il Salto – Blog di transizione

Emanuele Profumi

“Bisogna ripensare la politica”. Alberto Acosta sulla crisi della sinistra latinoamericana

La profonda crisi dei governi progressisti dell’America Latina pone importanti questioni a tutta la sinistra mondiale. Perciò abbiamo incontrato l’economista Alberto Acosta, uno dei teorici della “Revolución ciudadana” dell’Ecuador, che ha incoronato Rafael Correa alla guida del Paese dal 2007 al 2017, e della filosofia del “Buen Vivir”. Già padre nobile dell’equadoriana “Costituzione di Montecristi” del 2008 (come presidente dell’Assemblea Costituente), dove per la prima volta nel mondo si affermano i “diritti della natura”, Acosta è una delle maggiori figure dell’attuale sinistra latinoamericana. Con il suo libro “El Buen Vivir. Sumak Kawsay, una oportunidad para imaginar otros mundo” (2013) ha cercato di pensare in profondità il cambiamento della società contemporanea. In questa intervista torna sui temi al centro di quella riflessione.

Ultimamente lei ha affermato: “La nostra società ha bisogno di un disegno democratico che vada oltre il fatto di smontare il ‘correismo’”. A cosa si riferisce questa affermazione?

Negli ultimi dieci anni si sarebbero potuti avviare cambiamenti strutturali in diversi ambiti, però, purtroppo, non è stato fatto nulla. In Ecuador c’è stato, infatti, un governo che ha avuto enormi entrate economiche e un grandissimo sostegno popolare, che poteva contare su un favorevole contesto giuridico e istituzionale per avviare grandi trasformazioni nel Paese, e che condivideva la prospettiva dei governi progressisti che si erano diffusi nel Continente, come poche volte era successo prima. Tutto questo è stato sprecato, e dobbiamo parlare di un vero e proprio grande fallimento del “correismo”, che non ha risolto i problemi strutturali del Paese. Invece di approfondire la democrazia, come viene affermato nella Costituzione di Montecristi, si è costituito un regime che ha configurato uno scenario caudillista, personalista e autoritario. Rafael Correa si è trasformato nel Caudillo del XXI secolo. Ciò significa che, attraverso l’esecutivo, ha controllato tutte le funzioni dello Stato. Quando parlo di “decorreizzazione”, mi rifrisco alla necessità di recuperare spazi democratici in tutte le funzioni dello Stato. Questo è un punto importante. Ma ecco il tema di fondo: non si tratta di fuoriuscire dal correismo per tornare a quanto esisteva anteriormente. Bisogna sostenere trasformazioni strutturali indispensabili. Te lo dico in termini molto semplici: in primo luogo trasformare la matrice produttiva, ossia smettere di essere un Paese che si limita a esportare materie prime, ancorato alla logica del mercato internazionale che ci mantiene in una posizione di dipendenza rispetto al capitalismo sviluppato. In secondo luogo, dobbiamo superare lo Stato, considerato nelle sue caratteristiche coloniali, oligarchiche e “caudillistas”. Che ha, ancora, tratti neoliberisti. E, in terzo luogo, dobbiamo approfondire l’emancipazione della società e della stessa natura: dobbiamo considerare allo stesso tempo i diritti umani e i diritti della natura.

Come si potrebbe democratizzare l’economia?

L’economia equadoriana è mossa dalla logica della dipendenza dal mercato mondiale, visto che è un’economia importatrice ed esportatrice di materie prime. Dipendiamo dal mercato mondiale, vendiamo la natura e non facciamo alcuno sforzo per collocarvi prodotti di maggiore qualità. C’è bisogno di un cambiamento strutturale nell’economia equadoriana, che si caratterizza come un mercato terribilmente oligopolistico. Nei governi di Correa, soprattutto nella fase del boom economico sino al 2015, la povertà diminuisce, ma, simultaneamente, la concentrazione della ricchezza aumenta. Oggi un’impresa controlla il 62% del mercato della carne, due imprese controllano il 91% del mercato dell’olio da tavola, ci sono 5 zuccherifici di famiglie che controllano il 22% del mercato dello zucchero, e 3 imprese manifatturiere nel comparto alimentare che controllano il 91% del mercato. Dopo 10 anni di correismo, che parlava di socialismo e rivoluzione, tutto questo non si è superato, per niente. Ma doveva essere, invece, un primo passo fondamentale. In secondo luogo, si deve organizzare una redistribuzione dei mezzi di produzione. E questo implica, per esempio, nell’ambito agricolo, una riforma agraria: redistribuire la terra e l’acqua. In particolare questa si deve distribuire nell’ambito della piccola e media impresa, che generano circa il 90% dell’occupazione. Appoggiarle implica un processo di democratizzazione. E poi ci sono una serie di altre misure come, per esempio, l’accesso a salari migliori, la cogestionedelle imprese, il rafforzamento di misure comunitarie dell’impresa associativa e cooperativa. Insomma, sino ad oggi non si è data alcuna redistribuzione della ricchezza. Neanche si è intaccata la logica dell’accumulazione capitalista. C’è stato, invece, un tentativo di modernizzazione autoritaria del capitalismo: Correa è stato il grande modernizzatore del capitalismo.

