il Salto – Blog di transizione

Ilaria Bonaccorsi

Chi dice cos’è violenza? Può rispondermi Monica Bellucci?

Il Giovedì di Ilaria Bonaccorsi

«Lui mi seguì fino alla porta, mi appoggiò al muro e cominciò a baciarmi collo e orecchie, le mani sul seno, in modo abbastanza aggressivo. Riuscii a sfilarmi e scappai via. Ero entrata sentendomi una principessa, a un passo da un sogno che si realizzava […] e sono uscita sentendomi uno straccio», ha raccontato Miriana Trevisan.

Monica Bellucci intervistata sul Corriere della sera ha chiesto a tutte e tutti di fare grande attenzione. Di distinguere tra stupro, ricatto, molestia e avance. Perché è fondamentale, per la bella attrice, distinguere tra atto di violenza e avance.
Immagino il sottointeso fosse che, in realtà, quelle subite da Miriana Trevisan erano semplici avance. Né ricatti, né molestie. Il muro, i baci sul collo e sulle orecchie e le mani sul seno. Al massimo, avance un po’ troppo spinte. Anche perché alla domanda del giornalista se fosse mai stata molestata, Monica ha risposto: «Che domande mi fai? Vuoi sapere pure di colore porto le mutandine?».

Stupro, ricatto, molestia, avance. Trovate un po’ voi le differenze. Io vi racconto la differenza di Miriana Trevisan. Di quella che conosco io e che di balle su Giuseppe Tornatore non ne avrebbe mai inventate. Voi invece mi spiegherete se potete, chi la stabilisce la dose di violenza che fa di un’avance una molestia o un ricatto o peggio ancora, uno stupro. Chi la pesa la violenza? È un tanto al chilo? Bocca, avance. Collo, avance spinta, seno molestia? Come funziona? Chi misura? Può rispondermi Monica Bellucci?

Io vi racconto solo di Miriana. È entrata piano piano, stava dietro al compagno, non pesava quasi, non si mostrava, sempre in bilico tra una storia che le torna addosso di ragazza microfonata e la donna adulta che è diventata. Che è altro. Che dipinge, scrive, e adora i buoni. Sì, i buoni, quelli che non frega niente a nessuno. “Sei buona come me”, mi dice subito. E io volevo capire una cosa. Perché forse lei poteva farlo meglio di me. Avevo visto delle immagini terrificanti di Sara Tommasi, postate da un presunto fidanzato in cui si vedeva la soubrette strafatta di qualunque cosa, mezza nuda, con quegli occhi che non riuscivo a dimenticare. Pieni di acqua, che non guardavano più nulla affogati com’erano.
“La conosci? Puoi spiegarmi? Ti va di scrivere un articolo per me?” ho chiesto a Miriana.
Era il giugno del 2015. È venuta in redazione. E dietro di lei un ragazzino dagli occhi scuri. Suo figlio. “L’ho incontrata due volte Sara”, mi disse. Una smorfia di dolore e una di emozione. Questo lo ricordo. Il dolore del disfacimento di quegli occhi, l’emozione di poterlo raccontare per averlo sfiorato, proprio lei. E invece quel disagio e quella difformità che l’aveva sempre salvata.
«Quando l’ho conosciuta, Sara era un piccolo spicchio di luna che brillava tra la gente unta del Billionaire. Ero, come sempre, appollaiata più in alto possibile e più trasparente possibile tra le tende delle terrazze del locale[…] Arrivarono le miss, i paparazzi si scatenarono, io seguivo la massa che si confondeva tra la musica […] Riuscii a risalire le scale seguendo la loro scia. Una di loro avvolta da un corsetto rosso che traboccava di seno e di pelle ambrata, si girò verso di me con gli occhi del cerbiatto che ancora non conosce la fame feroce della giungla e la violenza spermatica dei cacciatori. Era Sara Tommasi. Mi rivolse la parola come se fossi una sorella, «ti ho sempre ammirata Miriana» disse. Io le sorrisi e le dissi che era bellissima e che sicuramente avrebbe vinto lei. Non era convinta, mi sembrava preoccupata per qualcosa […] Mi ricordo che io (sempre fuori posto in quel mondo) le risposi che avrebbe dovuto studiare. Forse non mi ascoltò ma mi abbracciò.

La rividi poi in occasione di una festa, in un locale di Milano. Ora era vestita da donna adulta e sfoggiava la sua borsetta di Chanel, lo sguardo era diverso, di plastica come una Barbie. Era una luna smorzata dal trucco pesante e il sorriso stampato. Non mi sembrò reale, lei, il suo vestito, il bicchiere di champagne e l’uomo anziano che le sedeva accanto palpeggiandola […] Le dissi di andarsene, di scappare: lei con un sorriso amaro e dolce è andata verso la pista dove si è esibita in un ballo alieno per me, forse sexy per tutto il mondo […] Ho visto gli ultimi video di Sara Tommasi e sono inorridita da questa nostra Italia che lascia scivolare via una persona malata. Nel video osceno, vedo solo circonvenzione di incapace e sfruttamento della prostituzione. Mariti, ex fidanzati ex papponi, e lei ex star, ex donna ex bambina. Una giungla.» (su Left del 6 giugno 2015)

Sono solo alcuni brani di quello che scrisse per me, li chiamò occhi di plastica quelli di Sara, e parlò di un’Italia che lasciava scivolare persone malate.

Due anni dopo la trovo battersi per Asia Argento, mi scrive in segreto. “Leggimi su l’Inkiesta, è tutto merito tuo, per quel coraggio di allora”. Poi la vedo in conferenza stampa lanciare il suo dolce j’accuse anche alla politica. Ci aiutate? O state a guardare? Perché dovremmo denunciare le violenze se ci lasciate sole? Lì, impietosa, contro qualunque logica della “transazione” sessuale più o meno consenziente o del “da che mondo e mondo…” da cui è impensabile fuggire. In un crescendo di ribellione fino alla rivelazione: #metoo, anche lei. Immagino la fatica, la sua. Di riaprire e di dare un senso a cose che di senso non ne hanno avuto affatto nella sua vita. E lei lo sa. Immagino il coraggio che riempie i polmoni fino a dire No.

Stupro, ricatto, molestia, avance. Chi la misura la violenza di ciò che ha subito Miriana Trevisan? E che violenza è quella che trasforma principesse in stracci? Perché io metterei le mie mani sul fuoco per questa principessa.

L’intervento di Miriana Trevisan durante “Weinstein in Italia”, la conferenza stampa alla Camera dei Deputati per denunciare molestie e abusi nel mondo dello spettacolo italiano.

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