il Salto – Blog di transizione

Ilaria Bonaccorsi

Deneuve, #Metoo e l’importanza di ribellarsi alla violenza. Che non è mai sessualità

Questo giovedì volevo scrivervi di quanto mi sembrasse bella l’idea che l’università fosse “ripensata” gratuita per tutti. Non mi sarebbe importato neanche di incensare chi o quanti avessero voluto ribadire quell’idea meravigliosa che l’istruzione, come anche la sanità, dovesse essere responsabilità tutta a carico dello Stato. Avrei solo voluto dirvi del sollievo nel risentire quelle parole che ribadivano quell’idea. Che certo traballava su gambe incerte ma che aveva delle ali ai piedi già magnifiche e delle braccia larghissime. Di questo avrei voluto scrivere, e forse anche dei tre anni più belli della mia vita. Quelli del dottorato di ricerca, in cui alla mia epoca (inizi anni 2000) ancora lo Stato ti pagava per studiare. Ti “manteneva” per permetterti di fare quello che amavi di più. Io ho studiato un’eresia, per esempio. E non ricordo anni più belli per la mia testa. 800 euro al mese per tre anni, per fare la cosa in cui ero più brava ma che soprattutto più desideravo fare. Fantauniversità? No. Una realtà che raccontava una verità. Sempre la stessa, quella che recita il famoso articolo 3 della nostra Costituzione e che non sto a ripetervi.

Poi però una mia amica cara mi ha chiesto di dirle, di scrivere questo giovedì, cosa pensassi di quelle 100 donne francesi che avevano firmato e inviato una lettera ad un famoso quotidiano, Le Monde, per raccontare di un’altra violenza che – a loro avviso – stava prendendo piede. Quella di una «giustizia sommaria» o di un pericoloso «nuovo puritanesimo», giudicato da loro tanto violento quanto la violenza denunciata dal movimento #Metoo o #balancetonporc (#denuncia il tuo porco, in Francia). Parlo di Catherine Deneuve e delle 99 donne francesi che hanno scritto una lettera dal titolo «Lasciamo agli uomini la libertà di importunare le donne, indispensabile alla libertà sessuale», nella quale dopo la sfilata in nero delle attrici di Hollywood agli ultimi Golden Globe (a sostegno del movimento #MeToo), ci tengono a ribadire che: «Lo stupro è un crimine» ma «tentare di sedurre qualcuno, anche in maniera insistente o maldestra, non è un reato, né la galanteria è un’aggressione maschilista».

L’argomento è scivolosissimo e pericolosissimo anche. Le reazioni lo dimostrano. Deneuve è stata coperta da valanghe di insulti sul web. Eppure vale il coraggio e vale la pena di leggere fino in fondo quella lettera. Di non fermarsi al titolo o a un termine in esso contenuto che appare così sbagliato come “importuner”. Ma lo faccio e non mi tiro indietro e vi dico cosa penso, passaggio per passaggio.

«Dopo il caso Weinstein, c’è stata una legittima presa di coscienza delle violenze sessuali esercitate sulle donne, in particolare in ambito professionale, dove alcuni uomini abusano del loro potere. È stata necessaria…» chiariscono le 100, ma il movimento #MeToo ha provocato una campagna di accuse pubbliche che loro sostengono sia degenerata in una «giustizia sbrigativa», che non solo «ha già fatto le sue vittime» (in sostanza uomini che non si sono potuti neanche difendere) ma ha la conseguenza grave di “non” fortificare le ragioni delle donne, ma al contrario di assecondare gli interessi dei «nemici della libertà sessuale, degli estremisti religiosi, dei peggiori reazionari e di quelli che credono che le donne siano esseri umani a parte, bambini con il volto adulto, che pretendono di essere protette».

Il collettivo delle 100, insomma, scrive e sostiene che perché ci sia libertà sessuale è essenziale che esista la libertà di sedurre (corteggiare) e “importunare”: «Una donna può, nella stessa giornata, dirigere un team di professionisti e godere dell’essere oggetto sessuale di un uomo, senza essere per questo una “donna promiscua”, né una “vile complice del patriarcato”». E ancora: «Può vigilare affinché il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, e non sentirsi traumatizzata per sempre da un palpeggiatore sulla metropolitana, anche se questo è considerato un reato».