Mi sembra che un altro problema ereditato dal periodo di Correa sia che lo Stato non si debba liberare solo dal suo potere personale, bensì da tutto il partito che lo ha sostenuto, Alianza Pais (Ap).

Sino a pochi anni fa ero convinto che lo Stato potesse guidare i processi di cambiamento e di trasformazione generale. Quando ho fatto parte del governo di Correa, come ministro dell’Energia e delle miniere, e, successivamente, quando sono stato presidente dell’Assemblea costituente, credevo che lo Stato dovesse avere una maggiore capacità di gestione e di risposta. Adesso, invece, sono convinto che lo Stato non sia la soluzione, che lo dobbiamo ripensare. Ma non tanto dalla prospettiva burocratica o tecnocratica, dall’alto. Bensì dal basso. Bisogna che sia influenzato dalle comunità. Abbiamo bisogno di una sua trasformazione dal basso. Perché lo Stato, di per sé, non è il garante della trasformazione. Visto che stiamo nell’aniversario della rivoluzione bolscevica te lo dico così: non si tratta di assaltare il palazzo di inverno, ma bisogna costruire un contropotere egemonico. Sono piuttosto d’accordo con l’idea gramsciana di costruire uno o più poteri contro-egemonici. A questo può essere utile l’idea di uno Stato plurinazionale, ma solo se lo pensiamo a partire dalla dimensione comunitaria. Ciò che è assolutamente chiaro è che il mercato non risolve i problemi, che non può essere una guida né dell’economia né della società. E ancora meno della politica. Ma neanche lo Stato può assumerla. Questo è il grande compito: costruire strutture democratiche orizzontali, participative, che mettano in discussione tutti gli elementi che configurano lo scenario perverso guidato dalla logica della “colonialità del potere”.

Che cos’è la “logica della colonialità del potere”?

Te lo spiego in termini semplici: da quando i popoli dell’America Latina hanno ottenuto “l’indipendenza”, ciò che abbiamo vissuto è stata una logica di dominio intellettuale, culturale e politico che si riflette in tutti gli altri ambiti della vita. Da un lato abbiamo cercato di emulare e copiare, di assomigliare ai Paesi detti “sviluppati”, “ricchi”, “illuminati”, “civilizzati”. Abbiamo cercato continuamente di costruire la società sulla base di modelli che vengono da fuori. Dall’altra parte dispreziamo quanto è nostro, lo svalorizziamo. Per molti decenni abbiamo marginalizzato gli indigeni, li abbiamo trattati come minorenni, e le loro idee sono state disdegnate. Copiare realtà esterne e denigrare le proprie capacità, ecco a cosa mi riferisco. Ma alla base di questo ci sono due elementi fondamentali, come il razzismo: la razza è uno degli elementi centrali che implica la logica del capitalismo degli ultimi 500 anni. E, in secondo luogo, il patriarcato. Razzismo e patriarcato sono gli elementi di base non solo delle “società dipendenti”, sottosviluppate, marginalizzate, ma anche delle società del capitalismo metropolitano. Perciò il capitalismo è un tipo di società che vive soffocando la vita, ossia gli esseri umani e la natura.

Il terzo elemento necessario per democratizzare la società a cui lei fa riferimento, mi sembra, sono la cultura e i movimenti sociali.

Il tema di fondo è l’emancipazione. Il che implica l’ampliamento dei diritti. Sebbene si sia avanzato molto con la Costituzione di Montecristi, siamo molto lontanti dal rendere reali i suoi grandi progressi, come si vede se consideriamo la condizione femminile. L’essenza conservatrice, oligarchica, coloniale e patriarcale, continua a dominarci. Non dimenticarti che durante i governi di Correa un paio di deputati che avevano chiesto di discutere il tema dell’aborto sono stati espulsi temporaneamente dall’Assemblea. Insomma, dobbiamo lavorare sul come cristallizare i nuovi diritti. Ciò implica non solo sostenerci sulle possibilità istituzionali, ma soprattutto cercare altri spazi dove costruire progetti di emancipazione. Questi spazi sono comunitari. La democratizzazione sorge dalla famiglia intesa in termini molto ampi (non solo quella tradizionale del padre e della madre). In generale, la discussione sui diritti si deve fare pensando al suo potenziale emancipativo, riconoscendo, però, che ci sono dei rischi quando questi garantiscono dei privilegi. Non vanno mai considerati, per tanto, come un regalo da parte dei potenti, bensì come parte di una conquista permanente da parte della società.

