il Salto – Blog di transizione

Marina Zenobio

#TerraeTerritori. Biodiversità, l’umanità viaggia verso la sesta estinzione di massa

Da un recente studio pubblicato sulla rivista Procedings of the national academy of sciences sembra che l’umanità sia arrivata davanti alla sesta estinzione di massa. Il riferimento è alla velocità con cui il pianeta Terra sta perdendo biodiversità, la scomparsa di migliaia di varietà vegetali e specie animali. 200 specie di mammiferi in 100 anni e migliaia di varietà di piante in anche meno tempo ormai non esistono più. Gli scienziati descrivono il fenomeno come “annichilimento biologico” e non potrà che avere tragiche ripercussione sull’ecosistema della terra.

Da circa venti anni si è cominciato a parlare di perdita di biodiversità, anche prima del 1992, quando l’ONU creò la Convenzione sulla diversità biologica (Cbd nell’acronimo inglese) ratificata da 196 Paesi. Si è trattato del primo accordo globale nato per affrontare tutte le questioni relative alla diversità biologica planetaria: risorse genetiche, specie e ecosistemi, e anche il primo a riconoscere la conservazione della biodiversità come «comune preoccupazione dell’umanità» e parte integrante dei processi di sviluppo. Nel corso degli anni si sono aggiunti gli Accordi di Rio, la convenzioni quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, centri studi internazionali, studi accademici e tanti proclami, scritti e recitati.

Ciò nonostante ogni giorno che passa siamo sempre più soli e sole. L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN nell’acronimo inglese) ha pubblicato l’aggiornamento della “lista rossa” delle specie di flora e fauna scomparse e quelle a rischio estinzione. Nel presentare la pubblicazione, la direttrice dell’Iucn, Inger Andersen, si è detta preoccupata perché tali perdite «stanno procedendo a ritmi molto più veloci di quanto gli stessi scienziati avessero immaginato».

Agli inizi dell’anno la rivista Nature ha pubblicato uno studio titolato “Impostazione delle baseline temporali per la biodiversità: i limiti dei dati di monitoraggio per comprendere il pieno impatto delle pressioni antropiche”. Lo studio ha denunciato che «la quantità di specie che la civilizzazione moderna ha fatto estinguere potrebbe essere sottostimata» e che i limiti a cui lo studio fa riferimento stanno influenzando in forma negativa le politiche e gli obiettivi della conservazione perché «partiamo da informazioni inevitabilmente incomplete e insufficienti», sostiene Nicolas Titeux, uno degli autori e ricercatore del Centro tecnologico forestale della Catalogna (Ctfc).

Più recentemente Biological Conservation ha pubblicato un’altra ricerca, guidata da ricercatori dell’Università nordamericana di Columbia, dove sono state date cifre a quella sottostima attraverso dati raccolti in un lavoro realizzato sulla catena montuosa dei Gati Occidentali, in India, con uccelli presenti nella lista rossa della Uicn. La prima conclusione è che la Uicn dovrà elevare il rango di minaccia almeno per 10 delle 18 specie studiate e che non rientravano tra quelle in pericolo.

Piove sul bagnato, perché già a novembre del 2016 la rivista Science riportava di un’altra ricerca, più ampia, su 586 specie di uccelli endemici delle foreste in sei punti caldi della biodiversità mondiale: le foreste atlantiche del Brasile, di America Centrale, delle Ande, della Colombia occidentale, del Madagascar, di Sumatra e del Sudest Asiatico. A parte raccomandare alla Uicn di elevare il livello di minaccia a specie già incluse nella lista rossa, i ricercatori propongono di introdurne ben altre 189 completamenti totalmente assenti nella lista. Tutte queste ricerche mettono in risalto quanto gli studi sull’impatto umano e la perdita di biodiversità che guidano le politiche della conservazione siano davvero recenti, nonostante il fatto che da secoli l’umanità ha iniziato ad esercitare una grande pressione sulla fauna e sulla flora del pianeta. La crescita della popolazione, le emissioni di gas che producono l’effetto serra, l’inquinamento o l’eccessivo uso di fertilizzanti sono iniziati molto prima del boom del tracciamento e del monitoraggio della biodiversità.

Per quanto riguarda la biodiversità di casa nostra, la situazione non è migliore. Un documento dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale  (Ispra) comincia trionfalmente con «L’Italia è tra i Paesi europei più ricchi di biodiversità. La varietà di condizioni bio-geografiche, geo-morfologiche e climatiche che caratterizza il suo territorio fa di essa una straordinaria area di concentrazione sia di specie, sia di habitat», per concludere con: «Questa ricchezza di biodiversità è però seriamente minacciata e pezzi di essa rischiano di essere irrimediabilmente perdute, sia per quanto riguarda le specie animali che vegetali… fattori di pressione come l’erosione del suolo per nuovi insediamenti civili e industriali e l’inquinamento di terra e acque continuano ad esercitare gravi pressioni sulla biodiversità». In Italia sono 1.020, circa il 15 per cento del totale, le specie vegetali superiori minacciate di estinzione. Peggio per le piante inferiori, il 40 per cento di alghe, licheni, muschi e felci è in pericolo. Per le specie animali, la metà dei vertebrati presenti in Italia è a rischio estinzione, circa un quarto degli uccelli sono a forte rischio estinzione. Peggio ancora va per per gli anfibi, due specie su tre tra qualche anno potrebbero non esserci più.

Ormai la parola estinzione è sempre più frequentemente associata a biodiversità. Come dice il Pnas «è in atto la sesta estinzione di massa».

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