Faccio uno sforzo, e superato il fastidio terribile per alcuni termini usati, come “oggetto sessuale”, nessuno è l’oggetto sessuale di nessuno. Nessuno è oggetto soprattutto, figuriamoci sessuale. Forse una bambola costruita a tale scopo, ma poi di sessuale inteso come “sessualità umana” avrebbe ben poco; come anche l’utilizzo del termine “importunare” che se poteva passare negli anni 50, quando ti apostrofavano dicendo “mi scusi signorina, posso importunarla un attimo?”, oggi è davvero fuori tempo massimo, cerco di capire e penso se da qualche parte ci sia del vero. Che si rischi di dare man forte – anche involontariamente – a quelli che le donne le vorrebbero chiuse in casa e protette da uomini perché dotati di una “morale” forte, perché “fuori” di casa e fuori da quella “morale” si diventa mignotte o vittime di uomini senza morale, è storia nota purtroppo e anche e ancora tanto attuale (in mezzo a tutti questi rigurgiti neofascisti e a tanta religione). Io non faccio nessuna fatica a immaginarmi – come scrivono le 100 – una donna che si realizzi nel suo lavoro e poi si realizzi nel rapporto (anche sessuale) con la persona che scopre e ama, per dieci minuti o dieci anni, sono fatti suoi. Anzi penso sia il segreto di tutto. E penso anche che una cosa aiuti la realizzazione dell’altra… senza neanche dover stabilire un ordine sempre uguale tra le due cose. Ma faccio tanta fatica invece a immaginarmi che siano molti, che siano culture intere, ad essere felici che le donne si realizzino in questo modo. Gli estremisti religiosi, i reazionari, quelli che credono che le donne siano esseri umani (o subumani) a parte… per l’appunto, quelli sì l’immagino correre a dirci: vedete la libertà? È sempre opera del demonio in fondo.

«Siamo abbastanza mature», continuano le firmatarie, «per ammettere che la pulsione sessuale è per sua natura offensiva e selvaggia, ma siamo anche sufficientemente accorte per non confondere il corteggiamento maldestro con l’aggressione sessuale».
Mi piacerebbe dire loro che molte donne – hanno ragione – distinguono benissimo, ma che pur avendo questa precisa capacità “di non confondere” le due cose, sono obbligate a subire lo stesso l’aggressione (che mi fa sempre molta fatica definire “sessuale”). E anche che la “pulsione”, che non è un istinto perché non siamo animali ma esseri umani, forse è vero è selvaggia, nel senso di “non” razionale, e anche offensiva, nel senso che vuole “sbaragliare” il destinatario con il proprio sentimento, ma che tutto ciò dovrebbe sempre basarsi sul sentire l’altro. Sempre. Antenne tesissime. Se non altro per capire quando fermarsi e quando invece lanciarsi nella ricerca appassionata dell’altro.

L’intento di fondo, scrivono, è separare in modo netto «la violenza sessuale» che è un «crimine», dal «flirtare» che «non è neppure un reato». E anche di denunciare quel femminismo che loro definiscono «il volto dell’odio verso gli uomini e la sessualità», rivendicando la loro «libertà di dire no a una proposta sessuale», senza né essere né essere ritenute da altri delle prede.

Detta così, mi sembra proprio giusta. E anche bella. Non vi arrabbiate. Se non che le prede esistono. Ci sono donne che diventano prede di violenze fisiche e non e non credo neanche che nessuno volgia togliere a nessuna donna la libertà di dire no a un corteggiamento. Il problema è vero, non è il palpeggiatore della metropolitana, che ti fa stare male mezz ora ma a cui siamo in grado di opporre un rifiuto netto e veloce, e il problema forse non è neanche quello di un uomo con un po’ di potere ma che non capisce niente e non si ferma al momento giusto, insiste troppo. Perché quello che letto è altro: uomini che si masturbavano in presenza di donne, che le masturbavano a forza, che le supplicavano, che le strattonavano, che le ricattavano, che le imbrogliavano, che le schernivano, che le offendevano…. Insomma non semplici casi di palpeggiamento in metropolitana. Ma una roba molto seria a cui ribellarsi certamente. Perché lì, a parte una patologia mentale conclamata, non c’è altro. Nessun sentire e nessuna ricerca appassionata.