Sta pensando ai movimenti sociali? Al fatto che debbono ricrearsi e svilupparsi di nuovo? Credo che, a parte il movimento delle donne che si è espresso recentemente, non esista una grande mobilitazione sociale in Ecuador.

I movimenti sociali hanno giocato un ruolo determinante nei decenni precedenti. Senza movimenti sociali, senza la loro lotta, non sarebbe stato possibile neanche immaginarsi che Rafael Correa potesse vincere le elezioni del 2006. Lui è il risultato del fatto che i movimenti sociali hanno creato le condizioni grazie alle quali potesse vincerle. Ma non solo. Hanno creato anche le condizioni per le trasformazioni che si plasmano nella Costituzione del 2008. Uno dei grandi temi a cui Correa dovrà rispondere davanti alla storia è proprio il suo ruolo nefasto contro i movimenti sociali. Li cercò di subordinare e distruggere. E riuscì a dividerli! Ha creato i suoi propri movimenti: sindacale, indigeno, delle donne, degli studenti, degli insegnanti. Assunse l’atteggiamento tipico di un governo totalitario. La logica dei fascismi in Europa, negli anni ’30, era questa: se non riesco a controllare gli antichi movimenti sociali, i sindacati in particolare, costituisco il mio fronte dei lavoratori, i miei movimenti. Questo ha ucciso i movimenti sociali. Con il governo di Moreno (l’attuale governo equadoriano, sempre di Alianza Pais, ndr) i movimenti sociali stanno cercando di generare un ambiente di maggiore tranquillità e rispetto, di democratizzazione delle relazioni. Almeno superficialmente. Stanno cercando di ricostituirsi. Ciò che mi preoccupa, però, è che non assumano l’obiettivo centrale di reinventarsi e ripensarsi. E che siano ancora divisi, come abbiamo visto di recente con il movimento delle donne, che non è andato oltre le sue sacrosante rivendicazioni.

Quindi il fatto di ripensarsi, da parte dei movimenti sociali, significa incontrare una specie di fronte comune in grado di cambiare la struttura dello Stato, e affermare i diritti dei quali stava parlando?

Senza dubbio bisognerebbe pensare se ci convenga creare un fronte. Un “Frente Amplio” che permetta di costruire un grande ombrello, un cappello, che protegga i movimenti sociali, ma che non lo faccia in termini di specificità isolate. Mi spiego meglio. Come movimento sindacale potrei stare dentro questo “ombrello” non tanto difendendo i miei interessi ma tessendo reti affinché le lotte di resistenza promuovano l’emancipazione profonda dell’essere umano e della natura, condividendo lotte con altri gruppi marginalizzati. Non ci può essere alcuna trasformazione se i sindacalisti continuano a difendere solo i loro diritti e a chiedere solo un miglioramento salariale. O se le donne si battono solo per i loro diritti. O se gli ecologisti facciano altrettanto. Tutti questi gruppi dovrebbero tessersi insieme, nella costruzione di processi di resistenza e di realizzazione dell’alternativa di società.

Ma può sempre nascere, come è successo in Ecuador con Correa, qualcuno che usa la parabola trasformatrice dei movimenti sociali per realizzare altri fini. Qualcuno che voglia rappresentare questa forza, usandola però per mutare nel loro opposto le richieste e le rivendicazioni dei movimenti sociali. Come si potrebbe evitare di ripetere questo grave problema?

Ho avuto una grande amicizia con Correa, e con lui abbiamo avuto varie discussioni. Una si riferiva a come trattare la questione del potere. Lui era convinto che bisognasse arrivare al governo, vincendo le elezioni per la Presidenza, e dal governo, dallo Stato, dal controllo delle istanze statali, cambiare la società, cambiare le strutture economiche della società. Io, che sono più gramsciano, non ero d’accordo. Gli dicevo che bisognava costruire poteri contro-egemonici. Non è fondamentale arrivare per arrivare (alla Presidenza), ma, invece, avere una base sociale alla quale rispondere e dalla quale dipendere. Per rendere reale quanto si diceva in Bolivia: “Comandare obbendendo”. Ma, nel caso di Correa, non abbiamo avuto nessuna base sociale. Quando abbiamo lanciato la sua candidatura non c’era nessun movimento politico, nessun movimento sociale. Era una scommessa molto rischiosa. Anche se vincemmo, questa vittoria aveva già, nella sua essenza, il germe della disfatta. Perché non rispondeva a queste strutture comunitarie. Perciò credo che sia preferibile avanzare più lentamente, ma su terreni più solidi. Che i cambiamenti avvengano con più tempo, a lungo termine. Non si tratta solo di vincere le elezioni, ma di pensare alla struttura della società e alla sua generazione. E ciò è possibile solo sulla base di solide organizzazioni sociali.

