodotti di origine animale”. Proveg ha lanciato una petizione per chiedere alla Cop23 di introdurre nella riunione di Bonn le problematiche legate agli allevamenti intensivi, petizione che, mentre scriviamo, ha raccolto quasi 40mila firme.
In realtà le cifre sull’allevamento sono davvero terribili. Sempre secondo la Fao, un terzo dei raccolti mondiali di cereali servono per alimentare gli animali, a scapito della produzione agricola per consumo umano.

Chissà se l’ennesima riunione sul clima includerà in agenda anche l’allevamento. C’è da immaginarsi quali potrebbero essere le pressioni da parte dell’industria alimentare perché ciò non accada. Ma al di là delle politiche e dei politici, delle conferenze e dei lobbisti, il problema reale resta lo stile di vita delle popolazioni dei paesi più ricchi e sviluppati. Rinunciare a viaggiare in aereo, al consumo sfrenato, ridurre la plastica, l’utilizzo dell’automobile o della carne nella nostra dieta è una battaglia che spesso combattiamo contro noi stessi. Prendere consapevolezza di questa realtà può essere il primo passo per non aspettare (improbabili) imposizioni dall’alto.

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