Il punto però per me è che questa ribellione oggi è molto più importante di quel che si possa pensare, e forse dovrebbe fondere le due posizioni, o parte di esse: dovrebbe ribellarsi alla “violenza” che non è mai sessualità. Se è violenza non c’è sessualità. E poi battersi per la sessualità “umana”. Che non è mai scarica, né semplice ricerca del piacere e neanche semplice riproduzione biologica. Ma è scoperta, è rapporto, è sentire l’altro, è realizzazione dell’identità altrui e propria.

Perché altrimenti si rischia di fare la ribellione di prima, sempre la stessa e destinata a fallire. Persino – come scrivono – ad alimentare il suo contrario. Inavvertitamente. La morale, il moralismo, la Chiesa, tutto quello che è sempre andato e va contro la felice realizzazione della sessualità umana.

Capisco lo sgomento di Asia Argento, anche la sua indisponiblità a comprendere capisco, ma forse non avrei risposto così: «Catherine Deneuve e altre donne francesi», twitta, «spiegano al mondo come la misoginia che hanno interiorizzato le abbia lobotomizzate fino al punto di non ritorno». La lobotomia è cosa troppo seria per evocarla e la posizione delle 100 è troppo importante per ridurla a banale misoginia, a mio avviso.
La lettera a Le Monde si conclude così: «Gli incidenti che possono riguardare il corpo di una donna non necessariamente coinvolgono la sua dignità e non devono, per quanto sia a volte difficile, renderla necessariamente una vittima perpetua. Perché non siamo riducibili al nostro corpo. La nostra libertà interiore è inviolabile. E questa libertà che amiamo non è senza rischi o responsabilità».

Mi permetto di dire che anche questo passaggio è stranamente bello, e per certi versi forse vero ma anche qui alcune parole non suonano come le altre. Gli incidenti del corpo non coinvolgono “necessariamente” l’identità, non la dignità, l’identità della donna che li subisce. Posso rimanere incidenti, ferite risanabili se l’identità interna è solida: «Perché non siamo riconducibili al nostro corpo». È vero. «La nostra libertà interiore è inviolabile». Lo è se lo è la nostra identità interiore. Allora nulla viene violato. Al limite viene aggredito, ma la capacità di reagire a quel punto avrebbe senza dubbio la meglio.

Insomma amica cara, non so se ti ho risposto e non so neanche se sono scivolata. Ma in sintesi quelli che avrei voluto dirti è che la battaglia contro la violenza sulle donne è cosa davvero grossa. Perché che le donne realizzino la propria identità e poi la loro libertà non è mai stato il ‘goal’ (persino) della nostra cultura occidentale (la storia della ‘costola’ ne è un esempio perfetto). E che non sia sufficiente più il femminismo, diciamo ‘tradizionale’, quello che ‘sembra’ odiare gli uomini e il potere da loro esercitato, è del tutto evidente. Che occorra lottare contro una violenza materiale ma ancor più immateriale millenaria con strumenti umani e intellettuali nuovi e sopraffini ce lo richiedono i tempi e i sogni. Perché che la sessualità umana non abbia nulla a che fare con il potere o il suo esercizio più o meno sproporzionato è talmente evidente da farci venire i brividi ogni volta che questo è.
Arrivate a questo punto, il rifiuto verso dimensioni violente è d’obbligo, ma la qualità di quel rifiuto e la trasformazione che produrrà è invece il nostro terreno di ricerca più bello e più urgente insieme.
Responsabilità e rischi ce li prendiamo tutti, “tranquille” direi piuttosto alle 100, ce li prendiamo. Senza paura.

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