Non le sembra che l’idea di socialismo delle esperienze che parlavano del “Socialismo del XXI secolo” avesse qualcosa di profondamente sbagliato, che questo socialismo fosse piuttosto superficiale, e non l’espressione di una sua vera rielaborazione?

Sì, certo. Il Socialismo del XXI secolo è stata pura propaganda. Era un meccanismo che doveva risultare all’apparenza, ma senza colpire realmente le strutture di fondo. Quando appare l’idea del Socialismo del XXI secolo, i governanti progressisti, che non erano “di sinistra”, si incaricano di svuotarla di contenuto. Rafael Correa arriva a dire, già all’inizio del suo governo, nel 2008, che: “Nel socialismo del XXI secolo non esiste lotta di classe”. È come se un metereologo dicesse che, per capire il clima, la sua realtà, non bisogna prendere in considerazione il vento…che ne è l’elemento fondamentale. E dopo si è addirittura arrivati ad affermare che: “Nel socialismo del XXI secolo non sarebbero stati colpiti i ricchi, ma che si voleva solo una società più giusta ed equa”. Si dice che nel Socialismo del XXI secolo bisogna essere pragmatici, che bisogna avvicinarci ai mercati mondiali. Addirittura si firmano trattati di libero commercio. Possiamo dire che in America Latina, nei Paesi dove c’è stato il “Socialismo del XXI secolo”, non c’è stato alcun socialismo, bensì “Extractivismo del XXI secolo” (appropriazione e sfruttamento di ingenti risorse naturali destinate al mercato internazionale, ndr).

Recentemente mi è capitato di andare in Cile, dove ho fatto una ricerca sul cambiamento costituzionale. Adesso, alle elezioni presidenziali, il partito che si chiama “Frente Amplio” ha quasi superato la vecchia coalizione di centro-sinistra. Potrebbe essere questo l’attore di cui c’è bisogno? Come il “Frente Amplio” di Mujica? O ce ne possono essere degli altri?

Ciò che succede in Cile, con tutti i limiti, è una dimostrazione del fatto che, al margine della grande politica, la destra e il centro-sinistra/centro-destra del governo, si è creato un blocco che sta cercando alternative. Ciò che mi proccupa, sinceramente e senza minimizzare lo sforzo in atto, è che molte volte queste possibilità si concentrano sulla dimensione elettorale, perché manca molto la radice comunitaria. Ripensare il mondo “dal basso”. Non aspettare che appaia un illuminato, un “caudillo”, un leader che ci possa risolvere i problemi. In Ecuador abbiamo fatto molti tentativi per organizzare questo tipo di unità, ma senza successo. Sono stato candidato alla presidenza della Repubblica nell’anno 2012-13, a partire dall’“unità plurinazionale delle sinistre”. Non è solo il fatto che abbiamo avuto un pessimo risultato elettorale (un vero disastro!), ma abbiamo mancato l’obiettivo di configurare un fronte unitario che avesse una visione a lungo termine, e che non si muovesse semplicemente seguendo la logica elettorale. E c’è stato anche un secondo tentativo andato male: quando abbiamo pensato che la sinistra non fosse sufficiente ed abbiamo aperto al centro. Creando un centro-sinistra. L’“accordo nazionale per il cambiamento” (del 2017, ndr), quando si dà la candidatura del generale Paco Moncayo. Lo dico pensando oltre al risultato elettorale, che non poteva essere soddisfacente, visti i risultati (6, 5% dei voti, ndr): il tentativo di consolidare un collettivo di organizzazioni sociali, soprattutto indigene e dei lavoratori, non riesce a consolidarsi. Quindi mi sembra che ciò che vada fatto sia ripensare la stessa politica. Ricreare la politica sulla base di prospettive di sinistra. Una politica che inglobi e integri tutti questi movimenti, non solo quelli tradizionali. Il movimento delle donne, lgbt, ecologista, contadino, delle associazioni di quartiere. Di tutti i gruppi sociali. Come ci identifichiamo con essa? Come la possiamo costruire? Questo è il grande compito che abbiamo davanti. Personalmente non ho delle risposte chiare. Ma so con certezza che il cammino passa dalla lotta. Nelle strade e nelle piazze. Attraverso la battaglia ideologica, e, soprattutto, sulla base della costruzione di alternative. La battaglia per il senso storico è fondamentale.

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